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TTIP e salute: quali le possibili conseguenze del trattato commerciale fra USA e UE?


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Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), è un trattato di libero commercio bilaterale attualmente in discussione tra UE e USA

La Rete Sostenibilità e Salute (RSS), che riunisce alcune associazioni sui temi della salute come bene comune e della sostenibilità del sistema sanitario pubblico, pubblica una presa di posizione sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership).
Questo trattato commerciale fra USA ed UE, modificando le attuali regole a favore della libera concorrenza, potrebbe avere conseguenze negative sulla salute, sia indirettamente attraverso i determinanti sociali e ambientali di salute (lavoro, alimentazione, inquinamento, disuguaglianze, etc), sia direttamente attraverso la mercificazione dei servizi sanitari.
La RSS ritiene che, se le trattative per il TTIP dovessero proseguire, i cittadini e le loro associazioni dovrebbero vigilare, ed eventualmente esercitare pressione, perché siano rispettati alcuni principi di salvaguardia della salute, elencati nella presa di posizione. Condizione necessaria perché questa vigilanza abbia luogo è che le trattative per il TTIP siano condotte in maniera trasparente.

La posizione della Rete Sostenibilità e Salute (RSS) sul TTIP


Introduzione


Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), è un trattato di libero commercio bilaterale attualmente in discussione tra UE e USA. In parallelo, ma con una lieve sfasatura, la UE sta discutendo un trattato simile, il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), con il Canada. Molti cittadini europei si oppongono a questi trattati, noti con il generico nome di Free Trade Agreements (FTA), e a trattati più estesi sul commercio di servizi, come il TISA (Trade In Services Agreement). Questo è un accordo multilaterale tra i 50 paesi che hanno il mercato dei servizi più avanzato (in pratica tutti i paesi ricchi più Turchia, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica, ma senza i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), rimasto segreto fino a quando Wikileaks ne ha reso noto il testo non definitivo, nel giugno 2014.

La campagna contro TTIP e CETA, che mira a bloccare anche il TISA, è organizzata e sostenuta, al momento di scrivere questa nota, da 238 associazioni e ha raccolto oltre un milione di adesioni individuali. Collegata a quella europea, esiste anche una campagna Stop TTIP italiana, sostenuta da 95 associazioni, tra cui alcune di quelle che fanno parte della RSS, oltre che da molte persone a titolo individuale. Questa opposizione non è altro che la ripresa di quella che anni fa era scesa in piazza a livello globale per protestare contro gli accordi del WTO (World Trade Organization). A seguito di massicce proteste popolari, da Seattle in poi, e delle resistenze di molti governi, i lavori del WTO, sono congelati da una decina d’anni e sono stati sostituiti da negoziati per FTA bilaterali.

Il TTIP, di cui poco si sa perché i negoziati avvengono a porte chiuse e la documentazione messa a disposizione del pubblico è scarna,1 si occupa di qualsiasi commercio, dai prodotti agricoli a quelli industriali, ma anche, come il TISA, del commercio di servizi. Servizi di ogni tipo: comunicazioni, trasporti, distribuzione, turismo, cultura, sport, scuola, servizi finanziari, servizi ambientali (acqua, smaltimento di rifiuti). Esiste anche la categoria “altri servizi”, nella quale si può infilare di tutto. In generale, qualsiasi servizio può rientrare in un FTA, a condizione che non si tratti di un monopolio di stato, di un servizio fornito cioè esclusivamente da un governo, e che vi sia la partecipazione, seppur minima, del settore privato. I servizi sanitari e sociali, nell’UE e negli USA sono erogati anche da privati, e possono quindi rientrare nel TTIP.

Cosa significa? Che qualsiasi individuo o ditta privata di un paese che sottoscrive l’accordo possa piazzare sul mercato degli altri paesi firmatari la sua merce in regime di libera concorrenza, salvo le restrizioni previste dall’accordo che regola il settore. Per esempio, un operatore USA potrebbe aprire un ospedale in Italia (e viceversa), purché l’ospedale abbia le caratteristiche previste dalla legge; e quell’ospedale potrebbe entrare in concorrenza con gli ospedali pubblici e privati italiani. Questo principio, di libero accesso al mercato, è solitamente integrato da un secondo principio: il cosiddetto trattamento nazionale. Questo impone che ogni operatore proveniente da uno dei paesi firmatari dell’accordo non subisca nessun tipo di discriminazione rispetto agli operatori nazionali, per esempio in termini di tasse, dazi e regole commerciali.

La domanda è: questa liberalizzazione dei servizi sanitari e sociali, e più in generale di tutti i servizi (tutti quelli elencati sopra rientrano tra i determinanti sociali e ambientali di salute, basti pensare alla scuola e ai servizi per la captazione e la distribuzione dell’acqua potabile), oltre che del commercio di beni (basti pensare a quello degli alimenti), farà bene o farà male alla salute? Impossibile rispondere senza conoscere i dettagli dell’accordo. Una seria posizione pro o contro gli effetti su sanità e salute del TTIP non può che basarsi, attualmente, su alcuni principi che, se rispettati nel corso dei negoziati, porterebbero probabilmente a salvaguardare sanità e salute.

I principi
1. Il primo principio non può che essere quello della massima trasparenza. I cittadini europei hanno il diritto di conoscere il contenuto dei negoziati in modo da poter esprimere, direttamente, attraverso i loro rappresentanti istituzionali, o attraverso i gruppi, le associazioni e le reti che formano, il loro parere sull’accordo. Devono essere cioè in grado di far pressione, con i mezzi legali e politici a loro disposizione, perché un accordo che metta a rischio sanità e salute possa essere modificato in meglio. Non si può certo aspettare il voto del Parlamento Europeo sul testo definitivo del TTIP per tentare di modificare accordi potenzialmente dannosi: sarebbe troppo tardi.

2. Il secondo principio consiste nel dare priorità, in qualsiasi parte del trattato, al diritto alla salute rispetto al libero commercio. Se il mercato causa danni alla salute, tanto peggio per quest’ultima, sembra essere la filosofia attualmente dominante. La RSS ritiene che non possa essere così e chiede invece che, nel proseguire i negoziati, si applichi il principio “salute in tutte le politiche” (“health in all policies”); si proceda cioè, nel negoziare un accordo, a valutare innanzitutto i possibili effetti sulla salute dello stesso, e a modificarlo nel caso siano prevedibili effetti negativi (o non positivi).

3. In terzo luogo, l’ambiente e la sua sostenibilità, che tanta parte giocano nella salute degli attuali cittadini e delle future generazioni, devono essere salvaguardati di fronte a qualsiasi accordo commerciale che li possa modificare in senso negativo. A questo proposito, la RSS ritiene che debba mantenersi il principio di precauzione; che di fronte cioè a un’incognita riguardante i possibili effetti sull’ambiente e sulla salute di un accordo commerciale, sia assegnata la prevalenza all’ambiente e alla salute rispetto al mercato.

4. Per quanto riguarda la sanità, e sapendo che il processo di privatizzazione e liberalizzazione della stessa ha preceduto di gran lunga l’inizio dei negoziati per il TTIP (ed è già molto avanzato in alcuni paesi), la RSS chiede con forza che nel trattato non sia inclusa nessuna norma che impedisca il processo inverso, e cioè un ritorno al monopolio del settore pubblico in sanità, se questa fosse la volontà di un governo e di un parlamento democraticamente eletto. Inoltre, la RSS chiede che qualsiasi accordo sul commercio di servizi per la salute tenga in considerazione i possibili effetti sull’equità in salute, evitando per lo meno che aumenti l’iniquità. Promuovendo un sistema basato sulla legge della domanda e dell’offerta, il TTIP potrebbe infatti rendere più facile per i ricchi, e più difficile per i poveri, accedere ai servizi di cui hanno bisogno. Per i ricchi potrebbero esserci servizi di qualità più elevata, e più costosi, mentre i poveri dovrebbero accontentarsi delle briciole del mercato.

5. Il TTIP potrebbe anche influenzare il costo dei farmaci. Potrebbe includere un capitolo sulla proprietà intellettuale, aumentando e proteggendo la durata dei brevetti, e scoraggiando così investimenti nel mercato dei farmaci generici. Potrebbe spingere le compagnie farmaceutiche europee a registrare nuovi farmaci presso le autorità USA, dove i criteri sono meno rigidi e le lobbies sono più potenti. Potrebbe, se si decidesse di armonizzare gli standard europei sulla base di quelli adottati negli USA, limitare l’attività di istituzioni governative, come il NICE (National Institute for Clinical Excellence) in Gran Bretagna, che raccomandano di usare nuovi farmaci sulla base del rapporto tra costi e benefici. Infine, se ci fosse un ISDS, le multinazionali del farmaco potrebbero chiedere un risarcimento per qualsiasi misura i governi prendessero per ridurre la spesa farmaceutica, visto che queste misure interferirebbero in ogni caso con il libero mercato. La RSS chiede che nessuno degli accordi del TTIP preveda simili possibilità.

6. Infine, dato che l’applicazione del TTIP, una volta approvato, potrebbe dar luogo a controversie (tra stati, tra privati, o tra stati e privati), la RSS chiede che tali controversie siano risolte dalla giustizia ordinaria. Che il TTIP cioè non preveda nessun meccanismo simile a quello che va sotto il nome di ISDS (Investor-State Dispute Settlement), una specie di “tribunale speciale” che, nell’esperienza di FTA già in vigore, tende a dare prevalenza al libero mercato rispetto alla salute, con ovvie conseguenze dannose per quest’ultima. L’esistenza di un simile tribunale, inoltre, potrebbe costituire un deterrente all’emanazione di leggi per la protezione della salute, dell’ambiente, dell’agricoltura, della catena alimentare, dei cittadini e dei consumatori, o potrebbe ritardarne l’entrata in vigore.

Conclusioni

Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, durante la sua lezione su “L’imperfezione dei mercati”, tenuta alla Camera dei Deputati il 23 settembre 2014, ha pronunciato le seguenti parole:

Un’altra cosa che l’Europa non deve fare è sottoscrivere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP). Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo per l’Europa. Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, vogliono un accordo di gestione del commercio che favorisca alcuni specifici interessi economici. Il Dipartimento del Commercio sta negoziando in assoluta segretezza senza informare nemmeno i membri del Congresso americano. La posta in gioco non sono le tariffe sulle importazioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicurezza alimentare, per la tutela dell’ambiente e dei consumatori in genere. Ciò che si vuole ottenere con questo accordo non è un miglioramento del sistema di regole e di scambi positivo per i cittadini americani ed europei, ma si vuole garantire campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l’ambiente e per la salute umana.”

Sulla base di queste premonizioni, la RSS ritiene che debba aumentare il dibattito pubblico sui possibili effetti del TTIP, affinchè le scelte finali siano frutto dell’opinione condivisa dei cittadini, delle loro associazioni e dei loro rappresentanti, e non del potere del mercato.

(Approvato nell’ assemblea del 31/01/2015)



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