Rumore e salute: quali i rischi dell’inquinamento acustico?

Ipoacusia, danni al timpano, vertigini; aumento della pressione e del battito cardiaco, disturbi del sonno, interferenza con la comunicazione verbale: sono questi i danni più comuni che può causare l’esposizione eccessiva al rumore.

Della valutazione di leggi e strumenti di misurazione che definiscono i livelli di rischio legati a un’eccessiva esposizione al rumore si occupano, in particolare, i Tecnici competenti in acustica ambientale del Centro di Ricerche Ambientali di Pavia e di Padova in stretta collaborazione con i medici di medicina del Lavoro dell’Irccs Fondazione Salvatore Maugeri.

“Il rumore rappresenta un importante fattore di rischio per la salute dei lavoratori e, in misura e modi diversi, della popolazione generale non professionalmente esposta al rischio. La Legge 447/95 – ha spiegato Francesco Frigerio, fisico del Centro di Ricerche Ambientali di Pavia e Padova della Fondazione Maugeri – riconosce le diverse forme di inquinamento acustico e stabilisce i principi fondamentali in materia di tutela sia negli ambienti di lavoro, sia negli ambienti di vita”.

“Il suono – ha proseguito Frigerio – può danneggiare l’apparato uditivo quando il livello supera gli 80 dB(A); con l’esposizione ripetuta e prolungata a questo livello sonoro, per le 8 ore di lavoro, devono essere presi dei provvedimenti per evitare il rischio di ipoacusia. Inoltre, l’esposizione a rumore superiore a 140 decibel di picco possono portare un danno irreversibile al timpano (il rumore di urti e esplosioni). Per questo nell’ambiente di lavoro è necessario limitare i rumori impulsivi e proteggersi se si praticano attività a rischio come la caccia e il tiro a segno”.

Differente è invece la valutazione che riguarda l’inquinamento acustico ambientale, configurabile “già in presenza di immissioni di livelli superiori a 40 dB(A) durante la notte e 50 dB(A) durante il giorno”. Inoltre è stato rilevato che l’esposizione cronica a rumore può dar luogo a una serie di altri effetti non legati prettamente a un danno dell’apparato uditivo: problemi psicologici e comportamentali, disturbi del sonno, aumento della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca, interferenza con la comunicazione verbale e la cosiddetta sindrome da stress, legata all’esposizione continuativa a rumori che stanno tra i 65 e 70 dB(A).

Giuseppe Taino, dell’Unità Operativa Ospedaliera di Medicina del Lavoro dell’Istituto Scientifico di Pavia, ha riferito che le indagini condotte dall’Inail pubblicate lo scorso luglio hanno evidenziato che l’ipoacusia da rumore rappresenta la seconda causa di malattia professionale. “Dei circa 6 mila casi emersi nel 2010 il 16% riguardavano lavoratori che operano nel settore dell’industria e dei servizi, con un picco del 25% al Nord-Ovest e al Sud, e l’8% soggetti che sono impiegati nel settore agricolo”.

L’inquinamento acustico ambientale, secondo i dati Ocse, è attribuibile per il 63% al traffico stradale, per il 20% agli impianti industriali, per il 14% al traffico aereo e per il 6% a quello ferroviario.

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