Bronchiti: “gli antibiotici non servono e aggravano un problema mondiale”

“La maggior parte delle bronchiti acute (cioè con tosse che può durare fino a 4 settimane) è causata da virus, contro cui l’uso di antibiotici è irrazionale per definizione”. È quanto spiegano in un articolo il Dott. Alberto Donzelli, Specialista in Igiene e Medicina Preventiva, ed il Dott. Emilio Maestri, Specialista in Endocrinologia e Medico di MG, facendo riferimento al Rapporto OsMed 2015 dell’AIFA in cui si afferma che: “è da considerarsi generalmente inappropriato il ricorso a cefalosporine iniettive e fluorochinoloni nei pazienti con bronchite acuta… vista l’eziologia prevalentemente virale”.

Le infezioni batteriche delle vie respiratorie con tosse non hanno un decorso molto diverso da quello delle più comuni infezioni virali: si risolvono entrambe in una settimana circa i sintomi peggiori, e impiegano in media soltanto un paio di giorni in più per una completa scomparsa dei sintomi.

“L’aumento delle resistenze antibiotiche spiegano Donzelli e Maestri – è un problema mondiale sempre più grave, e si può evitare di ‘trattare preventivamente’, disponendo di uno strumento semplice e valido per distinguere una polmonite (che di norma richiede antibiotici) da una semplice bronchite. Nei pazienti con sintomi di infezione delle basse vie respiratorie, in assenza di diagnosi clinica certa di bronchite rispetto a polmonite, è utile fare un semplice prelievo di sangue per dosare la PCR”.

L’ultimo rapporto sulla resistenza agli antibiotici realizzato dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) rileva che il problema resta alto in Europa e ciò rappresenta forte allarme poiché mette in pericolo la salute umana e animale.

Secondo il report i batteri negli uomini, negli animali e negli alimenti continuano a mostrare resistenza agli antimicrobici più diffusamente utilizzati. Il report evidenzia che i livelli di resistenza antimicrobica in Europa continuano a variare per regione geografica, con i paesi del Nord e dell’Ovest dell’Europa che presentano livelli di resistenza generalmente inferiori rispetto a quelli del Sud e dell’Est.

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