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Vaccinazioni pediatriche: chi rifiuta è una “cattiva madre?”


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Vaccinazioni pediatriche: chi rifiuta è una “cattiva madre?”

Ho ricevuto questa lettera che ho pensato di rendere pubblica, insieme alla mia risposta, perché credo possa interessare quanti si pongono interrogativi sulle vaccinazioni.

Caro dottore,
sono una neo mamma che ha affrontato una gravidanza abbastanza particolare; un mese e mezzo all'ospedale e un bambino nato a 36 settimane. Ora lui ha tre mesi e devo pensare al vaccino. Premesso che ero contraria, ma ora che lui è nato prima mi sento una cattiva mamma a non vaccinarlo, mi sembra di non proteggerlo abbastanza. Mi aiuti a trovare la strada giusta.

Gentile Signora,

è innanzi tutto un fatto positivo che la maternità le abbia fatto percepire con maggior chiarezza rispetto a prima l'aspetto della complessità che caratterizza qualunque problema riguardi la salute della persona.

Lei mi scrive, infatti, che in precedenza era contraria a vaccinare senza che ciò, mi sembra di capire, le suscitasse i dubbi che oggi invece sente di nutrire. Questo, ripeto, è un bene, perché in materia di vaccini i principi categorici sono più dannosi che utili, anche se alcune certezze vi sono, e cioè che una vaccinazione esavalente sia sicuramente più rischiosa rispetto alla somministrazione di un singolo vaccino per volta, o che sette somministrazioni di vaccini, ripetuti tre volte nei primi dodici medi di vita non sempre hanno un rapporto rischio/beneficio favorevole, o che i vaccini con Thimerosal fossero più nocivi alla salute rispetto a quelli senza. Uguale certezza mi sentirei di esprimere riguardo al fatto che sia controproducente stimolare il sistema immunitario dei bambini con vaccini contro l'influenza, o sul fatto che il morbillo sia meglio contrarlo durante l'infanzia per immunizzarsi naturalmente che non con metodi artificiali, soprattutto con vaccini combinati contro altre malattie.

In tutti questi anni in cui mi sono occupato di vaccinazioni, non ho mai sostenuto a spada tratta che non si debba vaccinare, ma che si debba applicare una politica vaccinale sensata, dettata dai bisogni reali della persona, e non condizionata da protocolli sanitari formulati dalle case farmaceutiche, piuttosto che da autorità competenti ed indipendenti.

Al pari di qualsiasi altro genitore, dunque, lei dovrà considerare da un lato la storia familiare sua, di suo figlio e del padre del bambino, al fine di comprendere se sussistano particolari rischi di intolleranze, allergie, o propensione a malattie autoimmuni. Va tenuto nel debito conto la gravidanza, la nascita pretermine, i trattamenti farmacologici cui il bimbo è stato sottoposto, eventuali complicanze nei primi giorni di vita extra-uterina, l’alimentazione. Dall'altro lato, andranno tenuti presenti anche le condizioni concrete che caratterizzeranno i primi anni di vita del bimbo, ossia il grado di promiscuità del contesto abitativo o di altri ambienti, gli standard igienico-sanitari delle eventuali strutture in cui sarà inserito, nonché le condizioni di salute del bimbo stesso.

Come ho cercato di spiegare in un libro di prossima pubblicazione, l'obiettivo non può essere quello di abolire qualsiasi rischio, giacché si tratta di un obiettivo irrealizzabile. Compito di un genitore, dunque, e dei medici che lo assistono, è di stabilire, caso per caso, ossia vaccino per vaccino, quale sia il rapporto rischi/benefici, scegliendo ogni volta il rischio minore. Solo così si può cercare, a mio avviso, la strada giusta.



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