Big Pharma, l’ingordigia rende ciechi

Due farmaci entrambi efficaci. Uno costa un decimo dell’altro ma il suo uso è molto limitato. Una maximulta dell’Antitrust a Roche e Novartis e una decisione del Consiglio Superiore della Sanità non sono bastate per cambiare le cose. Sullo sfondo, relazioni (azionarie) pericolose.

Nel mondo dell’industria farmaceutica, la sensazione odiosa che vinca sempre il banco è dietro l’angolo. Anche se dalla propria parte si possono vantare un pronunciamento del Consiglio Superiore di Sanità, una sentenza dell’Autorità Antitrust e una decisione dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Alla base di questa storia ci sono due case farmaceutiche elvetiche (la Roche e la Novartis), due farmaci (Avastin e Lucentis), una società di ricerca di medicinali biotecnologici (la californiana Genentech), l’Agenzia del Farmaco italiana (Aifa) e 125mila pazienti colpiti ogni anno da una malattia piuttosto frequente soprattutto in età avanzata: la maculopatia retinica. Una patologia che coinvolge il 30% degli over 75 ma che, in altre forme, coinvolge anche malati diabetici e adulti soprattutto fra i 40 e i 50 anni.

UN INTRECCIO DI AZIONI
La malattia è invalidante, ma curabile, da ormai una manciata di anni. Il merito è di un ricercatore italiano, Napoleone Ferrara, che negli Stati Uniti nel 2004 aveva sintetizzato un farmaco oncologico per il tumore al colon- retto, il bevacizumab. Lo realizza per conto della Genentech e il principio attivo viene commercializzato da Roche, proprietaria al 100% della ditta Usa, col nome di Avastin. Il costo di un trattamento si aggira sui 50mila euro all’anno per paziente. Per caso, Ferrara scopre però un’altra cosa: che l’Avastin funziona anche per le maculopatie. E in quel caso il prezzo di un trattamento sarebbe molto più basso: un’ottantina di euro. Ma Roche non chiede mai la certificazione per curare col suo farmaco anche questa patologia. La Genentech invece crea un  “clone” di Avastin, il ranibizumab, che viene venduto col nome di Lucentis dalla Novartis. Prezzo sul mercato: 660 euro a dose.

Apparentemente incomprensibile la scelta di Roche di non sfruttare il proprio farmaco assai meno costoso. Tanto più che molti medici, pure in assenza di indicazioni specifiche dei produttori, prescrivevano comunque Avastin anziché Lucentis (sfruttando il diritto di somministrare farmaci off label, ovvero al di fuori delle prescrizioni “ufficiali”. Quasi autolesionista, poi, la richiesta fatta all’Agenzia europea per i medicinali (Ema) di specificare nel foglietto illustrativo del proprio prodotto che avrebbe potuto causare possibili complicazioni in caso di iniezioni intraoculari (scelta che spinge l’Aifa a vietare l’uso off label dell’Avastin in favore del Lucentis): l’effetto collaterale infatti si potrebbe verificare con qualsiasi tipo di farmaco iniettato nell’occhio. Ma la mossa appare meno illogica se si legge la sentenza con cui, nel febbraio 2014, l’Antitrust italiana ha inflitto 180 milioni di euro di multa alle due aziende svizzere per aver fatto cartello ai danni del Servizio sanitario nazionale (per un aggravio di costi «nel solo 2012, nella misura di quasi 45 milioni»).

Nella sentenza, l’Antitrust chiarisce che il capitale sociale di Roche è «ripartito tra una società del gruppo Novartis detentrice di una quota del 33,3% e altri azionisti minori». Da un punto di vista economico, per i due gruppi è meglio continuare a usare Avastin solo per i tumori e lasciare campo libero a Lucentis in ambito oftalmico.

LE RESISTENZE DELL’AIFA
La via d’uscita ci sarebbe: le istituzioni pubbliche dovrebbero dichiarare validi entrambi i farmaci per la cura delle maculopatie. E in effetti qualcosa di simile avviene: il Consiglio Superiore di Sanità, ad aprile 2014, dichiara che Avastin e Lucentis «non presentano differenze statisticamente significative dal punto di vista dell’efficacia e della sicurezza» e chiede all’Aifa di intervenire «il più presto possibile» per autorizzare l’uso del farmaco meno costoso. L’intervento arriva. Ma è qui che la cosa diviene scabrosa. Perché Aifa autorizza l’uso off label di Avastin solo per un tipo di maculopatia (quella senile) e pone due vincoli: la somministrazione può avvenire solo negli ospedali. E il frazionamento delle dosi di Avastin può essere fatto solo dalle farmacie ospedaliere, che comunque non possono venderlo all’esterno.

Una decisione che ha scatenato l’ira degli oculisti italiani: «Nel mondo l’uso di Avastin sta crescendo. In Austria è usato nel 90% dei casi, negli Usa e Giappone nel 50%. Mentre dal 2012 (anno del divieto di uso off label, ndr) in Italia è crollato del 74%» spiega Matteo Piovella, presidente della Società oftalmologica italiana. «Questa scelta di Aifa è illogica. Danneggia i pazienti e non aiuta nemmeno le casse della sanità pubblica». A dire il vero, l’effetto economico di usare il più costoso Lucentis c’è stato: l’Italia ha speso per trattamenti intravitreali 177 milioni nell’ultimo anno, contro i circa 600 di Francia, Germania e Regno Unito. «Ma abolire i divieti per l’Avastin non sarebbe un danno: il budget oculistico delle strutture pubbliche è comunque fissato. Con Lucentis si curano solo meno pazienti e le liste d’attesa si allungano.
Mentre con l’altro farmaco – osserva Piovella – si potrebbero curare tutti con una decina di milioni».

Fonte: Valori

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