Interferenti endocrini: l’inquinamento ambientale può danneggiare la fertilità

La ricerca ‘PREVIENI’ (Studio in aree Pilota sui Riflessi ambientali e sanitari di alcuni contaminanti chimici emergenti – interferenti endocrini: ambiente di Vita, Esiti riproduttivi e ripercussioni nell’età evolutiva) nell’ambito di un progetto del Ministero dell’Ambiente ha rilevato la presenza nell’ambiente di sostanze che mettono a rischio la fertilità in molti prodotti di uso quotidiano.

Si tratta degli interferenti endocrini, sostanze che possono avere effetti sul metabolismo ormonale e negli equilibri degli ormoni sessuali con conseguenze dannose sul sistema riproduttivo.

I risultati dello studio sono stati presentati il 25 ottobre 2011 presso l’Aula Magna dell’Università di Roma La Sapienza, nell’ambito del progetto lanciato nel 2008 dal Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare.

Molti interferenti endocrini, tra i quali le diossine, sono attentamente sorvegliati da tempo. È stata tuttavia riscontrata la presenza nei prodotti di uso quotidiano di una grande varietà di altri interferenti endocrini capaci di contaminare l’ambiente e le catene alimentari.

Tra questi vi sono i perfluorati (PFOS e PFOA: usati in una larga varietà di prodotti di consumo come isolanti, tappezzerie, tappeti, detersivi insetticidi, presìdi odontotecnici, tessuti tecnici, rivestimenti impermeabili ad olio e grassi per carta ad uso alimentare, antiaderenti delle padelle, schiume antincendio, vernici per pavimenti ed insetticidi, ed hanno la capacità di accumularsi nei tessuti degli organismi, uomo incluso), gli ftalati (DEHP: sostanze utilizzate per rendere flessibili le plastiche a base di PVC utilizzate nella produzione dei materiali di imballaggio, nei giocattoli per l’infanzia e nei dispositivi medici quali i tubi e le sacche per trasfusione. Rappresentano quindi contaminanti ad elevato impatto sulla salute umana, anche in fasce di popolazione a rischio come l’infanzia e gli adulti sottoposti a trattamenti terapeutici continuativi) ed il bisfenolo A nelle plastiche.

L’attenzione dei ricercatori si è concentrata sui livelli di esposizione di questi composti in aree rappresentative di diverse realtà: un territorio prevalentemente agricolo come nel basso Lazio, una grande città come Roma e un centro urbano più piccolo come Ferrara. Maggiormente esposte sono risultate le popolazioni dei grandi centri urbani.

Lo studio Previeni ha infatti evidenziato a Roma la più elevata concentrazione di bisfenolo A (Bpa), sia nella popolazione femminile che in quella maschile. I residenti nel basso Lazio, al contrario, presentano una concentrazione di acido perfluoroctanoico (Pfoa) superiore rispetto alle altre due aree.

Un disregolatore endocrino può agire in molti modi: può mimare, bloccare o scatenare una risposta cellulare, interferendo con la funzione di numerosi recettori ormonali. Questo può determinare una risposta errata in termini di quantità, qualità e tempistica.

Come ha spiegato la Professoressa Donatella Caserta, del Dipartimento Salute della Donna e Medicina Territoriale – Università Sapienza di Roma – Ospedale Sant’Andrea: “Durante la gravidanza l’attività ormonale programma lo sviluppo di organi e tessuti del feto che non è ancora dotato di un adeguato meccanismo di detossificazione dei composti che possono essere trasmessi dalla madre attraverso la placenta.

L’effetto finale di questa disregolazione endocrina può provocare uno sviluppo inadeguato e causare un’alterazione che si manifesterà più avanti nel corso della vita del nascituro sul sistema riproduttivo, neuro-endocrino e immunitario”.

I risultati della ricerca PREVIENI verranno utilizzati per valutare e individuare diverse iniziative di prevenzione. Tra queste la sorveglianza e la tutela della qualità ambientale, come misura per proteggere la biodiversità e la qualità della vita; la regolamentazione degli interferenti endocrini a cui risultano maggiormente esposti l’uomo, l’ambiente e le specie animali; la sostituzione degli interferenti endocrini presenti nei prodotti di uso quotidiano con altre sostanze più sicure, secondo il principio stabilito dal regolamento europeo REACH sulle sostanze chimiche; l’aggiornamento dei controlli sulle filiere alimentari “dal campo alla tavola”; e naturalmente, l’informazione al cittadino sugli stili di vita che proteggono sé stessi, i propri figli e l’ambiente.

“L’adozione di misure di prevenzione e di cautela nei comportamenti, nell’esposizione e nell’alimentazione – ha spiegato la professoressa Caserta – può ridurre il rischio e proteggere non solo la fertilità ma anche lo sviluppo e la salute dell’individuo”.

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