Così gli allevamenti intensivi distruggono la biodiversità

La produzione intensiva di cibo minaccia il 70% della biodiversità terrestre globale. Gli allevamenti intensivi comportano infatti preoccupanti implicazioni: per nutrire le decine di miliardi di animali allevati ogni anno nel mondo (sono quasi 800 milioni in Italia), è necessario coltivare intensivamente i cereali. Per fare questo e per fare posto a nuovi allevamenti disboschiamo ogni anno una superficie equivalente a quasi la metà dell’Italia. A lanciare l’allarme è Philip Lymbery, direttore internazionale di Ciwf, che ha pubblicato anche in Italia il libro ‘Dead Zone’.

La perdita di habitat è una delle principali cause di estinzione di alcune specie iconiche, come il giaguaro in Brasile. Lo stesso destino riguarda l’Elefante di Sumatra, che oggi si contende il territorio con gli abitanti dell’isola per lasciare spazio alle piantagioni delle palme da olio, il cui nocciolo viene utilizzato come mangime per le vacche e i suini, e di cui l’Ue è fra i primi importatori.

Come scrive Lymbery, gli animali selvatici stanno scomparendo ad una velocità che è 1000 volte quella che sarebbe normale. Secondo la Fao i suoli a livello globale saranno fertili ancora per soli 60 raccolti.

Gli impatti devastanti degli allevamenti intensivi, ha spiegato Annamaria Pisapia direttrice di Ciwf Italia Onlus, “sono ancora poco noti al grande pubblico, anche in Italia. Per questo siamo felici che anche gli italiani possano avere la possibilità di conoscere quanto un’industria sempre più globalizzata stia minacciando la nostra capacità di produrre cibo in futuro”.

“Scenari preoccupanti in cui il nostro Paese è profondamente coinvolto, che possono trovare una svolta positiva solo con un consumo consapevole, che riduce sensibilimente il consumo di carne, adotta alternative vegetali e acquista solo prodotti da animali allevati con alti livelli di benessere e che hanno quindi un minore impatto sulla nostra salute e sull’ambiente.”

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