Cosa succede se una coppia affronta un rapporto sessuale nelle stesse condizioni in cui una donna affronta il travaglio?

L’ossitocina, chiamata “l’ormone dell’amore”, viene prodotta durante il rapporto sessuale, il travaglio ed il parto. Cosa succederebbe se l’atto sessuale venisse disturbato come abitualmente viene disturbato il parto?

È quanto mostra il video dell’associazione “Freedom For Birth Rome Action Group” realizzato per denunciare l’eccessiva medicalizzazione del parto in Italia. L’associazione si batte per l’indipendenza e l’autodeterminazione delle donne nelle scelte della loro vita sessuale e riproduttiva.

Protagonista del video è una giovane coppia che, da quando si accinge a fare l’amore, viene monitorata e guidata nel rapporto da un’equipe medica, proprio come avviene durante il travaglio ed il parto.

Nel video si ricorda che, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità ricorda la libera scelta della posizione, in molte sale parto viene imposta la posizione sdraiata sul lettino.

L’episiotomia (incisione chirurgica del perineo, lateralmente alla vagina) viene fatta solo in questa posizione. Il 70% delle donne subisce il taglio della vagina. Inoltre, per tutta la durata del travaglio non viene permesso di bere o mangiare, senza nessuna ragione medica. A più del 50% delle donne viene somministrata ossitocina sintetica per accelerare il travaglio.

Il monitoraggio e la flebo vengono spesso utilizzati per tutta la durata del travaglio e impediscono di camminare e muoversi liberamente. In molti ospedali queste pratiche vengono effettuate senza informare e chiedere il consenso. Quattro donne su dieci in Italia ricevono un taglio cesareo: “mancato impegno della parte presentata” è l’indicazione più frequente.

Poco tempo fa gli esperti della Fondazione Gimbe ha ribadito che il parto “non è una malattia” ed il percorso nascita in Italia “deve essere riorganizzato, dando la possibilità alle donne di scegliere dove partorire in sicurezza, senza medicalizzare una condizione fisiologica”.

“La maggior parte delle donne che partoriscono è sana – ha affermato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – ha una gravidanza fisiologica, va incontro a travaglio spontaneo e dà alla luce un neonato dopo la 37esima settimana di gestazione”. Eppure in Italia, “anche in assenza di reali fattori di rischio – sottolinea – continuiamo a mantenere modelli organizzativi che medicalizzano gravidanza e parto, a dispetto di evidenze scientifiche che dimostrano che per la maggior parte delle gravidanze fisiologiche non ci sono benefici materni e neonatali per scegliere la sala parto, dove il travaglio è oggi caratterizzato da troppi interventi ostetrico-ginecologici, divenuti routinari, ma spesso inappropriati”.

In particolare, secondo l’esperto, il Ssn “dovrebbe garantire a tutte le donne la libertà di scegliere, nell’area del proprio domicilio o nelle immediate vicinanze, dove partorire in sicurezza: oltre alla sala parto in ospedale pubblico o struttura privata, anche a casa propria e nei centri nascita a gestione esclusivamente ostetrica, sia fuori (freestanding) che dentro (alongside) l’ospedale. Ovviamente, prevedendo protocolli condivisi per trasferire la donna, quando necessario, nelle unità operative di Ostetricia e ginecologia”.

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