Vaccinazioni

La vaccinazione infantile contro l'epatite B è stata utile ed è tuttora razionale?



vaccinazioni pediatriche
La vaccinazione infantile contro l'epatite B è stata utile ed è tuttora razionale?

Il 20 marzo 2011 è uscito un articoletto sul Corriere della Sera a firma del Dr. Gianni Rezza (Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive presso l'Istituto Superiore di Sanità).

L'articolo, intitolato Una saggia decisione e avente come sottotitolo addirittura la frase "Ogni anno 10 mila persone morivano per le conseguenze dell'infezione da virus B", diceva così:

"In Italia, negli anni '80 lo scenario epidemiologico dell'infezione da virus dell'epatite B era allarmante: la prevalenza di HBsAg, ovvero di infezione in atto, nelle donne gravide, oscillava dallo 0,5% al 5,6%; le donne a loro volta trasmettevano l'infezione ai loro nati perpetuando lo stato di endemicità. Globalmente, il numero dei portatori del virus B era stimato intorno ai 2 milioni e ogni anno circa 10 mila individui morivano a causa delle conseguenze dell'infezione da virus dell'epatite B. Per fronteggiare questa situazione, nel maggio 1991 lo Stato italiano promulgò la legge per cui tutti i nuovi nati dovevano ricevere, oltre alle tradizionali vaccinazioni obbligatorie, anche il vaccino anti-epatite B. … Tale idea si scontrava contro la strategia adottata negli altri Paesi che consisteva nel vaccinare solo i gruppi a rischio, rappresentando quindi una scommessa dal punto dl vista costi-efficienza. A 20 anni di distanza si può affermare, con orgoglio, che la strategia italiana si è rivelata un successo. Secondo i dati del sistema di sorveglianza (Seieva) dell'Istituto Superiore di Sanità, attualmente l'incidenza di epatite acuta B sintomatica, virtualmente scomparsa nella fascia d'età infantile, è in totale dell'1 per 100 mila l'anno, mentre la prevalenza di HBsAg è inferiore all'1%. … Chi criticò ingiustamente quel programma ipotizzando che si potesse trattare solo di un affare per le industrie che producono vaccini non può che fare, una volta per tutte, una severa autocritica".

L'articolo, che ovviamente è stato ripreso anche da altre agenzie di informazione, si presta ad alcune considerazioni e riflessioni interessanti che elencherei per punti e che in parte ho tratto da un mio libro sulle vaccinazioni pediatriche:

1 – Prima di tutto la frase di sottotitolo è impropria e falsa, perché lascia supporre che grazie alla vaccinazione ora vengono salvate 10,000 persone all'anno e questo non è vero, perché nell'anno 1991, in Italia, c'erano solo circa 150 casi all'anno di epatite B tra i bambini di 0-14 anni! Quindi al massimo il vaccino avrebbe evitato 150 casi all'anno e non 10,000, ammesso che tutti quei bambini fossero morti. Ma anche quest'ultima affermazione non è vera, perché la mortalità per epatite B è minima e si ottiene la guarigione nel 95% dei casi, mentre gli altri possono cronicizzare ma di questo 5% solo una minima parte può evolvere in cirrosi, seguita dal cancro e poi dalla morte.
Il sottotitolo allora ("Ogni anno 10 mila persone morivano per le conseguenze dell'infezione da virus B") è fuorviante, perché attribuisce al vaccino un merito che non ha assolutamente. I 10 mila morti all'anno, che comunque è una cifra esagerata perché è circa il doppio del reale, riguardava i morti totali per epatite B di tutte le età (ricordo che questa malattia era frequente essenzialmente tra i giovani che facevano uso di droghe iniettabili e dediti a promiscuità sessuali, mentre i neonati erano infettati solo quando la madre era portatrice del virus durante la gravidanza).

2 – Il Prof. Rezza dice bene quando ricorda che l'idea di vaccinare i neonati contro l'epatite B "si scontrava contro la strategia adottata negli altri Paesi che consisteva nel vaccinare solo i gruppi a rischio", perché infatti l'Italia è stato il primo Paese al mondo (ed è rimasto ancora il solo Paese al mondo) dove è obbligatoria la vaccinazione antiepatite B nei neonati! Infatti, se si guardano i numeri reali emersi dagli studi epidemiologici italiani (dati SEIEVA 1985-2006), non si può non rimanere stupiti per la decisione di vaccinare tutti i neonati contro l'epatite B in modo obbligatorio (Tab. 1).
Ancora più chiari possono essere i dati pubblicati dal Ministero della Salute dal 1998 al 2008 che considerano non i malati ogni 100.000 abitanti bensì il numero totale dei malati in Italia per questi 3 tipi di epatite (Tab. 2).

 

Molto interessante è anche il rilievo che pure le epatiti che in passato venivano chiamate nonA-nonB (al cui gruppo appartiene essenzialmente l'epatite C) e per le quali non esiste un vaccino, sono andate calando di pari passo come le epatiti B. Pertanto, questo conferma che il calo delle epatiti B non è legato alla vaccinazione, ma al cambiamento delle condizioni di rischio grazie ad una migliore igiene di vita e alla sensibilizzazione delle persone a rischio, oltre anche al fatto che è avvenuto un netto calo dell'uso delle droghe iniettabili (eroina) tra i giovani.

Tab. 1 - Numerosità dei casi di epatite A, B e nonA-nonB ogni 100.000 soggetti di ognuna delle 3 fasce d'età studiate (dati SEIEVA 1985-2006)

 

 


Tab. 2 - Numerosità italiana totale dei casi di epatite A, B e nonA-nonB per ognuna delle 3 fasce d'età studiate (dati del Ministero della Salute)

 

 

Ma c'è anche un'altra interessante considerazione da fare: il nostro Ministero della Salute ha imposto la vaccinazione a tutti i nostri neonati nel 1991 senza neppure conoscere i pericoli connessi a questa vaccinazione e senza sapere quanto sarebbe durato il suo effetto protettivo. È corretto questo se si pensa che i neonati sono potenzialmente sani e noi facciamo correre a loro il rischio di ammalarsi? Infatti, la durata della protezione di questa vaccinazione non è ancora ben definita: pare che dia una protezione del 90-95% solo per circa 10-12 anni!, Infatti, nell'autunno 2005 il Lancet ha pubblicato uno studio italiano da cui emerge che la risposta immunologica verso il virus dell'epatite B è presente nel 70-80% dei ragazzi vaccinati 10 anni prima.

 

A ciò va aggiunto che questo vaccino può causare gravi effetti indesiderati a carico del sistema nervoso centrale e periferico, oltre a gravi patologie autoimmunitarie invalidanti (ricordo che nel 1998 la Francia sospese la vaccinazione antiepatite B per il riscontro di numerosi casi di sclerosi multipla nei vaccinati, ma, dopo le pressioni della Comunità Europea, la vaccinazione venne ripresa).

3 – Il Prof. Rezza dice inoltre che "attualmente l'incidenza di epatite acuta B sintomatica, virtualmente scomparsa nella fascia d'età infantile, è in totale dell'1 per 100 mila l'anno, mentre la prevalenza di HBsAg è inferiore all'1%". Egli attribuisce chiaramente tutto il merito alla vaccinazione, ma vorrei tanto che lo dimostrasse e in particolare che mi dimostrasse che il calo dei casi di epatite B non dipende invece dalle condizioni sociali, igieniche e conoscitive di questa infezione che sono radicalmente diverse da quelle di 20-30 anni fa. Infatti, come si vede dalla figura, i casi di epatite B erano in netto calo in tutte le età, prevalentemente nella fascia di età di 15-24 anni (linea doppia della figura) e sopra i 25 anni (linea singola), ma anche nell'età di 0-14 anni (linea punteggiata).

 

 

4 – Il Prof. Rezza conclude il suo articolo con la frase: "Chi criticò ingiustamente quel programma ipotizzando che si potesse trattare solo di un affare per le industrie che producono vaccini non può che fare, una volta per tutte, una severa autocritica". Ebbene, alla luce dei suddetti dati oggettivi, mi rincresce contraddirlo, ma io non posso ancora fare una severa autocritica e continuo a pensare che non sia razionale rendere obbligatoria questa vaccinazione in tutti i neonati perché:
- l'epatite infantile era già poco frequente e in evidente diminuzione grazie alle misure di igiene adottate dalle persone;
- i bambini non sono una categoria a rischio (se i genitori e i conviventi non sono infetti); infatti, il neonato non si droga e non ha rapporti sessuali … per quanto emancipati siano rispetto i loro coetanei di 30 anni fa;
- l'epatite infantile è meno grave di quella dell'adulto (ad eccezione dell'epatite trasmessa dalla madre durante il parto, ma in questo caso la vaccinazione contro l'epatite B era consigliata anche 40 anni fa!);
- la vaccinazione contro l'epatite B è gravata da importanti rischi di causare (e in molti bambini hanno effettivamente causato) danni irreversibili e quindi questa pratica è inutilmente pericolosa;
- la durata della protezione cessa proprio quando dovrebbe veramente iniziare (cioè verso i 13-15 anni);
- ogni vaccino non introduce solo gli antigeni specifici, ma introduce molte sostanze tossiche per le quali non sappiamo assolutamente nulla per quanto riguarda gli effetti a lungo termine nei neonati;
- ogni vaccino altera il sistema immunitario e questa alterazione già da sola e indipendentemente dal vaccino utilizzato, specialmente in un neonato con sistema immunitario totalmente immaturo, è ad alto rischio per causare danni anche irreversibili!
Sarebbe invece molto più razionale fare quello che si faceva negli anni '80 quando si vaccinavano solo le categorie a rischio, politica comunque che viene seguita da tutti gli altri Stati (che gli altri Ministeri della Salute siano tutti ignoranti?).

Alla fine mi sono chiesto: Perché il Prof. Rezza ha scritto questo articolo?
Non so rispondere a questa domanda, ma mi è venuto il sospetto che i grandi nomi del nostro Ministero o della Salute italiana debbano ogni tanto tenere vivo il ricordo delle vaccinazioni pediatriche e debbano convincerci, con interpretazioni vere, false o discutibili, che i vaccini fanno solo bene!

Io vorrei essere sempre d'accordo con loro, sia perché sono i miei Superiori ma specialmente perché non ho tutte le loro conoscenze scientifiche, … però sono ancora costernato per aver vaccinato alcuni dei miei figli quando non sapevo ancora nulla della parte nascosta della medaglia dei vaccini e quando credevo anch'io, perché me lo avevano insegnato all'università, che i vaccini fanno solo bene!



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