Denuncia sanitaria

La violenza contro i medici non migliora la Sanità

Fonte: Repubblica.it


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Gli atti di violenza nei confronti di medici e infermieri sarebbero circa tremila l'anno, dei quali 1200 denunciati. E sarebbero in crescita

Lavorare da medico, da infermiere, negli avamposti della salute pubblica - come i Pronto soccorso, per fare un esempio - sta diventando rischioso. Con un evidente paradosso: una persona che si impegna per salvare la vita degli altri, vede invece minacciata la propria esistenza. E non c'è soltanto la paura in agguato, perché se ti accade di essere aggredito mentre stai facendo il tuo lavoro in modo convinto, pulito, responsabile, le certezze che avevi finiscono anche queste al Pronto soccorso, ti crolla il mondo. Vieni preso a pugni e calci e schiaffi non tanto perché sei responsabile di azioni negligenti e pericolose verso un paziente, ma soltanto perché sei di turno, e sei capitato al lavoro nel momento sbagliato, quando l'ira di un parente di una vittima di malasanità deve sfogarsi su, contro qualcuno: "Se mio figlio, se mio padre sta male e peggiora, la colpa è tua, medico, e io te la faccio pagare". E di fronte a simili reazioni, c'è scarsa difesa, perché a volte ti senti oggettivamente responsabile.

 

Gli episodi di vendetta, diretta o trasversale, sembrano moltiplicarsi. Come spiega bene un comunicato della Fnomceo, "nei giorni scorsi a Napoli, una dottoressa del 118, Mariolina Longo, è stata aggredita, insieme ad altri operatori del 118, e presa a schiaffi, pugni e sputi dai parenti e amici di una coppia caduta dal motorino, che stava soccorrendo; a Roma, all’ospedale Sant’Andrea, un uomo in preda all’ira, padre di un ricoverato, si è scagliato contro la dottoressa di turno minacciandola di morte e stringendole le mani al collo; a Palese, in provincia di Bari, un intero equipaggio del 118 è stato tenuto sotto scacco da un paziente armato di katana, riuscendo a sfuggire per miracolo alla sua furia".

 

Gli atti di violenza nei confronti di medici e infermieri sarebbero circa tremila l'anno, dei quali 1200 denunciati. E sarebbero in crescita. Una situazione che non può non preoccupare, perché ci riguarda e ci coinvolge tutti. L'operatore sanitario impegnato nei "posti di frontiera" della Sanità, deve poter lavorare serenamente. Se invece lavora in una condizione di paura, di minaccia, può mettere davvero a repentaglio la salute dei ricoverati: assistere un malato in un'emergenza richiede certamente professionalità. Però anche una forte serenità psicologica. Se questa manca è un guaio.

 

È dunque giusto denunciare gli atti di violenza, chiedendo maggiore attenzione da parte delle istituzioni e dei cittadini. Eppure bisogna andare oltre i fatti nudi e crudi della cronaca. Per cercare di capire cosa c'è dietro un'aggressione da parte di un parente esasperato. E cosa c'è dietro il lavoro del personale sanitario.

 

Sulla prima questione è evidente che abbiamo all'origine un enorme buco nero: la malasanità. Gli episodi che provocano la morte di un paziente, un peggioramento delle sue condizioni, una menomazione permanente, sono tanto frequenti da far perdere il conto a qualsiasi contatore del dolore. Sappiamo solo che le vittime sono migliaia e migliaia e non poche delle morti sarebbero evitabili. Se ad un condizione strutturale che mette a rischio la salute dei cittadini, aggiungiamo i comportamenti criminali - o presunti tali - si disegna un quadro a tinte molto fosche.

Nei giorni passati sono stati arrestati ai domiciliari quattro dirigenti medici di fama - assunti negli ospedali milanesi Galeazzi e Pini - che hanno approfittato della loro possibilità decisionale per lucrare sui dispositivi medici, e si sarebbero fatti corrompere. Si tratta solo di ruberie? No, perché avrebbero danneggiato perennemente alcuni pazienti con operazioni inutili, come è stato denunciato ai media. Se veri, sono comportamenti da delinquenti. Che possono alimentare la rabbia dei malati. I quali, è bene ricordarlo sempre, si mettono con fiducia nelle mani dei curanti: se questa fiducia viene tradita, scatta la rassegnazione, la depressione. E a volte la violenza. Che non si giustifica, voglio ripeterlo. Ma che tuttavia affonda le radici in un malessere reale.

 

Ed è qui che bisogna intervenire. A fondo. Perché la malasanità non è solo conseguenza di mancanza di attenzione, di insipienza, di scarsa professionalità del personale medico-sanitario, bensì delle condizioni generali, e spesso inaccettabili, nelle quali si lavora. In particolare nei settori di emergenza. Se manca il personale, se non ci sono posti letto, se le sale di pronto intervento sono interamente occupate, l'emergenza sanitaria si può trasformare in un dramma, in una tragedia familiare. Che scatena facilmente la reazione violenta di chi subisce.

 

Sono sicuramente importanti i richiami al senso di responsabilità collettivo, gli appelli al buon senso, le condanne senza ambiguità delle aggressioni, gli inviti alla "alleanza terapeutica" (invocata dalla Fnomceo), tra cittadini e medici. Però chi decide sulla Sanità pubblica non può e non deve fermarsi alla superficie. È troppo comodo lavarsi le mani con un comunicato di solidarietà ai medici aggrediti (peraltro, i pazienti vittime di malasanità non meritano mai dei comunicati indignati?), lasciando però che i problemi strutturali si risolvano con il tempo. Non è così. Non può essere così. Soprattutto dentro un Sistema sanitario sempre più povero. Ma questo è un altro discorso.

 



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