Vaccinazioni

Il vaccino anti Hpv e lo studio incompleto

Fonte: Il Giornale.it


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vaccino antipapilloma
"La campagna sull’antipapilloma fa intendere, purtroppo in modo superficiale, che chi si vaccina è sicuro. Ma non è così"

Un recente studio sull’aumento del cancro alla cervice uterina nelle donne svedesi incuriosisce senza però approfondire l’argomento. Anzi, suscita nuove domande. Riflettiamo su questa opportunità mancata.

 

Lo studio è apparso su una rivista indiana ed è firmato con lo pseudonimo di Lars Andersson (l’autore, che avrebbe scelto un nome di fantasia per proteggersi, lascia intendere di appartenere al Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia dell’Istituto Karolinska di Solna, in Svezia).

 

Cosa dice lo studio.

 

Cliccate qui. L’autore analizza i dati del registro tumori nazionale svedese. Nel biennio 2014-15 sono cresciuti i tumori della cervice uterina nelle donne di età compresa fra i 20 e i 49 anni e non nelle donne over cinquanta.

 

Davanti ai dati – non commentati dalle autorità svedesi – il ricercatore ha formulato alcune ipotesi. In sostanza si prefigge di discutere se la vaccinazione anti Hpv abbia aumentato (invece di prevenirla) l’incidenza del cancro nelle donne che erano già entrate in contatto con il virus. A supporto della sua ipotesi la coincidenza temporale: i due vaccini contro il papilloma virus sono stati approvati nel 2006-07 e la maggior parte delle ragazze ha iniziato a vaccinarsi nel 2012-2013.

 

Andersson osserva che nel 2006, l’anno dell’approvazione del primo vaccino, la FDA aveva messo in guardia dal rischio che le cellule cancerose sarebbero potute aumentare vaccinando le donne che avevano già contratto il virus (il dato risulta negli studi clinici pre-vaccinazione).

 

L’autore ricorda anche che una quota di tumori alla cervice, il 25%, si sviluppa in pochi anni anni. In Svezia si è passati da 202 casi nel 2006 a 317 nel 2015, registrando un aumento del 50%.

 

Altro dato da tener presente, secondo Andersson, è il fatto che non sono state vaccinate solo le dodicenni ma, nei programmi di recupero, anche le diciottenni e le venticinquenni e che il vaccino è consigliato fino a 45 anni.

 

Suppone l’autore:

 

“Esiste la possibilità che questo vaccino funzioni da facilitatore in un processo di cancro in corso”. Questo perché il “vaccino, testato per prevenire alcune lesioni precancerose e l’adenocarcinoma in situ, non fa produrre anticorpi nelle donne che hanno già contratto il virus”. L’autore spiega che anche ragazze giovanissime non sessualmente attive possono essere entrate in contatto con il virus a loro insaputa (o tramite sangue o in ospedale) e che questo dato è sottostimato.

 

Andersson fa riferimento anche a una “riattivazione selettiva di ceppi di virus non presenti nel vaccino” nelle donne vaccinate.

 

Lo studio si conclude con un invito ad approfondire.

 

Abbiamo chiesto un commento a Michele Grandolfo che è stato epidemiologo per 30 anni all’Istituto superiore di sanità, ha promosso diverse campagne di vaccinazione  e si è sempre manifestato perplesso sull’impiego dell’anti papilloma virus. Qui.

 

“Partirei da una riflessione sulla comunicazione della vaccinazione. La campagna sull’antipapilloma fa intendere, purtroppo in modo superficiale, che chi si vaccina è sicuro. Ma non è così. Primo perché il vaccino protegge da alcun ceppi del virus e non da tutti (i ceppi che possono procurare il cancro sono almeno una trentina). E poi, sarebbe meglio precisare che non si può fare a meno del preservativo onde fugare il dubbio che la proclamata ‘sicurezza’ si riferisca anche ad altre infezioni sessualmente trasmissibili. Quanto al rischio di cancro della cervice uterina abbiamo già detto che il migliore strumento a disposizione delle donne è il pap test, in grado di rilevare le alterazioni cellulari sul nascere”.

 

Cosa pensa dello studio di Andersson?

 

“Non mi pare serio. Vedo un tentativo di instillare un dubbio – legittimo, per carità – ma nessuna indicazione di metodo per chiarire l’argomento”.

 

L’autore conclude dicendo che occorre indagare ancora.

 

“Questo è normale. Nella scienza non vi è nulla di certo, si procede attraverso i dubbi. Si formulano ipotesi che devono essere verificate con dati sperimentali”.

 

Cosa si sarebbe aspettato da un lavoro del genere?

 

“Più rigore scientifico. Ad esempio quanto è diffuso oggi il papilloma virus? E quali sono i ceppi di virus che prevalgono a diversi anni di impiego di quei vaccini? Non dico che questo lavoro non sia legittimo ma mi sarei aspettato un contributo scientifico, non solo un sospetto”.

 

Chiariamo con un esempio?

 

“Le ipotesi vanno verificate. Ad esempio, per fare uno studio caso controllo si forma un gruppo composto dalle donne che hanno manifestato il cancro, lo si associa a un altro gruppo di coetanee senza malattia e si osserva quante persone sono state esposte ai fattori considerati impliciti nell’insorgenza del tumore, cercando di avere una visione di insieme e tenendo conto anche degli aspetti di complessità”.

 

L’autore fa riferimento al rimpiazzo dei tipi post vaccinazione (è quel fenomeno che si verifica in natura quando si sopprimono alcuni ceppi di virus e se ne rafforzano altri).

 

“Ripeto: è legittimo ipotizzare tutto ma è superficiale non indagare, soprattutto da parte di uno studioso che fa intendere di essere del campo. È certamente importante verificare costantemente i ceppi circolanti per poter sorvegliare il fenomeno del rimpiazzo dei tipi. Se non ci sono indagini in proposito, sarebbe interessante domandarsi perché non ce n’è.”

 

Resta il fatto che l’incidenza del tumore alla cervice in Svezia è raddoppiata in nove anni.

 

“Certamente è interessante chiedersi cosa intendono fare gli svedesi a riguardo…Teniamo presente che anche nel presentare i numeri occorre rigore.  Quando parliamo di numeri assoluti bisogna chiedersi se nell’arco di tempo preso in considerazione – in questo caso nove anni – la popolazione non sia cambiata. Non solo numericamente ma anche guardando ai flussi migratori. Nove anni è un periodo relativamente breve ma se le giovani donne dello studio fossero perlopiù immigrate, ecco che la situazione è diversa. Sappiamo che il tumore alla cervice è più frequente nei Paesi del Sud del mondo, quelli meno industrializzati, perché vi sono condizioni igieniche diverse, abitudini differenti e la pratica del pap test è meno diffusa”.

 

Ci chiediamo. Le autorità svedesi non si sono ancora pronunciate sull’aumento dei tumori alla cervice.

 

1) È lecito aspettarsi, a breve, uno studio epidemiologico che prenda in esame tutti i fattori (vaccinazione compresa) che possono concorrere all’aumento del cancro? E che confronti le donne vaccinate con quelle non vaccinate?

 

2) Ad ascoltare la campagna di comunicazione sull’anti papilloma ci saremmo dovuti aspettare una diminuzione del cancro (anzi, una netta diminuzione). Grandolfo però ha spiegato che “è irrealistico porsi questa domanda oggi poiché soltanto dopo 30 o 40 anni dalla vaccinazione si potrà sapere se il vaccino è efficace nel proteggere dal cancro ”.

 

Nel dubbio, non abbandoniamo il pap test.



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