Mucca pazza, dieci anni dopo: il punto dalla Coldiretti

“Mucca pazza: dieci anni dopo”: questo il titolo dell’incontro promosso dalla Coldiretti e dalla Fondazione Univerde per fare il punto sul costo delle emergenze alimentari, i cambiamenti nelle abitudini degli italiani nell’ultimo decennio, i primati conquistati dall’agroalimentare nazionale nello stesso periodo e sui sistemi di controllo attivati per evitare che simili episodi si ripetano in futuro.

A distanza di dieci anni dal varo delle misure emergenziali nazionali adottate per arginare l’allarme arrivato dalla Gran Bretagna, l’incontro tenutosi ieri a Roma ha confermato l’assoluta garanzia di sicurezza della carne italiana.

L’emergenza “mucca pazza” – che per dimensione e vastità ha rappresentato il primo e il più drammatico allarme che affrontato in Italia – ha contribuito a spingere nei successivi dieci anni i consumi di prodotti tipici italiani che sono aumentati del 650 per cento per un valore che ha raggiunto i 7,5 miliardi di euro. Nello stesso periodo si è verificato il raddoppio del numero di prodotti a denominazioni di origine protetta (Dop/Igp) nazionali riconosciuti dall’Unione Europea che ha consentito di sorpassare la Francia e di conquistare la leadership europea con gli attuali 221 prodotti tutelati.

Come ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini, “la mucca pazza è stata uno spartiacque tra un modello di sviluppo dell’agroalimentare rivolto solo al contenimento dei costi ed uno attento alla qualità, all’ambiente e alla sicurezza alimentare che si è affermato e ha permesso all’Italia di conquistare la leadership in Europa”.

“A cambiare – ha sottolineato Marini – è stato anche il modello di consumo che si è arricchito dei valori della eticità, della sostenibilità, della qualità e della sicurezza”.

Dall’emergenza mucca pazza è emersa dunque – come evidenzia la Coldiretti – una agricoltura rigenerata, attenta alla qualità delle produzioni, alla salute, all’ambiente e alla tutela della biodiversità. La svolta nei consumi e nella produzione verso modelli più sostenibili è confermato dal fatto che il fatturato dei prodotti biologici in dieci anni è triplicato.

L’esperienza mucca pazza provocata dagli effetti dell’uso delle farine animali nell’alimentazione del bestiame ha anche rappresentato, sottolinea la Coldiretti, un precedente importante per l’attuazione del principio della precauzione nell’introduzione di nuove tecnologie nell’ambito alimentare che di fatto ha contribuito ad evitare contaminazioni da Ogm (Organismi Geneticamente Modificati) nell’agricoltura italiana.

Nel corso dell’incontro di ieri sono stati anche analizzati i costi provocati al sistema economico dalle emergenze a tavola.  Si stimano pari a 2 miliardi le perdite subite dal sistema della produzione, trasformazione e commercio della carne solo a seguito dell’emergenza mucca pazza. Si tratta di perdite dovute principalmente al crollo dei consumi che, come sottolinea la Coldiretti, si sono quasi dimezzati nel momento più acuto della crisi per poi riprendersi molto lentamente nonostante le misure di prevenzione adottate. In questa direzione si è dimostrata particolarmente efficace l’introduzione dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza della carne bovina in vendita.

Un fattore considerato importante per la sicurezza del cibo è la provenienza dei cibi consumati, come conferma l’ultima indagine Coldiretti/Swg dalla quale emerge che  ben il 97 per cento degli italiani ritiene che dovrebbe essere sempre indicato il luogo di allevamento o coltivazione dei prodotti contenuti negli alimenti. Si tratta di una percentuale che si è accresciuta ultimi dieci anni, considerato che nel prima della mucca pazza era pari al 70 per cento.

L’encefalopatia spongiforme bovina (Bse), cosiddetta sindrome della “mucca pazza”, viene diagnosticata per la prima volta in un allevamento in Gran Bretagna nel 1985. Qualche anno dopo le farine animali, mangime destinato all’alimentazione del bestiame, vengono identificate come causa dell’epidemia dopo essere state a lungo sponsorizzate da gran parte del mondo scientifico.

Dalla Gran Bretagna – dove si sono verificati centinaia di migliaia di casi negli allevamenti – la malattia è stata “esportata” in tutta Europa malgrado i provvedimenti cautelativi adottati dall’Unione Europea. Il primo caso di mucca pazza in Italia viene individuato il 16 gennaio 2001 e riguarda una vacca di circa 6 anni di età, macellata l’11 gennaio e proveniente da un allevamento del bresciano.  In quell’anno vengono individuati 50 casi in Italia, un numero estremamente contenuto rispetto agli altri paesi europei, che non mancherà tuttavia di provocare pesanti effetti sui quasi centomila allevamenti presenti in Italia a causa del drastico crollo dei consumi.

Dopo dieci anni la Bse è di fatto scomparsa dagli allevamenti italiani per l’efficacia delle misure adottate per far fronte all’emergenza come il monitoraggio di tutti gli animali macellati di età a rischio, il divieto dell’uso delle farine animali nell’alimentazione del bestiame e l’eliminazione degli organi a rischio Bse dalla catena alimentare.

Nel 2010, infatti, per la prima volta non si è verificato negli allevamenti italiani nessun caso di mucca pazza. Quest’ultima, tuttavia, fa ancora tremare gli italiani: un connazionale su due (il 54% per la precisione) ne ha ancora paura, memore dal primo e più drammatico incubo alimentare che il Paese ricordi.

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