Cose non facili da sapere: essere ben informati ci aiuta nelle scelte quotidiane – Capitolo di ‘Guida al Vivere Vegan’

Può capitare di dare per scontato che alcuni prodotti o servizi siano adatti ai vegan, ma non sempre è così. Ecco allora cosa occorre sapere – e anche quello che non è facile sapere – per mettere in pratica il vivere vegan. Bisogna tenere conto delle abitudini e dei servizi che ogni paese offre. Dato che è difficile per noi qui prendere in considerazione il mondo intero, ci riferiremo soprattutto a come mettere in pratica il veganismo in Italia, paese che conosciamo meglio.

È comunque utile fare una premessa che vale per ogni luogo: vivere senza sfruttare gli animali può essere molto semplice e alla portata di tutti. Forse non per gli Eschimesi, ma si tratta di minoranze che vivono una vita estrema. Noi occidentali non viviamo sui ghiacci o nel deserto, ma su terre verdi e rigogliose (almeno per ora, se non distruggiamo tutto). Quindi, non abbiamo proprio scuse.

Prima di addentrarci nei consigli di tipo più pratico, ci sono alcune questioni utili da sapere che riguardano le fasi di produzione. In molti casi i processi di lavorazione di molte categorie di prodotti comprendono ingredienti animali che non è obbligatorio dichiarare in etichetta (che solitamente riporta quelli di maggior rilevanza), rendendo il prodotto finale non adatto ai vegan. Queste fasi possono riguardare la coltivazione, la lavorazione, il confezionamento.

È importante fare chiarezza sull’uso della parola vegan. Se affermiamo di essere vegan, intendiamo definirci persone che non discriminano secondo la specie (ogni specie ha pari importanza) e che nella vita di tutti i giorni cercano di agire in modo consapevole, evitando azioni e acquisti che comportino lo sfruttamento degli altri animali, delle altre persone e dell’ambiente. Affermando che un certo prodotto è vegan o vegan-friendly, dobbiamo riferirci a un prodotto che per tutto il processo di lavorazione non ha contemplato lo sfruttamento di animali, e su questo non possono esserci vie di mezzo. È vero che oggi domina la complessità ed è spesso difficile rintracciare eventuali danni che un prodotto o un servizio possono aver causato agli animali, ma questa complessità non deve essere una scusa per evitare di affrontare la questione, anzi, può essere uno stimolo per informarsi sempre su tutto.

Qui di seguito elenchiamo alcuni procedimenti che solitamente sono taciuti, con la conseguenza che molti prodotti definiti “vegan” in realtà non lo sono. Tutto ciò non deve scoraggiarci: bisogna andare avanti cercando di fare sempre il possibile ed essere sempre ben informati.

La questione dei concimi
Chi direbbe che una lattuga può non essere adatta a un vegan? Se è stata coltivata con l’ausilio della chimica o con concime animale (anche se biologico) in teoria non lo è, perché il processo di coltivazione ha previsto l’uso di derivati animali o il loro sfruttamento. Per esempio, i prodotti chimici possono essere testati su animali, oltre al fatto che sono inquinanti e possono danneggiare l’ambiente e compromettere la salute di chi lo abita.

Molti concimi sono composti da derivati degli allevamenti e da scarti di macellazione.
Fra questi troviamo le deiezioni: per esempio, la pollina proviene dagli allevamenti dei polli ed è la lettiera – ossia le feci – raccolta alla fine del processo di produzione dei volatili, quando sono mandati al macello. Alcuni composti inoltre possono comprendere una o più di queste sostanze: sangue, ossa, unghie, zoccoli, corna, lana e altro ancora.

Concimare con questi scarti è certamente una pratica molto antica: un tempo sostanzialmente significava recuperare tutto l’organico che una famiglia – umani e non umani compresi – produceva. Anche le feci e l’urina degli umani venivano utilizzati nell’orto! Parliamo di tempi comunque lontani, anche se ancora adesso, in alcune case di campagna, viene installato un manufatto adatto alla raccolta delle deiezioni umane denominato “compost-toilet”. Oggi però la stragrande maggioranza delle materie per il compost arriva dagli allevamenti, biologici e non. E per noi vegan poco importa il fatto di considerarli scarti, perché in realtà incidono sul processo produttivo sia economicamente che a livello di gestione. Negli allevamenti o nei macelli, invece di buttare e pagare per smaltire tali sostanze, è sicuramente redditizio riuscire a venderle e a farci degli utili, che possono incidere sul prezzo finale soprattutto di prodotti quali carne, latte, uova. Per tornare alla nostra lattuga, è quindi bene sapere che potrebbe essere cresciuta con l’aiuto di sostanze derivate dall’allevamento di animali.

Una lattuga nutrita con sangue è una cosa a dir poco stridente. Anche il compost che proviene dalla raccolta differenziata delle nostre città può contenere scarti animali e chissà cos’altro! Questo non vuole essere facile allarmismo, solo teniamo conto della realtà delle cose. Oggi è raro trovare aziende agricole che garantiscano una produzione senza l’utilizzo di concimi di derivazione animale, semplicemente perché in Italia la domanda ancora non esiste. I vegan non sono ancora abbastanza numerosi per influenzare l’offerta di mercato, ma è importante cominciare a farsi sentire ricordando che all’estero esistono già esempi di questo genere di coltivazione. Si tratta della coltivazione cosiddetta “veganic”, cioè biologica e dissociata dall’uso di prodotti animali con certificazioni specifiche. Questo tema sarà meglio approfondito nella seconda parte nel paragrafo dedicato alla coltivazione veganic.

I processi di produzione
Leggere le etichette per sapere se un prodotto viene realizzato con l’uso di sostanze animali non è sufficiente, perché i processi di produzione possono prevederne l’uso senza che esse siano dichiarate. Infatti, fra gli ingredienti effettivi possono esserci sostanze di origine animale in quantità minime così che non occorre specificarle sull’etichetta (spesso negli alimenti rientrano sotto la voce “aromi”) o perché possono essere impiegate nei processi produttivi; ancora, per oggetti o accessori possono essere presenti rifiniture in pelle o pelliccia o l’uso di colle di derivazione animale. Per entrare nel dettaglio, facciamo l’esempio del vino. Alcune aziende produttrici utilizzano nella lavorazione di certi vini delle colle proteiche, ossia derivati animali come l’albumina e l’albume dell’uovo, la caseina del latte, le gelatine ottenute dalle ossa e dalla pelle del maiale, la colla di pesce, le albumine del siero sanguigno, prodotti a base di chitina (guscio dei crostacei). Per ovviare all’impiego di questi prodotti è possibile servirsi di bentonite (un minerale), carboni vegetali e proteine vegetali (a tal proposito sarebbe utile una certificazione vegan sull’etichetta).

Ingredienti di derivazione animale possono nascondersi anche nel pane e nei prodotti da forno, che possono contenere strutto e/o latte. Anche nell’impasto della pizza del ristorante o di quella al taglio, può esserci del latte o dello strutto. Altro ingrediente molto diffuso è la gelatina animale, conosciuta come colla di pesce. Utilizzata come addensante, può derivare dal pesce, ma è sempre più comunemente ottenuta dalla cotenna di maiale, e dalle ossa e cartilagini di bovino. Queste gelatine finiscono in diversi prodotti alimentari (caramelle, dolci, birra). Dagli scarti della macellazione dei bovini si ricava anche il sego bovino, adoperato soprattutto nei saponi.

In modo assolutamente insospettabile troviamo prodotti animali persino in buste di plastica, gomme per auto e biciclette, strumenti musicali, biocarburanti, shampoo, balsamo per capelli, dentifrici, preservativi (che possono contenere la caseina, derivata dal latte), zucchero raffinato. In quest’ultimo la cenere di ossa purificata può essere utilizzata nei filtri per la raffinazione.

La coltivazione di alcuni prodotti vegetali può causare la distruzione dell’ambiente e la morte di animali selvatici. Questo è avvenuto anche in Italia: i campi coltivati di adesso, in precedenza erano terre incolte, dove gli animali trovavano rifugio. Ma questo avviene ancora oggi, attraverso i piani regolatori o addirittura atti illegali, quando per esempio si incendiano dolosamente i boschi per ricavarne terreni coltivabili, da destinare all’allevamento oppure all’edificazione. Da qualche anno è sotto i riflettori l’olio di palma: uno dei maggiori oli vegetali prodotti nel mondo, è accusato di causare la distruzione delle foreste pluviali e la morte (estinzione) di oranghi in Asia e di grandi scimmie in Africa.

Oggi questo olio sostituisce i grassi di derivazione animale in molti prodotti alimentari (biscotti, margarina, prodotti da forno confezionati, creme spalmabili, panna da montare ecc.) e viene usato anche nei cosmetici. Con un po’ di attenzione (e a noi vegan non manca) è possibile approvvigionarsi di olio di palma sostenibile certificato Cspo (Certified Sustainable Palm Oil) dall’associazione non profit Roundtable on Sustainable Palm Oil (Rspo), e soprattutto cercare di indirizzare le aziende in questa direzione. Con la certificazione Rspo l’organizzazione che opera nella filiera dell’olio di palma dimostra il proprio impegno per la sostenibilità, proteggendo le comunità e l’ambiente circostante e la sua biodiversità.

Pur essendo vegetale, non può lasciarci tranquilli neanche il tartufo, perché può essere coltivato, ma anche essere raccolto con l’utilizzo di cani o maiali allevati e addestrati allo scopo.

In conclusione, in mancanza di una certificazione specifica vegan, che contempli la filiera completa del prodotto e degli ingredienti, non è facile avere informazioni esaurienti se non direttamente dalle aziende. È quindi utile aggiornare di volta in volta la nostra lista, poiché i prodotti e le politiche aziendali cambiano nel tempo (Registration, Evaluation and Authorization of Chemicals), che impone di testare tutte le sostanze chimiche immesse sul mercato.

Leggere le etichette
La lettura delle etichette non è sempre facile. Spesso sono scritte con caratteri piccolissimi, con troppe voci e alcune anche di difficile comprensione. Una soluzione per non rischiare di comprare un prodotto non vegan è evitare prodotti con troppi ingredienti o comunque con ingredienti sconosciuti. Fra tutti segnaliamo per esempio il colorante rosso carminio, definito dalla sigla E 120, ottenuto dalle uova e dai corpi delle femmine di Coccus Cacti o cocciniglia, un insetto che si nutre delle sostanze delle pale dei cactus.

Ci sono dei veri e propri allevamenti soprattutto in Perù, Canarie, Spagna, Messico. Il colorante è impiegato soprattutto negli alimenti (bevande, alcolici, caramelle ecc.), in cosmetica (rossetti, ombretti, fard) e in minima parte nella tintura dei tessuti per il suo costo elevato. Come regola generale, consigliamo di fare attenzione alle diciture un po’ ingannevoli che possono far sembrare il prodotto etico o che comunque hanno un richiamo all’idea di prodotto naturale, ma che in realtà non certificano l’esclusione di derivati animali.

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