Lazio: perché il parto in casa resta un miraggio?

Nel nostro Paese la gravidanza continua ad essere trattata al pari di una malattia da medicalizzare a priori, come emerge da un’inchiesta del Corriere.it che fa riferimento, in particolare, alla situazione del Lazio.

Nella Regione Lazio, e in poche altre quattro regioni italiane (Toscana, Marche Emilia Romagna e Piemonte) esiste una legge che permette alle donne che decidono di partorire in casa di richiedere un rimborso economico. Una donna che partorisce in casa, infatti, costituisce per il servizio sanitario un risparmio, dal momento che si evitano il ricovero, la degenza e gli interventi medicalizzati.

Il 1 aprile 2011 Renata Polverini, la Presidente del Lazio in qualità di Commissario ad acta, ha firmato infatti il decreto n. 29 che ha per oggetto “Parto a domicilio e in Case Maternità – Approvazione di Profilo Assistenziale per l’assistenza al travaglio e parto fisiologico extraospedaliero in Case maternità e a domicilio”. Un decreto che, in pratica, dovrebbe incentivare i parti al di fuori degli ospedali.

Nel Decreto si stabilisce un rimborso, ma non l’entità, la cui definizione è rimandata ad un successivo provvedimento amministrativo il compito. Eppure, a distanza di tre anni dalla firma del decreto, non è ancora stato fatto nulla. Inoltre, mentre nelle altre parti del mondo i protocolli del parto a domicilio prevedono, per motivi di sicurezza, una distanza di 30/40 minuti della casa del parto da un ospedale, nel decreto laziale si parla di 7 Km e 20 minuti: parametri che di fatto rendono inidonee al parto quasi tutte le case del Lazio.

Nei fatti rimane dunque difficile porre rimedio all’eccessiva medicalizzazione del parto e della gravidanza. Già nel 1995 l’Oms riferiva che soltanto un 10-15% di parti hanno bisogno di ricorrere al taglio cesareo a causa di patologie legate al nascituro o alla madre, che il luogo primo della nascita è la casa, poi la Casa Maternità, poi i reparti ospedalieri di I° livello e, solo in ultima istanza, il ricorso a Ospedali di II° e III° livello, ovvero quelli dotati di rianimazione neonatale e per adulti.

Eppure in Italia il ricorso al taglio cesareo è passato dall’11% del 1980 al 38% del 2008, vale a dire primi in Europa, mentre il Portogallo è secondo al 33%. In fondo alla classifica l’Olanda al 15% e la Slovenia al 14%. In Olanda, poi, il 40% dei parti avviene in casa.

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