Pfas in Veneto: nel sangue dei 14enni valori 30 volte superiori la media

Le conseguenze dell’inquinamento da Pfas in Veneto appaiono sempre più preoccupanti. Valori di sostanze perfluoroalchiliche 30 volte superiori al normale sono state riscontrate nei campioni dei prelievi del sangue eseguiti su 50 quattordicenni residenti nella cosiddetta ‘zona rossa’ interessata dagli sversamenti della Miteni nelle acque.

I valori mostrano una mediana quasi uguale a quella riscontrata all’interno del campione monitorato nel 2016 dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss): 64 nanogrammi di sostanze pfas nel sangue contro 70. La media nazionale dei non esposti è attorno ai due-tre nanogrammi. Allo screening ha aderito l’80% dei nati nel 2002 residenti in 21 Comuni.

“Non voglio tirare delle conclusioni che non mi spettano – ha commentato il direttore generale della sanità della Regione Veneto, Domenico Mantoan – ma personalmente quelli sui quattordicenni sono dati che mi sorprendono perché possono voler dire astrattamente due cose: o i livelli erano attestati, prima dell’introduzione dei filtri, attorno a quota 200 o non è vero che bastano tre o quattro anni per eliminare una sostanza che, evidentemente, può avere un’emivita più lunga”.

Tumori al testicolo e al rene – ha spiegato Massimo Rugge, del Registro tumori di Padova – non presentano nella zona rossa valori d’allarme diversi dal resto della popolazione veneta o da quella di popolazioni a monte della falda”.

“Su 560.000 gravidanze monitorate dal 2003 al 2015 – aggiunge Paola Facchin, direttore del Centro regionale malattie rare, che ha effettuato uno studio sulle gravidanze – dalle circa 16.000 dell’area rossa sono emerse alcune evidenze, come l’aumento significativamente più alto di gestosi e soprattutto diabete gravidici nelle future mamme e, nei bambini, un aumento di nati piccoli in proporzione all’età gestionale, con maggior rischi di sopravvivenza ed esiti negativi del parto, anche se questo effetto è sparito dopo il 2013”.

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