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Vaccinarsi non è un decreto

Fonte: Repubblica.it


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'La sanità è un bene comune da difendere. Adesso invece è diventata strumento di battaglia politica. E questo è un errore. Culturale, politico e sociale'

Vaccinarsi non è un decreto

Posso sintetizzare con poche parole quanto sta accadendo sui vaccini. Perché riassumono le posizioni contrarie all'atto di governo che si sono espresse negli ultimi mesi. In un semplice "slogan" possono ritrovarsi i pro vaxx, i free vaxx e i no vaxx. Ovviamente non rientrano in questa schematizzazione gli ultras vaccinisti che si sono impegnati per imporre al Paese una forzatura della quale - tranne casi specifici, e anch'essi discutibili, come il morbillo - non si sentiva bisogno. Ma la ministra Lorenzin, con il supporto del Pd, dell'Istituto Superiore di Sanità, di qualche medico bullo/coatto, hanno voluto dare una svolta radicale che neanche il Piano Vaccinale Nazionale 2017-2019 aveva in programma.

La svolta è avvenuta quando Renzi ha capito che poteva mettere in difficoltà il suo principale avversario, il M5S, che aveva dato spazio a critiche diffuse a causa di alcune esternazioni quanto meno improvvide e inopportune.

Forse è però inutile ripetere la storia di quanto è accaduto. Di fatto la prossima settimana il decreto verrà quasi certamente approvato dal Senato, per poi passare alla Camera e diventare legge nazionale. Ma ci sono altri aspetti che non possono passare sotto silenzio.

1) Oggi [1] pomeriggio, a Pesaro, madri, padri, figli, nonni, si ritroveranno in tanti per rivendicare la libertà vaccinale. Saranno migliaia e migliaia, da tutta Italia, in rappresentanza della numerose associazioni che si sono moltiplicate come il pane e i pesci dal momento in cui è stato presentato il decreto. Prima la protesta era confinata ai no vaxx. Adesso non più, perché l'obbligo, esteso e fortemente punitivo, ha suscitato una diffusa indignazione, per il merito e per il metodo. Da notare che nessun partito, nessuna organizzazione politica, partecipa più o meno direttamente alla protesta. Solo qualche singolo parlamentare si sente ed è coinvolto in prima persona.

Per il resto posso testimoniare che nell'ultimo periodo ho visto crescere la diffidenza verso la politica, verso i partiti. Perché a parte qualche simpatia verso Art.1-Mdp e M5S, che hanno presentato proposte di legge alternative al decreto, si è fatta strada la delusione. Sopratutto verso la Lega, "incartata" tra il presidente del Veneto, Zaia, che coerente con il non obbligo regionale già in vigore ha annunciato ricorso contro il decreto, e la Lombardia che si è invece schierata con il governo. La delusione tocca anche Forza Italia, considerata ora la peggiore rispetto a tutte le altre opposizioni perché il decreto è stato approvato in Commissione Sanità del Senato, grazie ad una manovra assenteista dei berluscones. Alla fine l'atto di governo è passato per 11 a 10: per un punto Lorenzin ha vinto la cappa (almeno momentaneamente).

2) La libertà vaccinale non è una rivendicazione dietro la quale si nascondono i no-vaxx: è una cultura. Diffusa in Italia e in Europa: 14 paesi sono contro l'obbligo. Qui da noi trova espressione nel mondo medico-scientifico, con sostenitori convinti della vaccinazione. Tra questi segnalo la senatrice Nerina Dirindin, ex Pd ora Art.1, una delle migliori esperte di politica sanitaria, che ha appunto presentato un DDL. Alcune sue considerazioni sono apparse su Quotidiano Sanità, nelle quali ha esposto amarezza perché le scelte del governo non si basano sulle evidenze scientifiche, perché "gli obblighi e le sanzioni sono la forma più bassa di educazione e di governo della complessità: ad essi sarebbe opportuno fare ricorso solo quando strettamente indispensabili", "perché le mamme e i papà sui quali ricade la grande responsabilità di crescere le future generazioni meriterebbero, soprattutto quando nutrono dubbi e reticenze, più attenzione, più disponibilità al dialogo, anziché obblighi e sanzioni obiettivamente molto pesanti. La richiesta di una obbedienza cieca potrebbe almeno essere sostituita con la promozione di una obbedienza illuminata, consapevole e responsabile". Dirindin sostiene che seguendo la strada impositiva si rischia di far aumentare le "esitazioni vaccinali", complicando anche di più la giusta battaglia per la prevenzione delle malattie infettive.

3) Non capisco perché il governo non abbia voluto dedicare la necessaria attenzione e ascoltare le richieste di persone con curriculum professionale ed esperienza riconosciute da tutti. Tant'è che le modifiche introdotte al decreto non sembrano affatto sostanziali. Passare da 12 a 10 vaccini obbligatori, lascia intatta la sostanza del decreto (sull'anti meningococco B e C, eliminati dall'obbligo, si erano espressi negativamente esperti come il professor Garattini); ridurre le multe, per i genitori con figli teen-agers non vaccinati, da 7500 a 3500 euro non modifica di nulla il concetto per il quale chi ha i soldi può anche non vaccinarsi. E questa impostazione non solo è socialmente riprovevole, ma fa pensare che non sia importante la profilassi in sé e per sé: basta avere i soldi per evitarla. È scomparso poi qualsiasi riferimento al richiamo alla patria potestà: una tesi che medici bulli/coatti e i loro adepti avevano subito sposato e che per fortuna non viene più presa in considerazione. L'unica novità è l'obbligo temporaneo, tre anni, dopo di che si ragionerà di nuovo su imposizione o raccomandazione. Tuttavia se la soglia resta il 95 per cento - contestata da una parte del mondo scientifico - sarà difficile una marcia indietro rispetto alle scelte attuali (il morbillo, ad esempio, non ha mai superato il 91 per cento: questa copertura è sempre stata accettata da tutti).

4) La domanda è si poteva fare di meglio? Secondo me sì. Perché non credo che l'obbligo vaccinale per il quadrivalente sia stato l'elemento scatenante della protesta. E gli unici dati sui cali vaccinali, che meritavano di essere presi in considerazione, riguardano il morbillo, sceso all'86 per cento di copertura. Eppure la soluzione prevista, appunto l'obbligo, non affronta appieno la diffusione del morbillo. Perché se andiamo a vedere i numeri, tra i malati i bambini sono una minoranza, mentre il 73 per cento riguarda le persone dai 15 anni in su, compresi gli over 65. Un rischio epidemico, se non si coinvolgono più fasce di età, resta in piedi (il morbillo esplode ciclicamente: nel 2011 ci sono stati più malati in confronto ad oggi). Non a caso le Regioni hanno chiesto che venga presa in esame la vaccinazione per il personale sanitario a contatto con i bambini. Questa potrebbe essere una prima risposta. Però non credo sia sufficiente.

Chiudo condividendo l'amarezza della senatrice Dirindin, perché sono da sempre convinto che la salute pubblica si conquista attraverso strutture, fondi, impegno e capacità professionale, e anche con le necessarie campagne di informazione mirate soprattutto ai cittadini perplessi, affinché comprendano che la sanità è un bene comune da difendere. Adesso invece è diventata strumento di battaglia politica. E questo è un errore. Culturale, politico e sociale.

Nota di redazione
[1]. La manifestazione si è tenuta sabato 8 luglio. Più di quarantamila persone sono scese in piazza contro il decreto Lorenzin sull'obbligo vaccinale e in difesa della libertà di scelta.



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