Salute

La vita sana non abita più in Italia (ma nessuno ne parla)

Fonte: Valori (Rivista)


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Il nostro Paese ha perso numerose posizioni nella classifica della qualità della salute

L’Eurostat rivela che, a partire dal 2004, il nostro Paese ha perso numerose posizioni nella classifica della qualità della salute. Viviamo di più ma gli anni vissuti senza malattie invalidanti sono sempre meno. Un problema sanitario ed economico. Ignorato però da istituzioni e organi d’informazione.

La notizia, questa volta, è tutta racchiusa in un grafico. Anzi, per la precisione in due curve lunghe più di un decennio che, una volta sovrapposte, mostrano una verità assai scomoda. Che pochi conoscono e pochissimi trovano allarmante. Non che i dati alla base di quei grafici siano rimasti nascosti in qualche polveroso archivio. Tutt’altro. Erano (e sono) pubblici da parecchio tempo. Disponibili in rete e anche nei rapporti ufficiali. Basta sapere dove cercare.


La quantità non è tutto

La fonte del grafico è autorevolissima: Eurostat, l’ufficio statistico della Commissione Europea. I dati sono quelli forniti direttamente dai singoli Stati membri ed elaborati dall’istituto comunitario per monitorare il livello di longevità e degli anni di vita sana nei 27 Paesi dell’Unione. In parole povere: un indicatore quantitativo (quanto si vive) e uno qualitativo (fino a che età si vive senza avere disabilità o malattie che ostacolano le attività quotidiane).
Sul fronte della quantità non sembra ci si possa lamentare. La curva è in crescita più o meno costante da ormai mezzo secolo. Se nel 1960 la vita media in Europa era di 69 anni, nel 2009 ha superato i 78. E in Italia siamo sempre stati sopra la media: l’aspettativa, dai 75 anni del 1985 (prima rilevazione Eurostat per il nostro Paese), è cresciuta fino agli 82 del 2008 (valore medio tra i 79 per gli uomini e gli 84,5 per le donne).
Ma, almeno quando si parla di anni di vita, la quantità è niente senza la qualità e, come osservava già nel 1997 l’allora direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità, Hiroshi Nakajima, «aumentare la longevità senza la qualità di vita è una vittoria di Pirro». L’Healthy Life Years Index (Hly) corre in soccorso degli esperti di tutto il mondo perché fornisce una misura degli anni vissuti liberi dalla disabilità. E in questo caso, purtroppo per il nostro Paese, le notizie positive si fermano al 2003.

2004, il crollo della vita sana
Nel 1995 l’Italia era ai vertici della classifica europea della vita sana. Alla nascita, potevamo sperare di vivere 68 anni senza gravi problemi di salute (66 gli uomini, addirittura 70 le donne). E il primato si è mantenuto tale fino al 2003. Anzi: i valori dell’Hly sono progressivamente cresciuti fino al picco di 72 anni (70,4 anni gli uomini, 74,4 le donne). Nei successivi cinque anni, il tracollo, con il dato maschile sceso a 62 anni e quello femminile sprofondato a poco più di 61. A dire il vero, altri Stati europei evidenziano lo stesso trend negativo. Come la Germania (vita sana femminile da 65 a 57 anni), il Portogallo (da 62 a 57) e il Belgio (da 69 a 63,5). Ma tutti gli altri mostrano andamenti stabili o addirittura in crescita: è il caso della Gran Bretagna e dei Paesi scandinavi, su tutti Svezia e Norvegia, che nel 2009 erano i nuovi leader del gruppo, con oltre 69 anni di vita sana.
Tra l’altro se, invece di considerare i nuovi nati, si prendono gli over 65, i dati, se possibile, peggiorano: «Le tabelle di Eurostat – spiega Valerio Gennaro, epidemiologo dell’Ist (Istituto nazionale per la Ricerca sul Cancro) – evidenziano una cosa molto semplice: nel 2003 una donna italiana di 65 anni aveva di fronte circa 13/14 anni in salute. Nel 2008 si è passati a 7. In appena cinque anni, l’aspettativa di vita sana si è dimezzata».
Ce n’è abbastanza per allarmare i medici, almeno quella (esigua) parte a conoscenza di tali dati, e gli epidemiologi, che, per professione, indagano le cause delle patologie umane. Tanto più che il peggioramento della salute collettiva arriva nonostante in Italia il consumo di farmaci sia in costante aumento da ormai più di dieci anni.
«I nostri bambini e bambine vantavano i migliori livelli di aspettativa di vita sana fino al 2004. Poi la drastica flessione», denuncia Gennaro. «Nei comunicati stampa e nei mass media si parla solo dell’allungamento della vita media, ma si ignora o si sceglie volutamente di omettere il dato della qualità della nostra salute. L’incrocio dei dati Eurostat ci dice che, a conti fatti, ogni anno guadagniamo tre mesi in longevità, ma ne perdiamo 30 in termini di salubrità. Questi crolli non sono possibili in una società che effettivamente progredisce. Vogliamo chiederci il motivo di un così marcato passo indietro?».

Un problema anche economico
Il problema, tra l’altro, non è limitato al solo (pur fondamentale) aspetto sanitario. Ma ha ricadute dirette e ingenti sulle casse statali (che destinano alla spesa sanitaria 110 miliardi all’anno, oltre il 7% del Pil) e sui costi delle aziende italiane. Un numero minore di anni passati senza patologie invalidanti significano meno ore di lavoro, più giorni di malattia, minore produttività, maggiori costi sanitari per visite, esami diagnostici, ricoveri e interventi chirurgici.
Impossibile non pensare anche alla ricaduta che questa situazione potrebbe avere sull’impatto della riforma pensioni appena varata dal governo Monti. Una preoccupazione nient’affatto peregrina. Basta leggere l’ultimo Rapporto sullo stato sanitario del Paese, presentato a metà dicembre dal neoministro della Salute, Renato Balduzzi, per capire che gli stessi esperti del ministero si pongono tale dubbio: «In un’ipotesi di innalzamento dell’età pensionabile – si legge a pagina 21 del rapporto – sarebbe necessario sapere se le persone godono di buona salute e se sono fisicamente ancora in grado di lavorare». In parole povere: pensare di mandare in pensione a 70 anni uomini e donne che possono attendersi di viverne in modo sano quasi dieci in meno, rischia di essere impossibile. E ciò che si risparmia di pensioni può consumarsi in maggiori spese mediche.

Da qui la richiesta degli esperti: «Iniziamo subito a studiare le cause di questo fenomeno», auspica Giovanni Ghirga, pediatra dell’Isde (Associazione medici per l’ambiente). «Ci sono responsabilità politiche, economiche, sociali da individuare. Ma se non si inizia ad ammettere l’esistenza del problema non si può passare ad analizzare i fattori scatenanti. Tanto più che è legittimo supporre che gli ultimi anni di recessione economica abbiano peggiorato un quadro già a tinte fosche».
I dati presentati da Eurostat si fermano, infatti, al 2009 (per l’Italia, unico tra gli Stati Ue a eccezione della Gran Bretagna, l’ultimo dato utile è del 2008).
Il fatto che, nonostante le nostre ripetute richieste di commento, né il ministero della Salute né l’Istituto Superiore di Sanità abbiano voluto rilasciare dichiarazioni, non è di certo il migliore dei segnali possibili. «Purtroppo – considera sconsolato Ghirganon parlare di questo fenomeno fa comodo a enormi interessi industriali che da una popolazione sempre più malata possono solo trarre vantaggio».



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