L’approccio ‘slow’ fa breccia in medicina

Niente cure inutili, né uso eccessivo di farmaci, nuovo rapporto con i pazienti, attenzione a tenersi sempre aggiornati. Ridurre i costi sanitari e aumentare la qualità dell’assistenza è possibile

Mai avrei immaginato che la mia scoperta di quarant’anni fa avrebbe provocato un simile disastro sanitario“. Sembra di risentire le riflessioni di Alfred Nobel, in preda al rimorso per aver inventato la nitroglicerina.

Come Nobel, anche Richard Ablin, scopritore del test Psa per il tumore alla prostata, ha sconfessato, dalle colonne del New York Times, l’utilità della propria “creatura”, messa in dubbio da varie ricerche e, infine, scaricata anche dalla United States Preventive Service Task Force, perché costringe a terapie con effetti collaterali enormi (impotenza e incontinenza), appesantisce i costi della sanità (solo negli Usa, per lo screening Psa si spendono tre miliardi di dollari) ed è ritenuta incapace di discernere tra tumori sintomatici e asintomatici.

Ma il dietrofront di Ablin è solo uno degli esempi di un mondo medico che sempre più si domanda se l’uso eccessivo di test, terapie e interventi invasivi non provochi più danni che possibili vantaggi. Clamoroso, in tal senso, un articolo apparso recentemente fra le pagine degli Archives of Internal Medicine, che suggerisce una top five di comportamenti nella medicina interna, per evitare casi di sovradiagnosi e sprechi di soldi.

Suggerimenti shock che intaccano comportamenti finora ritenuti inevitabili:
– bisogna attendere almeno sei settimane prima di prescrivere indagini diagnostiche per il mal di schiena, a meno di sintomi specifici; nelle persone sane le periodiche analisi del sangue sono inutili;
– gli esami cardiologici e gli elettrocardiogrammi in pazienti a basso rischio non sono predittivi;
– contro il colesterolo va evitato l’uso di statine specifiche, perché, rispetto a quelle generiche, costano solo di più;
– la densitometria ossea effettuata su pazienti senza fattori di rischio non migliora la qualità della vita rispetto a chi non si sottopone al test.

Liberarsi dal giogo di mercato
Un approccio per certi versi rivoluzionario. Una svolta all’insegna della sobrietà, che ha spinto anche alcuni medici e operatori sanitari italiani a fondare Slow Medicine, associazione indipendente che si colloca nel grande mondo di Slow Food.
«Ci siamo ritrovati uniti dalla voglia di ritornare a una professione medica libera dalle esigenze di mercato, perché siamo convinti che fare di più, usare troppi farmaci, eccedere in esami non aiuti a combattere le malattie», spiega Antonio Bonaldi, presidente di Slow Medicine e direttore sanitario dell’ospedale San Gerardo di Monza.
«La nostra non è una medicina alternativa. Seguiamo le tecniche tradizionali, ma cerchiamo di applicarle in modo più riflessivo e tenendoci sempre aggiornati con la più recente letteratura medica indipendente». Aggiornamenti essenziali per confutare quelli che i medici slow definiscono “i sette veleni” della medicina moderna. Sette convinzioni finora ritenute oro colato, che vengono però messe in discussione da prestigiose ricerche scientifiche.

Adesioni controllate
A Slow Medicine potranno aderire medici, infermieri, fisioterapisti, ricercatori. Ma l’adesione non sarà libera: «Non vogliamo una campagna associativa selvaggia», spiega Silvana Quadrino, del direttivo di Slow Medicine. «Le domande d’iscrizione dovranno essere accompagnate da brevi curriculum, che saranno vagliati dai soci fondatori e dovranno dimostrare la coerenza con i valori del nostro gruppo». Sono poi in programma campagne di comunicazione rivolte sia ai medici sia ai pazienti, per offrire informazioni corrette, rigorosamente documentate, non soggette alle pressioni delle lobby.

Fonte: valori

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