Biogas, attenzione a chiamarla ‘energia pulita’

Cereali da trasformare in elettricità: i vantaggi per i produttori sono enormi. Frutto di incentivi molto generosi e mal calibrati. Ma sono in aumento le voci critiche contro una tecnologia che, se usata male, può aprire le porte a una frontiera della speculazione.

Produrre cibo per dargli fuoco: in periodi di crisi alimentare già l’idea dovrebbe far sgranare gli occhi. Eppure è quanto avviene, sempre più spesso, nei campi italiani. Dove la difficoltà di far quadrare i conti spinge gli agricoltori a sposare la via delle coltivazioni destinate a biogas. In alcune aree il fenomeno ha raggiunto livelli impressionanti: «A Bagnoli – denunciava l’estate scorsa l’associazione “Il Moraro” – abbiamo tre impianti di biogas e nella Bassa Padovana si coltiva ormai quasi esclusivamente per alimentarli. Ben 800 ettari di mais prodotti per essere distrutti. Uno schiaffo a chi muore di fame e un business in cui i profitti sono garantiti solo grazie ai contributi statali e comunitari».

Drogati dagli incentivi
I dubbi di molti ambientalisti sono in effetti confermati dagli esperti. Gli impianti di biogas in dieci anni sono praticamente decuplicati. «E la maggior parte – spiega Giovanni Carrosio, docente di Sociologia del territorio all’Università di Padova – hanno una potenza inferiore a 999 KWe». Non è un caso: la potenza degli impianti è infatti legata a filo doppio al sistema di incentivi in vigore nel nostro Paese. «Gli impianti di potenza inferiore al megawatt hanno diritto a ricevere 28 centesimi per ogni chilowattora prodotto (circa tre volte quanto si paga per l’energia prodotta “normalmente”, ndr). Oltre entrerebbero nel sistema dei certificati verdi».

Ma per ottenere gli incentivi non fa alcuna differenza il materiale utilizzato nelle centrali. «Un errore madornale – prosegue Carrosio – perché in questo modo non si spinge un’impresa agricola a realizzare un impianto per smaltire gli scarti agricoli e le deiezioni animali prodotte nella propria azienda. Si incentiva invece una conversione delle coltivazioni. Dall’agricoltura alimentare a quella energetica». Un’analisi dei dati conferma questo sospetto: su 532 impianti a biogas agricolo, almeno 293 impianti utilizzano una quota di mais al loro interno. Di questi, il 12% impiega solo mais. «Per soddisfare una potenza di 999 chilowatt elettrici (l’unità di misura con cui si calcola la potenza elettrica di un impianto, ndr) – spiega Carrosio – occorrono 200 ettari di mais ciascuno. Moltiplicato per i 293 impianti, abbiamo 58 mila ettari di mais. In pratica oltre mezzo milione di tonnellate di mais coltivato in Italia è destinato a essere bruciato a scopi energetici».

Una situazione ben diversa dal sistema virtuoso che pure il biogas, se usato bene, potrebbe garantire: «L’assetto attuale – concorda il preside della facoltà di Agraria della Statale di Milano, Dario Frisio – è drogato dagli incentivi. Se non ci fossero, degli attuali 500 impianti ne rimarrebbero al massimo qualche decina. Di certo questo è un invito a nozze sia per i proprietari degli impianti sia per gli agricoltori. Questi ultimi possono vendere in blocco tutta la loro produzione di mais, trattenendosi il premio unico aziendale concesso dalla Pac e guadagnando con il contratto di remunerazione del biogas». In pratica, si trasformano in produttori di energia. Dal loro punto di vista, un modo per sopravvivere alla crisi del settore agricolo.

Ma, a livello di sistema, gli aspetti preoccupanti sono più di uno. Lo spiega chiaramente Carlo Petrini, fondatore di Slow Food: «In primo luogo, si sottrae cibo a uomini e animali per produrre energia. Inoltre, la monocoltura di mais impoverisce i terreni, aumentando la necessità di concimi chimici costosi. Infine, chi produce energia può permettersi di pagare affitti dei terreni ben più alti, andando a danneggiare gli agricoltori che usano la terra per l’agricoltura alimentare e per l’allevamento».

Metodi alternativi
Una soluzione tutto sommato facile da applicare per fortuna esiste. «Bisogna rimodulare gli incentivi» spiega Carrosio. «In Germania, ad esempio, più fai piccolo l’impianto, più sono alti i contributi. In questo modo si scoraggia la costruzione di strutture troppo grandi. Inoltre, i contributi vanno legati all’utilizzo di sottoprodotti agricoli, come reflui, deiezioni e scarti agricoli, e non alle materie prime. Infine, bisogna costringere a recuperare l’uso del calore prodotto dall’impianto che oggi finisce per buona parte in atmosfera». In caso contrario una tecnologia nata per essere pulita rischia di trasformarsi nell’ennesima Mecca per gli speculatori. Arrivando a un paradosso: a seconda degli impianti, per seminare, coltivare, raccogliere e trasformare il mais in biogas si può finire per consumare più energia di quella che si produce.

QUANTA ENERGIA PER PRODURRE ENERGIA: BOLZANO PROVA A CALCOLARLA
Dareste via dieci pannocchie per averne indietro otto? La risposta sembrerebbe lapalissiana. Ma attenzione prima di rispondere no. Perché se poi poteste vendere le otto pannocchie a tre volte il loro valore di mercato, la risposta molto probabilmente sarebbe diversa. Questo è più o meno quello che succede con gli impianti di biogas. Perché spesso ci si concentra sui chilowattora prodotti dall’impianto ma non si prende in considerazione quanta energia serve per arrivare a produrli.

«In molti casi – denuncia Giovanni Carrosio – il bilancio energetico degli impianti non è positivo, ma questo è un aspetto che poche volte viene evidenziato». Quando si calcola la produzione di energia di un impianto infatti si dovrebbe sottrarre l’energia consumata per coltivare il mais, irrigare il campo, alimentare i trattori per la raccolta e per il trasporto del materiale. Solo così si può avere un’idea esatta di quale sia l’apporto dell’impianto. Uno studio interessante, in tal senso, lo ha svolto la Provincia di Bolzano, focalizzando l’attenzione su tre dei 31 impianti presenti sul territorio: un piccolo impianto agricolo aziendale, uno di media taglia e un impianto per la trasformazione dei rifiuti solidi urbani.

I calcoli sul rendimento elettrico delle tre centrali indicano, rispettivamente, una percentuale del 39, 42 e 37%. «In pratica, il bilancio energetico ci dice che per produrre un kWh se ne consuma circa 0,6» spiega Carrosio. E i tre impianti considerati nella ricerca sono da considerarsi “virtuosi” perché non utilizzano materie prime ma scarti. «Se facessimo un calcolo del bilancio energetico degli impianti da 999 kWe alimentati soprattutto da mais e altri cereali, i risultati sarebbero ben peggiori». A quel punto, giustificare i forti incentivi dei quali godono diventerebbe ancor più faticoso.

Fonte: valori

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