Mamma iperprotettiva condannata dalla Cassazione

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e 4 mesi di reclusione nei confronti di una mamma che riempiva di cura e attenzioni il figlio ritardandone in questo modo la regolarità dello sviluppo. Insieme alla madre è stato condannato anche il nonno del bambino. Secondo i giudici infatti “l’iperprotezione e l’ipercura” costituiscono reato di maltrattamenti.

Elisa G., mamma del bimbo, e il nonno materno, Giggetto G., hanno protestato in Cassazione contro la condanna per maltrattamenti inflitta dal gup del tribunale di Ferrara nel 2007 e confermata dalla Corte di Appello di Bologna.

La vicenda è emersa dopo la separazione di una coppia con un figlio che era rimasto a vivere con la madre e con il nonno. Il bambino che presentava una serie di stranezze di comportamento, tra cui – sosteneva il genitore – il rifiuto di qualsiasi contatto con la figura del padre. 

Ci sarebbero stati inoltre problemi anche con i coetanei, oltre che con la parte restante del contesto sociale, schivati dal bambino. Ne era scaturita dunque prima una denuncia e poi un’inchiesta, durante la quale i due indagati, la madre e il nonno del bambino, si erano difesi affermando che nel loro comportamento non si poteva ravvisare alcuna sopraffazione perché al piccolo non era mai stata usata violenza psichica o fisica.

Tuttavia in sede di giudizio i giudici in tre differenti gradi hanno dato torto alla mamma e al nonno. Con la sentenza 36503 pronunciata lo scorso 23 settembre, la suprema corte ha ravvisato infatti un “eccesso di accudienza” che non troverebbe alcuna giustificazione nelle cure normalmente rivolte a un bambino.

Inoltre, si prosegue nelle motivazioni, è plausibile che inizialmente la madre e il nonno possa aver agito in buona fede, sia pur secondo una falsa coscienza, nella scelta delle metodiche educative e nella accurata attenzione ad impedire contatti di ogni tipo al bambino, isolandolo così nelle mura domestiche.

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