Allarme Pfas in Veneto: ignorati i rischi denunciati tre anni fa

In Veneto si continua ad indagare sulle falde acquifere di alcune zone del Vicentino, del Veronese e del Padovano risultate inquinate da Pfas, ovvero da sostanze chimiche utilizzate nell’industria per rendere impermeabili tessuti e rivestimenti. A lanciare l’allarme i risultati di uno studio condotto dall’Istituto Superiore della Sanità.

Secondo le indagini sulla popolazione, non sono le acque contengono livelli allarmanti di inquinamento da PFAS ma anche le persone mostrano livelli di contaminazione. Lo studio dell’Istituto superiore di Sanità ha infatti confermato la presenza massiccia di acidi nel sangue dei cittadini che vivono nelle aree esposte. Ad essere a rischio sarebbero 250 mila persone in Veneto, quelle che hanno bevuto spesso acqua del rubinetto.

La Regione Veneto sta attualmente valutando gli interventi da mettere in atto per la salvaguardia della salute della popolazione e dell’ambiente nei territori interessati dall’inquinamento. L’allarme, tuttavia, era già stato lanciato tre anni fa ma ignorato da tutti, come rivela un articolo del Corriere del Veneto.

Il primo a lanciare l’allarme Pfas in Veneto è stato infatti l’esperto di tumori del sangue Vincenzo Cordiano, rappresentante regionale di «Medici per l’ambiente» e responsabile degli ambulatori di Ematologia Generale ed Oncoematologia dell’ospedale di Valdagno. Cordiano ha ipotizzato un collegamento tra la presenza di sostanze tossiche nell’acqua e alcune patologie presenti nella popolazione ed in una relazione da lui firmata tre anni fa, chiedeva di promuovere una «Indagine epidemiologica sulle malattie ambientali da sostanze chimiche inquinanti persistenti». “Era l’estate del 2013 – ricorda – e quel documento l’ho spedito a mezzo mondo”.

“La prima volta che sentii parlare delle Pfas risale al 2006 – racconta Cordiano – Un esperto commentava quanto accaduto negli Usa, dove la Dupont fu condannata a una multa di 300 milioni di dollari. In seguito si scoprì che quelle stesse sostanze denunciate in America venivano utilizzate da alcune industrie del Vicentino”.

“Tutti dicevano che non c’era pericolo. Andai a vedere le statistiche e trovai che l’Usl 5, ad esempio, ha il più alto numero di esenzioni del ticket per malattie alla tiroide e che nella zona c’è un’incidenza elevata di ictus e malattie cardiovascolari”.


“Spedii il documento ai deputati del Veneto, ai consiglieri regionali, alle Usl e a tutti i sindaci vicentini. Non mi rispose nessuno”.

“L’acqua del rubinetto non è sicura, anche con il nuovo limite di 500 nanogrammi di Pfas per litro, che sono stati imposti. Basti pensare che nel Vermont sono ammessi al massimo 20 nanogrammi, in Virginia 40”.

Drastica la proposta dell’ematologo per salvaguardare la salute della popolazione: “Occorre interrompere immediatamente la somministrazione dell’acqua, compresa quella dell’acquedotto, ricorrendo a fonti alternative di approvvigionamento per la popolazione. Inoltre bisogna sospendere la produzione e la commercializzazione degli alimenti inquinati, perché è dimostrato che le Pfas sono presenti in circa il 15 per cento del campione analizzato”.

“Mi rendo conto – continua Cordiano – che la sospensione della rifornitura di acqua potabile e il blocco della produzione di alimenti, avrebbe effetti pesanti. Ma come medico penso sia necessario interrompere immediatamente la principale via di esposizione alle Pfas, che è quella alimentare”.

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