Musica, una terapia per il corpo e la mente

Suonare e ascoltare la musica fa bene sia alla salute del corpo che alla mente. A confermarlo è la prima grande rassegna di 400 articoli di ricerca in neurochimica sulla musica fatta da un team di ricercatori della McGill University guidato da Daniel J. Levitin.

La musica, in particolare, può migliorare la funzione del sistema immunitario del corpo e ridurre lo stress. Ascoltare la musica, inoltre, può essere persino più efficace dei farmaci nel ridurre l’ansia prima di un intervento chirurgico.

“Abbiamo trovato prove convincenti del fatto che gli interventi con la musica in sottofondo possono svolgere un ruolo di assistenza sanitaria in contesti che vanno dalla sala operatoria alla clinica della famiglia – spiega il professor Levitin, aggiungendo – ma, cosa ancora più importante, siamo stati in grado di documentare i meccanismi neurochimici in quattro ambiti in cui la musica ha un effetto: gestione dello stato d’animo, dello stress, dell’immunità e come aiuto nei legami sociali”.

La musica, però, è anche una terapia per i giovani malati di cancro. A sostenerlo è una ricerca dell’Università dell’Indiana- Purdue University pubblicata sulla rivista Cancer. Scrivere testi di canzoni e realizzare dei video migliora infatti la loro capacità di recupero dalla malattia, aiutandoli ad esprimere i sentimenti e a condividere ansie e preoccupazioni.

La ricerca ha coinvolto 113 pazienti, tutti di età compresa tra gli 11 e i 24 anni, che erano stati sottoposti a un trapianto di cellule staminali per curare il cancro: alcuni di loro sono stati inseriti in un programma chiamato “Therapeutic music video”, nel quale veniva permesso loro di realizzare canzoni e video, altri invece sono entrati a far parte del cosiddetto gruppo di controllo, ricevendo degli audiolibri da ascoltare.

È stato così riscontrato che coloro che erano stati inseriti all’interno del percorso di “musico-terapia” mostravano non solo più coraggio nell’affrontare la malattia, ma cento giorno dopo il trapianto risultavano meglio reintegrati socialmente rispetto ai loro coetanei che invece avevano un ruolo più passivo, di esclusivo ascolto.

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