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Stress e psicosomatica


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Stress e psicosomatica
Importanza della componente biologica ed emozionale dello stress in psicosomatica

Come già chiarito, lo stress è una risposta adattativa e difensiva dell’organismo indotta da uno stimolo che tende a disturbarne lo stato di omeostasi; ha come finalità l’allontanamento dello stimolo (stressor) ed è conseguente a un’attivazione emozionale mediata dal sistema cognitivo.

Già le osservazioni di Selye nel 1936 dimostravano, nell’animale sottoposto a stimoli nocivi, la comparsa di ipertrofia delle surrenali, atrofia del timo e delle ghiandole linfatiche e lo sviluppo di ulcere della mucosa gastrica: un insieme denominato sindrome generale di adattamento. Quindi si rese ben presto evidente il ruolo centrale occupato, nella risposta biologica di stress, dall’asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene.

 

Questa reazione biologica è conseguente all’attivazione emozionale che ha il suo correlato anatomo-fisiologico nelle strutture del sistema limbico, stazione di coordinamento e di controllo, che stabilisce sia connessioni discendenti con l’ipotalamo, sia connessioni ascendenti verso le strutture corticali.

Dunque, insieme alla componente somatico-biologica è manifesta anche un’attività integrativa del sistema cognitivo nella reazione di stress. A livello biochimico è documentata in queste zone del sistema nervoso l’azione di neurotrasmettitori quali catecolamine, serotonina, endorfine, GABA con ruolo di stimolatori, o inibitori del sistema dello stress.

Se le iniziali considerazioni orientavano verso una apparente aspecificità della reazione di stress, studi successivi hanno evidenziato l’importanza della mediazione cognitiva nell’attribuzione di uno schema personalizzato di reazione legato alla variabilità individuale. Ciò è tanto più evidente quanto meno la minaccia che induce la reazione di stress è immediata e pericolosa e quindi non è richiesto un intervento di emergenza.

 

Osservazioni cliniche condotte negli anni Sesanta da C.B. Bahnson portarono alla formulazione della cosiddetta “bilancia biologico-comportamentale”. In questo modello psicodinamico viene messa in correlazione l’intensità dell’energia del conflitto intrapsichico non risolto con il tipo di meccanismo di difesa utilizzato dal soggetto: a livelli crescenti di intensità i soggetti che utilizzano la proiezione e lo spostamento tendono a disturbi di tipo psichiatrico (nevrosi e psicosi), quelli che impiegano la repressione e la negazione tendono a malattie psicosomatiche o somatiche.

Da queste considerazioni e dall’osservazione empirica di una minore incidenza di malattie somatiche nei soggetti affetti da psicosi, negli anni successivi è stata riconosciuta una importanza notevole all’integrazione psicobiologica dello stress nella genesi di differenti patologie.

In pratica la reazione di stress si esprime contemporaneamente su un duplice livello: una risposta comportamentale, che organizza l’azione dell’organismo secondo schemi di attacco e/o fuga, e una risposta biologica, che prepara il metabolismo dell’organismo a sostenere l’azione. Nel tempo individui diversi, in relazione a molteplici variabili, tendono a privilegiare un tipo di risposta inibendo l’altra e realizzando così uno stile di reazione “comportamentale” o “biologico”.

 

In presenza di una stimolazione cronica la reazione di stress può tradursi in una situazione patologica che, nel caso di uno stile prevalentemente comportamentale, esiterà in manifestazione psicopatologica (ansia, isteria, ipocondria ecc.), nell’eventualità invece di uno stile di reazione biologico, realizzerà i presupposti di una malattia somatica.

Lo stress cronico si realizza allorché lo stressor non può essere eliminato, ciò comporta una autoalimentazione della reazione con attivazione continua dei sistemi biologici di stress, in particolare l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Secondo le acquisizioni della PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (PNEI) nella reazione di stress l’evento finale, un aumento dei glucocorticoidi in circolo, determina una soppressione dell’attività immunitaria e interferisce con l’attività delle cellule cerebrali. Il soggetto presenterà una maggiore suscettibilità alle malattie infettive, instabilità dell’umore con tendenza alla depressione, deficit della memoria e delle capacità di apprendimento.

 

Alcuni autori identificano nella inibizione comportamentale, alla base dello stress cronico, la responsabilità dell’attivazione cronica neuroendocrina che conduce alla malattia psicosomatica. All’inibizione comportamentale corrisponderebbe quindi una parallela attivazione dello stato emozionale di ansia che anticipa e conduce verso lo sviluppo della malattia psicosomatica.

Tuttavia il sistema cognitivo (la funzione corticale) può esercitare un’azione di filtro che evita un’attivazione non necessaria dei programmi emozionali; questo filtro si può modificare con l’apprendimento di nuove tecniche comportamentali, incluse le tecniche di rilassamento, e può essere influenzato dagli aspetti relazionali del soggetto. Si apre così lo spazio per un intervento terapeutico che doti il soggetto della capacità di gestire lo stress o con riduzione dell’attivazione psicofisiologica, qualora essa sia inutile, o con una efficace azione di neutralizzazione dello stressor.

 

Il confronto con lo stimolo perturbante che induce la reazione di stress è in ogni caso stimolante per una corretta efficienza funzionale dell’organismo e per la sua evoluzione; potremmo dire che la vita stessa è stimolata nella sua espressione dall’interazione tra la struttura biologica e gli stressor ambientali.

Parliamo in questo caso di eustress, una benefica reazione di adattamento che consente l’ottimizzazione del programma geneticamente determinato. Allorché l’individuo adotti uno stile di vita che tenda a evitare il “cambiamento” indotto dall’affrontare gli stressor esistenziali, assistiamo a una riduzione delle riserve funzionali dell’organismo. Quando questo soggetto si troverà nella situazione di affrontare uno stressor non evitabile, l’impreparazione delle strutture biologiche potrà favorire la comparsa di una malattia somatica. È il caso dei soggetti con personalità di tipo alexitimico, con difficoltà cioè di comunicazione emozionale, i quali sviluppano con maggior frequenza patologie con evidente patogenesi immunitaria (colite ulcerosa, asma, artrite reumatoide) la cui insorgenza acuta è spesso riconducibile a un contemporaneo avvenimento a potenzialità stressante. In questi casi l’approccio terapeutico punta, tra l’altro, a identificare e rimuovere le cause profonde che hanno portato il soggetto a strutturare uno schema di evitamento cronico e all’inibizione della reazione di stress.

 

Tratto da “Curarsi con la Naturopatia Vol.1” di Catia Trevisani



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