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Vaccinazioni e 'talebani': chi sono i veri nemici della salute?



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Vaccinazioni e 'talebani': chi sono i veri nemici della salute?

Pubblichiamo la risposta del dottor Eugenio Serravalle, presidente del Gruppo Assis, Associazione di studi e informazione sulla salute, ad un articolo pubblicato sul giornale UPPA in cui il dottor Vincenzo Calia critica i talebani dell'Afghanistan che si erano opposti alla vaccinazione di massa e aggiunge che anche nel nostro Paese vi sono "talebani antivaccinali, anche se, per fortuna, non hanno molti seguaci".

Gentile Redazione, Gentile Direttore,
 la vostra rivista ha di recente pubblicato sul proprio sito un articolo dal titolo “Talebani di casa nostra”. Parla dei talebani dell'Afghanistan che hanno favorito la ricomparsa nel loro paese della poliomielite a causa di un fanatico rifiuto di ogni ritrovato della cultura occidentale, inclusi i vaccini anti-polio. Parla anche dell'altrettanto fanatica e ottusa diffidenza dei talebani nei confronti delle multinazionali occidentali.

Osserva che discorsi del genere si sentono circolare anche nel nostro paese da parte di fanatici anti-vaccinatori, che per fortuna, aggiunge, hanno poco seguito. Conclude con una rivendicazione di autonomia e imparzialità dell'UPPA in tema di vaccinazioni, perché avrebbe tenuto una posizione critica nei confronti, cito testualmente, dell' “l’inutile (e fallimentare) campagna di vaccinazioni contro l’influenza “aviaria” del 2009 e poi “suina” del 2010.”

Ricorda, infine, con un flebile moto di protesta, che “per questo qualcuno ci ha arruolato, a nostra insaputa, fra i nemici dei vaccini. Be', ci teniamo a precisarlo, non è così”.

Il fatto che sia bastato ai membri dell'UPPA avere sollevato obiezioni sui vaccini anti-influenzali per essere bollati come eretici non suggerisce loro proprio nulla, nemmeno un vago sospetto sull'onestà intellettuale di chi ha organizzato quelle campagne vaccinali sull'aviaria e sulla suina e su chi ne ha tratto profitto, accusandoli oggi di essere degli “anti-vaccinatori”.

Non toccati dunque dalla tentazione di riflettere e di pensare, inseriscono nel sito una notizia che non si comprende se rifletta un'ostinata indifferenza per la coerenza logica, o il desiderio di dare all'informazione medica il tono e la consistenza scientifica di una parabola evangelica. La riporto testualmente:

È notizia dell' 11 febbraio, e apre l’home page del sito della BBC, la diagnosi di un caso di poliomielite a Kabul: si tratta di una bambina il cui padre lavora come taxista e attraversa spesso il confine con il Pakistan. Mentre i talebani afgani si sono convinti dell’utilità della vaccinazione e hanno smesso di ostacolarla, i loro confratelli pakistani continuano a fare propaganda contro i vaccini e perciò, dall’altra parte del confine, ci sono ancora moltissimi bambini non vaccinati. E da loro il contagio si diffonde.

Domanda: ma se la piccola era vaccinata, in quanto viveva a Kabul, perché sarebbe stata contagiata dalla polio? Il vaccino non dovrebbe servire a coprirci dal pericolo di venire a contatto con persone malate o portatrici sane? Forse le condizioni igieniche tanto dell'Afghanistan quanto del Pakistan danno una grossa mano alla polio? 

Anche noi non amiamo i talebani, intendendo con questo termine tutti coloro che abbracciano fideisticamente delle tesi in materia scientifica. Amiamo ancora meno chi, per dimostrare la propria lontananza intellettuale da certe posizioni, in questo caso quelle degli anti-vaccinatori, lancia quella stessa accusa contro altre persone di cui non conosce, non ha inteso, o non riesce a intendere le argomentazioni.

Sulla poliomielite, sarebbe auspicabile che una solida informazione medico-sanitaria diventasse la base di qualsiasi testo divulgativo, qualunque sia l'orientamento di chi lo scrive. E soprattutto, sarebbe un grande progresso se chi scrive su argomenti di questo tipo sentisse l'esigenza di esaminare i fatti, prima di brandire tesi.

E' un fatto che i casi totali di poliomielite nel 2013 siano stati 400, di cui 160 nei 3 paesi dove la malattia è endemica (Pakistan, Afghanistan, Nigeria).
E' un fatto che Paesi delle Regioni OMS delle Americhe (AMRO) e del Pacifico occidentale (WPRO), con coperture vaccinali basse o molto basse siano Polio free da decenni.
E’ un fatto che paesi con coperture vaccinali simili come Pakistan, Congo e Austria registrino rispettivamente una condizione di polio endemica, di polio epidemica, e di assenza di malattia.
E’ un fatto che la malattia si ripresenti in Paesi con scenari di guerre, carestie, sottolineando l’importanza dei determinanti sociali nella diffusione della patologia.

E’ un fatto che i comunicati dell’Oms che lanciano l’allerta riguardo le epidemie di polio nel mondo non siano completi. Non viene infatti specificato se i soggetti risultati positivi ai poliovirus fossero vaccinati, non vaccinati o sotto-vaccinati; non viene specificato se i casi di polio paralitica o morte si siano verificati in soggetti in condizioni particolari di assenza di vaccinazione, sotto-vaccinazione o immunizzazione completa, o ancora immuno-deficienza, malnutrizione e altro; non viene specificato se nella zona in cui sono stati individuati i positivi e i malati o dove è stato riscontrato un focolaio, vi fossero cluster di persone suscettibili per mancata vaccinazione, per sotto-vaccinazione, per immunodeficienza o per altre motivazioni attinenti; inoltre non viene specificato se i positivi ai poliovirus e i malati rientrino in quei cluster.
E’ un fatto che alcuni report dell’OMS segnalino la diffusione di casi di polio indotti dalla vaccinazione, con frequenza a volte superiore alle infezioni causate da virus selvaggio.

Nessuna demonizzazione del vaccino anti-polio, solo la rivendicazione alla professione medica delle competenze sufficienti a valutare caso per caso se vaccinare o no un bambino contro la polio in un contesto igienico-sanitario  quale quello garantito dai paesi occidentali, in cui sono scomparsi, cioè,  i fattori determinanti per l'insorgere della malattia: mancanza di acqua potabile, smaltimento fognario efficace, malnutrizione e miseria.

Il che equivale a rivendicare alla professione medica il diritto di non farsi cinghia di trasmissione passiva di politiche sanitarie nazionali che, come i medici sanno benissimo, hanno smesso da lungo tempo di essere incentrate sulla persona del malato e sulla considerazione disinteressata dei mezzi davvero più atti a garantirne la salute e il benessere. 
Spero che il diritto di replica ci permetta di rendere nota la nostra posizione: è la regola più elementare della democrazia.


Cordiali saluti



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