Salute

Farmaci, prestazioni, ospedali: tutti gli sprechi della sanità

Fonte: Il Resto del Carlino



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Farmaci, prestazioni, ospedali: tutti gli sprechi della sanità

Ogni anno anno è la stessa storia: arriva la finanziaria, si prospettano immancabili tagli al comparto sanitario e le Regioni iniziano a piangere miseria. Anche quest’anno di fronte al ministro Lorenzin è stata la stessa cosa. Senza rammentarsi, Errani e gli altri governatori, che la quota del finanziamento statale alle Regioni per la sanità (che secondo la disgraziata riforma del Titolo V voluta a maggioranza dal centrosinistra a fine anni Novanta non è più in capo allo Stato) è salita di anno in anno fino all’iperbolica cifra di oltre 110 miliardi.

Una cifra monstre (basti pensare che di pensioni, di tutte le pensioni, lo Stato spende più o meno il doppio, ma quelli sono soldi che in qualche modo «restituisce» al lavoratore), la cui lievitazione è in parte dovuta al tasso di inflazione monetario, in parte a quella che gli addetti ai lavori classificano come l’«inflazione sanitaria», superiore a quella «classica», presente in tutti i paesi occidentali con un sistema sanitario pubblico «all’europea», ed identificabile con il maggior costo del progressivo invecchiamento della popolazione (curare un settantenne è dieci volte più caro che curare un ventenne), al naturale aumento del costo delle cure che sono sempre più specializzate, al sempre maggior numero di immigrati, che fanno tanti figli e versano bassi contributi. Per dire: ci sono studi seri secondo cui - incrociando dati Istat e del ministero della salute - di qui al 2030 la spesa sanitaria passerà dagli attuali 110 miliardi (circa) alla bellezza di 180 miliardi, con una incidenza sul Pil che schizzerà dall’attuale 6,76 per cento a oltre l’8 per cento. Un disastro.

Il vero problema — è che le Regioni, titolari della protesta sanitaria, di fronte a tale dinamica chiara non hanno mai voluto affrontare la questione di una riorganizzazione della spesa e si sono limitate ogni volta a piangere miseria e a parlare di attentato alla salute dei cittadini. I motivi? Cento, ognuno diverso dall’altro. Dove si volevano proteggere le mille baronie universitarie senza sfoltire le cliniche (Lazio), dove l’ampio spazio concesso ai privati finiva per lasciare al pubblico solo i servizi più costosi (Lombardia), dove si sono creati buchi milionari nelle asl (Toscana), dove si moltiplicavano le assunzioni, dove semplicemente non si facevano i bilanci scritti e si rubava (Calabria).

In linea di massima perché tagliare la spesa pubblica sanitaria per i politici locali vuol dire togliere amplissime fette di potere, e si sa che niente come la sanità è fonte di potere: posti negli ospedali per primari e infermieri, cure agli elettori che fanno felici loro e i loro parenti che al momento opportuno votano, possibilità di favori dai più piccoli ai più grandi (da una lista di attesa che si accorcia a un visita specialistica da trovare), alla costruzione di ospedali, alle forniture. Una grande macchina, che da una parte mangia i soldi e dall’altra concede ai politici locali una rendita di potere notevolissima. Perché tagliarla?

Il problema è che lo Stato, forse l’unico che in questa fase di vacche magre avrebbe la forza di fare qualcosa, ha le armi spuntate dall’autonomia regionale.



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