Mal di schiena? Niente farmaci, spazio a yoga e tai chi

Mal di schiena? Niente farmaci e via libera a meditazione, yoga e tai chi, come suggeriscono le nuove linee guida dell’American College of Physicians (ACP).

La lombalgia – come ha spiegato Roger Chou, professore all’Oregon University che ha contribuito alle nuove linee guida dell’ACP – è determinata tanto da cause strutturali e anatomiche, quanto da fattori sociali, biologici e psicologici. Chi soffre di depressione o è insoddisfatto col proprio lavoro, infatti, tende ad avere maggiori dolori lombari.  Pertanto l’ACP consiglia di provare prima a curare il disturbo con massaggi e terapia termica. Quando è cronico, allora l’esercizio fisico, le terapie riabilitative e l’apprendimento di tecniche respiratorie che aiutano a ridurre lo stress possono essere cure molto efficaci. Spazio dunque a meditazione, yoga e tai-chi.

Le nuove indicazioni pubblicate sulla rivista Annals of Internal Medicine puntano il dito in particolare contro due tipi di farmaci che fino a poco tempo fa rappresentavano un trattamento di prima linea per i pazienti americani: paracetamolo e oppiacei. Rispetto a quanto veniva suggerito finora, il ricorso ai farmaci dovrebbe avvenire solo se i trattamenti precedenti non hanno funzionato.

Come alleviare dunque il mal di schiena? Per chi soffre di lombalgia acuta o subacuta (un dolore che dura da meno di 4 o 12 settimane) sono consigliate terapie con il calore, massaggi, agopuntura e manipolazione spinale. Per la lombalgia cronica si può ricorrere anche all’esercizio fisico, tai chi, yoga, tecniche di riduzione dello stress, leggere terapie laser e terapia cognitivo comportamentale. Soltanto in caso di bisogno, o se queste terapie non danno gli effetti sperati, si deve ricorrere ai medicinali.

Le attuali linee guida italiane sono molto simili a tali indicazioni ma per gli Stati Uniti, dove vi è una eccessiva tendenza a medicalizzare, si tratta di un cambiamento radicale che giunge in un momento in cui gli Usa combattono con un epidemico abuso di farmaci oppiacei. Un problema che, come sottolineano gli esperti, spesso inizia proprio col ricorso a qualche antidolorifico apparentemente innocuo.

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