Agricoltura biologica per un sistema alimentare sostenibile

“L’agricoltura biologica ha il potenziale per contribuire alla sicurezza alimentare sostenibile, migliorando l’assunzione di nutrienti e sostenendo le condizioni di vita nelle zone rurali, allo stesso tempo riduce la vulnerabilità al cambiamento climatico e migliora la biodiversità. Le pratiche sostenibili connesse all’agricoltura biologica sono relativamente alta intensità di manodopera.

L’agricoltura biologica utilizza fino al 50% in meno di energia da combustibili fossili rispetto all’agricoltura convenzionale e le pratiche comuni, tra le quali la rotazione delle colture biologiche, l’applicazione di concime ai campi vuoti, e il mantenimento di arbusti perenni ed alberi nelle aziende agricole, stabilizzano anche i suoli e migliorano  la ritenzione idrica, in modo da ridurre la vulnerabilità agli eventi  atmosferici. In media, le aziende biologiche hanno il 30% in più di biodiversità, compresi gli uccelli, insetti e piante, di quel che hanno le aziende agricole convenzionali”.

È quanto sostiene un nuovo rapporto del Worldwatch Institute “Organic Agriculture Contributes to Sustainable Food Security” che esamina la crescita di pratiche biologiche agricole nel mondo ed il loro impatto sulla sicurezza alimentare e l’ambiente.

Le due autrici del rapporto scrivono che a partire dal 1999 la superficie coltivata biologicamente si è espansa ed è più che triplicata: 37 milioni di ettari di terreno sono ora coltivati con metodi organici, compresi i terreni che sono in fase di conversione dalle tradizionali pratiche agricole.

Il continente con la maggiore quantità di terra coltivata biologicamente è stata l’Oceania: in Australia, Nuova Zelanda e nei piccoli Stati insulari del Pacifico nel 2010 venivano coltivati biologicamente 12,1 milioni di ettari, in Europa 10 milioni di ettari ed in America Latina 8,4 milioni di ettari. L’Africa ha il 3% dei terreni agricoli biologici certificati del mondo,  con poco più di 1 milione di ettari certificati, L’Asia il 7%, per un totale di 2,8 milioni di ettari.

Intanto un’altra recente ricerca scientifica mette in guardia dal cibo coltivato in città: da Roma a Washington, da Berlino a Parigi e a Londra. Il cibo coltivato in orti da città infatti può essere pericoloso per la presenza di metalli pesanti in maggiori concentrazioni rispetto a quelli provenienti dalle campagne e che arrivano sugli scaffali dei supermercati.

Lo studio è stato condotto dal Dipartimento di ecologia dell’Università tecnica di Berlino in collaborazione con l’Orto botanico dell’Università nazionale di Khmelnitsky in Ucraina.

I ricercatori hanno svolto anche un confronto tra la salubrità degli ortaggi autoprodotti per il consumo domestico nel centro città e quelli commercializzati nei supermercati. 

Il contenuto in metalli, in generale, è apparso più alto nei prodotti coltivati in città, in particolare in aree prossime al traffico di veicoli a motore, rispetto a quelli venduti nei supermercati.

Particolarmente interessanti sono i dati associati all’effetto negativo del traffico: il più alto carico di traffico da veicoli complessivo ha incrementato il contenuto in metalli nella biomassa. In tutti gli ortaggi  sono state riscontrate concentrazioni più elevate di piombo se coltivati in siti prossimi a strade con traffico elevato e, nei due terzi dei campioni situati a una distanza inferiore a 10 m da strade ad alto traffico, sono stati superati gli standard di concentrazione, stabiliti dall’Unione europea. Una nota positiva è rappresentata dalla presenza di edifici e di ampie masse di vegetali situati tra la coltivazione e le strade che, fungendo da barriere e da filtro, riducono il contenuto in metalli.

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