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Terra da (non) buttare

Fonte: Valori (Rivista)


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consumo suolo
Terra da (non) buttare

«Nelle parate e nei discorsi di circostanza si dirà che bisogna salvare la campagna. In realtà si stabilirà una pressione urbanistica in parte legittima (per le necessità di Expo), in parte per la pura aspettativa di rendita immobiliare». Non si fa molte illusioni sul buonsenso della politica Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, che ha proposto una legge d’iniziativa popolare in Regione per fermare l’erosione della terra libera.

Del resto il quadro è allarmante: «C’è una dimensione viaria metropolitana che ha dei tassi urbanistici davvero alla saturazione. Con una media del 53% di consumo di suolo che – con buona approssimazione – vale per tutta la fascia pedemontana, da Milano a nord alle Prealpi lecchesi. Se nelle province di Varese e Lecco il dato è attutito dalle zone montane, a Milano il tasso medio provinciale, vado a memoria, è del 40%, ma a nord siamo più vicini al 60% e a sud al 20%. A sud la situazione è più preoccupante perché c’è più suolo e se ne consuma di più e più velocemente; a sud lì ci sono le aree del Parco agricolo, sotto pressione urbanistica dai Comuni che hanno esaurito le zone vicine e vorranno estendersi su di esso».

Casi eclatanti?
Ad esempio il Cerba (Centro europeo di ricerca biomedica avanzata, promosso dal professor Veronesi e il cui studio di fattibilità è a firma dello studio di Stefano Boeri, ndr): 60 ettari di piano urbanistico realizzati nel Parco agricolo Sud. Ma il vero vettore del consumo di suolo più che Expo saranno i progetti collaterali: le tangenziali esterne, l’autostrada Pedemontana Lombarda (in costruzione, collegherà le province di Varese e Bergamo, ndr), o l’aeroporto di Malpensa, la cui terza pista (che di per sé consuma suolo) ha di contorno una lottizzazione industriale da 300 ettari.

La BreBeMi (autostrada in costruzione tra Brescia e Milano, ndr), poi, non si fa perché serve (c’è n’è già una a quattro corsie), ma perché intorno si faranno centri commerciali. I suoi 50 km di asfalto correranno in parallelo coi binari dell'alta velocità e tutti i campi coltivati in mezzo diventeranno inutilizzabili, perché le aziende agricole saranno spezzettate e i terreni non più raggiungibili dal trattore.

Quanto pesa il consumo di suolo sulla regione? Esiste una soglia di non ritorno?
Il tasso ufficiale del 14% si ottiene considerando tutto il territorio, compresi laghi e fiumi, che non sono sfruttabili economicamente. Ma la Lombardia, di fatto, ha già perso circa il 25% di suolo agricolo, un quarto del suo potenziale coltivabile, come nessun'altra regione. Tanto più che, mentre un danno ambientale sull’acqua è reversibile, quello sul suolo no. Certo alcuni dicono, sulla base di una serie di parametri, che il punto di non ritorno è il 50% della superficie comunale, ma a me sembra una stima altissima di cui non capisco il significato. Inoltre è già stata valicata in molti comuni della provincia di Milano (Bresso 95%; Sesto San Giovanni 94%) e un’altra decina tra Milano, Monza e Bergamo ha superato l'80%. Nel 1954 in Lombardia c’erano circa mille kmq di suolo consumati. Al 2009 erano 3500 kmq. Visto che il dato del ’54 comprende un periodo di ben 2000 anni, la proporzionalità appare spaventosa.

Come cambiare la logica per cui si costruisce per far guadagnare i costruttori e non la comunità?
Soprattutto negli ultimi anni (vedremo nel dopo-crisi) costruire ha significato collocare in forma solida delle rendite. Nei territori liberi si costruisce più facilmente, piuttosto che riqualificare l’esistente accollandosi degli oneri aggiuntivi (bonifica, ristrutturazione, ecc). Per questo la speculazione immobiliare punta le aree di campagna, dove basta l’acquisto di un terreno, che si trova sempre il modo di rendere edificabile grazie a varianti urbanistiche o attraverso il praticatissimo Sportello unico per le attività produttive: uno strumento che, a fronte dell’interesse di un privato realizzatore, mette attorno al tavolo le parti coinvolte e ha valore di autorizzazione edilizia. Occorre rendere più costoso costruire su terreni agricoli: e ciò chiede la nostra proposta di legge.

Recupero e riqualificazione evitano nuova cementificazione: come incentivarli?
Ci sono tanti modi per incentivare la ristrutturazione o sostituzione edilizia, che sia per preservare una cascina o per riqualificare un quartiere che non sta in piedi. Il problema è che questo genere di interventi non produce lo stesso margine economico della costruzione ex novo. Inoltre lavorare in città è più difficile: ci vogliono i permessi, vanno messi d’accordo gli abitanti, vanno fatte le bonifiche sulle aree industriali.

Bisognerebbe incentivare questi interventi attraverso agevolazioni, riduzione degli oneri. Mentre il contributo del 55% sulle ristrutturazioni è costantemente in discussione. L’altra via è disincentivare l’intervento sul nuovo: attraverso una fiscalità appropriata che riconosca il suolo “bene comune” e il dovuto risarcimento per il danno alla comunità derivante dal consumo di terra. E, siccome si sta parlando di margini di profitto del 40-60%, il disincentivo deve essere forte.



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