Alimentazione

Viaggio nell’olio d’oliva. Una bottiglia insostenibile

Fonte: Valori (Rivista)


CATEGORIE: Alimentazione , Etica

oli oliva
Il reparto dedicato all’olio nei supermercati è una babele in cui è difficile districarsi

In una gara al prezzo più basso, anche a causa di una concorrenza internazionale spietata, a pagarne le spese sono i piccoli produttori italiani e la qualità dell’olio. Ma i consumatori non badano a cosa mangiano.


Scaffali colmi di bottiglie di tutte le forme, i colori e i prezzi. Il reparto dedicato all’olio nei supermercati è una babele in cui è difficile districarsi. Solo per l’extravergine d’oliva si possono trovare più di 70 marche, con prezzi che vanno dai 2,70 ai 10 euro al litro, senza considerare le promozioni. «Non si può dire che la qualità sia proporzionale al prezzo, ma certamente se un extravergine costa 2,70 euro al litro c’è qualcosa che non va. Di certo non è italiano ed è possibile che non sia neanche extravergine», risponde Benedetto Orlandi, responsabile del settore Olio di Coldiretti. Oggi in Italia un litro di extravergine viene pagato al produttore in media 3 euro. «Aggiungendo i costi di imbottigliamento, etichettatura, trasporto e i margini di intermediazione - spiega Orlandi - non potrebbe essere venduto al dettaglio a meno di 6 euro al litro». Un altro capitolo spinoso riguarda i prezzi all’ingrosso.
Quei 3 euro al litro (in aumento dai 2,72 del 2009) permettono ai produttori di guadagnare? L’Ismea (l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) ha fatto i conti in tasca agli olivicoltori italiani. E il risultato è tutt’altro che rassicurante.

Costi alti e prezzi bassi
«Negli ultimi quattro anni i prezzi all’origine dell’olio d’oliva sono calati drasticamente e, contemporaneamente, sono aumentati i costi di produzione», spiega Tiziana Sarnari dell’Ismea. È un settore complesso, dove i costi di produzione possono variare di molto a seconda della zona di coltivazione (ripidi pendii o pianura) e delle tecniche agricole usate (la raccolta a mano, per esempio, costa anche tre volte di più rispetto a quella con le macchine). L’Ismea ha calcolato che, considerando tutte le fasi di gestione di un uliveto (potatura, eventuale irrigazione, trattamenti fitosanitari), la raccolta e la spremitura, produrre un litro d’olio extravergine può costare a un olivicoltore italiano tra i 3,2 e i 9,6 euro (riferiti al 2009), senza considerare imbottigliamento ed etichettatura, che farebbero salire il costo almeno di 1 euro al litro. Si raggiunge una cifra che supera di gran lunga i 2,72 euro di prezzo all’ingrosso (sempre riferito al 2009).

Come può un agricoltore vendere l’olio a un prezzo inferiore a quanto ha speso per produrlo? «Un piccolo olivicoltore - spiega Tiziana Sarnari - può recuperare le uscite solo se utilizza manodopera propria o dei propri familiari e non la conteggia nei costi. Spesso raccolgono le olive quando il prezzo all’ingrosso permette di coprire almeno i costi di raccolta e frangitura, non quelli di cura della pianta». Ad assicurare un minimo reddito agli olivicoltori ci pensano gli aiuti comunitari, che dal 2004 non sono più collegati alla produzione, ma dipendono da un calcolo sulla resa che l’uliveto aveva tra il 2000 e il 2003. L’introito per ogni olivicoltore varia di molto, tra i 100 e i 2.000 euro a ettaro all’anno. Finché dura, perché dal 2013 ci sarà la nuova Politica agricola comune e vedremo cosa succederà.

Qualità a rischio
I produttori italiani arrancano sotto il peso della concorrenza internazionale, soprattutto della Spagna (primo produttore mondiale), che, con una produzione standardizzata e altamente meccanizzata, poche varietà di olive e poche grandi aziende olivicole, riesce a mantenere i costi di produzione molto bassi e a imporre sul mercato prezzi che per l’Italia risultano insostenibili. La struttura produttiva degli olivicoltori italiani è molto frammentata: 775 mila agricoltori per 160 mila ettari coltivati a ulivo, in media un ettaro e mezzo a testa. Una condizione che non permette di beneficiare di economie di scala, abbassando i costi, e riduce il potere contrattuale con le industrie dell’olio.

I grandi marchi comprano olio da grossisti, cercando di spuntare i prezzi più bassi, in Italia o all’estero. E la qualità? «Passa in secondo piano», denuncia Benedetto Orlandi. In Italia esistono oltre 350 cultivar, che negli oli “industriali” scompaiono in una “miscela” che perde ogni caratterizzazione. «Per non parlare dei casi, sempre più frequenti di oli spacciati per extravergini, ma che non lo sono per niente», conclude Orlandi.
In Spagna si sta affermando una pericolosa tendenza. I prezzi degli oli extravergine e lampante si stanno avvicinando. Segno che i consumatori cercano il basso prezzo a prescindere dalla qualità. «Il problema - spiega Dario Ferro, curatore della guida agli extravergini di Slow Food - è che il consumatore cerca il risparmio senza domandarsi che cosa sta mangiando».

Per l’Ismea sono tre le strade possibili per i produttori di olio, di fronte alle enormi difficoltà che devono affrontare: gettare la spugna; abbassare la qualità per riuscire a competere con i concorrenti internazionali; o puntare sull’alta qualità e sulla differenziazione del prodotto, per esempio con i marchi Dop e con il biologico.

Vie d’uscita
«L’unico modo per guadagnare è la vendita diretta, che ci riconosce un giusto prezzo», racconta Eugenio Lozzi, olivicoltore di Tivoli.
«Per sopravvivere evitiamo la grande distribuzione - racconta Giuseppe Geraci, produttore di olio di Corigliano Calabro - e puntiamo sulla qualità del prodotto da far conoscere al consumatore con un rapporto diretto. Abbiamo una rivendita in paese, abbiamo sviluppato rapporti solidi con i Gas del nord Italia e abbiamo trovato il modo di usare anche gli scarti. A partire dal nocciolo dell’oliva produciamo combustibile domestico o industriale per il riscaldamento o per forni per il pane».



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