Omeopatia
08/01/2010
Terreno patologico e salutare
L’omeopatia
come particolare metodica diagnostica e terapeutica della medicina può
essere definita in molti modi, ma certamente una delle definizioni più
appropriate e consona alle sue peculiarità è quella che la considera
una medicina del terreno. Cosa si intende con questa espressione? E’
evidente innanzitutto la differenza con la medicina allopatica, che
nella maggior parte dei casi è una medicina esclusivamente sintomatica,
o per lo più organica, diretta cioè alla sola risoluzione di un sintomo
o al semplice riequilibrio funzionale di uno specifico organo; ed anche
nelle malattie infettive, il suo unico scopo è quello di eliminare,
nella maniera più definitiva possibile (eradicazione), il germe
riconosciuto responsabile dell’affezione in causa, certa in questa
maniera di aver guarito la persona dall’intera sua malattia. Quando
invece l’obiettivo terapeutico si rivolge al terreno della persona,
l’approccio diagnostico cambia radicalmente: la malattia, sia infettiva
che non, rappresenta per il terapeuta solo la localizzazione più
evidente di uno squilibrio funzionale di tutto l’organismo, che ne ha
determinato il suo insorgere e, nelle affezioni croniche, la sua
persistenza; senza affrontare questa condizione predisponente,
qualsiasi sintomo o malattia, di origine infettiva o meno, nella
migliore delle ipotesi avrà la tendenza a ripresentarsi ad ogni
interruzione di qualsivoglia terapia allopatica, proprio perché
l’intervento non sarà stato capace di modificare quella condizione di
suscettibilità che, appunto, si identifica con il terreno del soggetto.
Ma da quali e quanti sintomi è caratterizzato questo terreno, e perché
una stessa malattia può assumere, a seconda dei casi, un’evoluzione
diversa, e cioè a volte lenta e progressiva, altre volte rapida e
aggressiva? A costituire quella condizione predisponente, che chiamiamo
terreno, sono una serie di sintomi, che interferiscono con l’esistenza
della persona essenzialmente a tre livelli: emotivo e temperamentale,
istintivo-reattivo e omeostatico (quest’ultimo è quello che mira a
mantenere invariate le variabili organiche, proteggendo in tal modo le
funzioni più nobili e vitali dell’intero organismo). Diventano allora
fondamentali nella diagnosi omeopatica alcuni sintomi che la
diagnostica allopatica tocca solo in superficie, o addirittura ignora
del tutto, ma che sono poi essenziali per la corretta personalizzazione
della terapia, la quale, solo in virtù di tale approccio, potrà
risultare effettivamente causale, o eziologica, e quindi effettivamente
tesa alla guarigione delle malattie piuttosto che alla semplice
palliazione (eliminazione temporanea) o soppressione (approfondimento)
dei sintomi.
Senza entrare nel merito di una visita omeopatica, è sufficiente
ricordare, in questa sede, che il terapeuta andrà alla ricerca di una
serie di sintomi che, sul piano emotivo e caratteriale, individueranno
la maniera di socializzare della persona, la sua affettività, la sua
reazione a imprevisti e contrattempi, la sua capacità e determinazione
nell’affrontare impegni, doveri e inevitabili avversità quotidiane; si
soffermerà, poi, su ansie e paure immotivate, e da ultimo sulle
capacità mnemoniche e deduttive del soggetto. Sul piano generale,
invece, sarà interessato a valutare eventuali reazioni smodate alle
diverse temperature ambientali e atmosferiche, all’ inclinazione o meno
a svolgere attività fisica, e agli effetti di questa, all’influenza dei
diversi momenti della giornata e delle diverse stagioni, così come di
posizioni particolari o di abiti avvertiti come eccessivamente
attillati; in ultimo, a riguardo delle funzioni preposte al
mantenimento dell’omeostasi - sottoposte a loro volta alla sottile
regolazione del sistema nervoso autonomo - fondamentali saranno le
alterazioni dell’appetito, del ritmo sonno-veglia, di tutte le
secrezioni fisiologiche e della funzione genitale-riproduttiva.
Attraverso questa analisi dettagliata di emozioni e manifestazioni
istintive e omeostatiche dell’organismo si arriverà ad una diagnosi di
terreno che corrisponde, per similitudine, alle caratteristiche
distintive di quell’unico rimedio più assimilabile, sui tre piani
descritti, al particolare momento patologico della persona, e come tale
capace di assecondare, sempre sui tre livelli sopra citati, lo sforzo
di tutto l’organismo (aggravamento omeopatico o terapeutico) di per se
stesso già teso – ma insufficientemente - a riportarsi al precedente
livello, esistenziale, di salute. L’analisi del terreno patologico
della persona porterà inoltre a classificare la reattività organica in
tre maniere principali, ovvero ipoergica, iperergica o disergica
(situazione questa, in cui la malattia prende il sopravvento sulle
difese organiche), cui corrisponde anche la diversa maniera di
manifestarsi, da individuo a individuo, di una stessa patologia
(principio di individualità morbosa). Siamo dunque partiti dal terreno
patologico, e patogeno, della persona, per arrivare a parlare invece di
terreno salutare, dove cioè solidità e vigore sono l’espressione più
profonda di questo ritrovato stato di benessere di tutta la persona.
D’altronde la solidità di una persona è la sua capacità di non subire
alterazioni fisiche prolungate, e a lungo interferenti con il suo modo
di agire e di pensare, e il vigore, che è funzione di tale solidità, è
l’espressione proprio della determinatezza nel perseguire i propri
intenti e i propri scopi esistenziali, senza che traballamenti, emotivi
e/o fisici, possano rendere improbabile il raggiungimento delle mete
prefissatesi. Ma senza dubbio tutto ciò è possibile come effetto del
più alto grado di espressione esistenziale della persona che è la sua
purezza, purezza del cuore intendo, e cioè dei sentimenti, degli
orientamenti dell’essere, che vanno ad accordarsi finalmente con il
naturale flusso della Vita, e da essa traggono il nutrimento essenziale
per essere vigorosi e solidi in azioni che rientrano in quel perpetuo
processo di creazione-redenzione, cui è chiamato a partecipare
attivamente ogni essere umano nel corso della sua esistenza. La purezza
del cuore rappresenta allora, tradotta in termini medici, la condizione
di massima salute dell’uomo, in cui tutti i sentimenti sono in lui
contemporaneamente presenti ma anche in costante equilibrio, non più
stabilmente perturbabili, cioè, da eventi e circostanze, come avviene
invece nella persona malata, in cui il prevalere di un sentimento, su
tutti gli altri, la orienta inevitabilmente in senso patologico,
conducendola nel tempo ad un’ auto ed etero distruttività, che è
l’espressione opposta dell’innato istinto di conservazione di ogni
essere vivente.
E allora la perdita di questo equilibrio di forze, all’interno del
cuore umano, che in condizioni ottimali si esprime appunto nella
solidità del pensiero, e nel vigore, anche fisico, delle proprie
azioni, condurranno ad un orientamento esistenziale di per se stesso
fragile, poiché in perenne opposizione con le forze dinamiche e sottili
che governano il creato; e così al vigore e alla determinatezza delle
azioni si andranno sostituendo l’arroganza, la prepotenza, la falsità,
tutti modi di comportarsi tesi alla prevaricazione del prossimo, al
solo sfruttamento della natura, al progressivo consumo delle risorse e
della vita, che perde così la sua naturale e spontanea tendenza a
morire ciclicamente per risorgere sempre più solida e vigorosa. E il
processo della creazione smetterà prima di tutto dentro la persona,
malata, per essere sostituito da quello della distruzione, che tuttavia
continuerà a trovare il suo peggiore e invincibile oppositore proprio
nella purezza-mitezza di coloro che, sedotti dalla Bellezza di un
creato faticosamente, ma sempre ammirevolmente in divenire, avranno
liberato il loro cuore dal prevalere dei sentimenti di odio e
annientamento evolutivo, e saranno tornati a quel salutare e benefico
modo di vivere, che solo un cuore puro, e dunque in equilibrio tra
forze opposte, saprà far ritrovare stabilmente.
Questo ritrovato equilibrio dei sentimenti avrà naturalmente il suo
corrispettivo nel modo di relazionarsi e di comportarsi della persona,
e anche, ovviamente, nel suo aspetto esteriore: e così lo stato di
purezza del cuore, che dona forza e vitalità alle proprie azioni, si
esprimerà nella pacatezza dei modi e dei giudizi, nella comprensione
dei propri simili anche quando erranti o sostenitori di idee differenti
e opposte alla Verità, nella tenerezza dei sentimenti suscitata dalla
vita nelle sue forme meno complesse e più indifese (animali, bambini,
portatori di handicap e affezioni gravi e avanzate), ma anche nei
lineamenti del viso distesi, nel sorriso sempre accogliente e
rassicurante, nell’umorismo mai denigrante. L’armonia dei propri
sentimenti sarà deducibile, dunque, anche nel corpo della persona, e
principalmente nella sua testa, che attraverso gli occhi e i lineamenti
è l’espressione più evidente e istantanea di ciò che anima un uomo;
negli atteggiamenti fermi, retti, ma mai impositivi, aggressivi e tanto
meno vendicativi; nell’operosità quotidiana mai frenetica, e tanto meno
tesa unicamente al proprio ed esclusivo arricchimento materiale.
E la persona tornerà così a riassaporare dentro di sé il senso ultimo
dell’esistenza umana, che solo quando si dona spontaneamente, e
incondizionatamente, muore e risorge sempre più forte, vigorosa e
ricca, fino ad unirsi a quell’Eterno da cui si è lasciata mitemente
attrarre e plasmare, per giungere a fondersi con Lui in un’armonia
imperturbabile di cuore, mente e azione.
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