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Sulla strada di un tessile green

Fonte: Valori (Rivista)


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cotone
'Le sfide più importanti saranno lo sviluppo del cotone biologico e il recupero delle fibre vegetali tipiche'

Le preoccupazioni sull’impatto ambientale e sanitario dei vestiti che indossiamo ogni giorno prendono piede anche in Italia. Beppe Croce (Chimica Verde Bionet): «Le sfide più importanti saranno lo sviluppo del cotone biologico e il recupero delle fibre vegetali tipiche»

Molto spesso Valori dà spazio alle esperienze più innovative nel campo della sostenibilità ambientale. Ma a che punto siamo nella strada verso un tessile ecosostenibile? Lo chiediamo a Beppe Croce, segretario dell’associazione Chimica Verde Bionet, fondata da Legambiente e altri soci e a cui partecipano, fra gli altri, Novamont, Icea e Assocanapa. Chimica Verde Bionet si occupa di promozione e divulgazione di prodotti e materiali di origine biologica, dai combustibili ai fitofarmaci, fino a coloranti naturali e fibre vegetali.

Nel campo del tessile naturale quali sono le tendenze più interessanti?
Relativamente alle fibre ci sono due filoni importanti. Uno è quello del cotone, che ha un grandissimo peso sul mercato, ma ha anche un enorme impatto ambientale. Una delle sfide più rilevanti, anche dal punto di vista economico, è quella del cotone biologico: intendendo con ciò non solo i metodi di coltivazione, ma la sostenibilità dell’intera filiera, fino alla fase di finissaggio.

C’è poi il filone del recupero delle fibre vegetali tipiche, a partire dalla canapa, per arrivare a lavori più sperimentali sulla ginestra e sull’ortica. In Italia diversi artigiani propongono capi in canapa e negli ultimi anni è cresciuto l’interesse delle aziende agricole alla sua coltivazione. È una fibra dalle eccezionali qualità di traspirazione e resistenza: per l’abbigliamento sportivo sarebbe l’ideale. Ma non si può certo dire che in Italia sia decollata una filiera industriale. Negli anni Quaranta il nostro Paese era il primo produttore di canapa al mondo, poi l’ha abbandonata per vari motivi: dal proibizionismo all’affermarsi di cotone e fibre sintetiche. In Francia invece la si usa per fini tecnici o come materiale isolante, perché ha ottime proprietà fonoassorbenti. In Canada, invece, a partire dal 2009 è decollata la produzione finalizzata ai prodotti alimentari dietetici. Magari si potrebbe partire da questi campi applicativi per rilanciare la filiera tessile, che richiede maggiori investimenti.

Per le tinture dei tessuti, invece, quanto sono diffuse le soluzioni naturali?
Ci sono diversi progetti: come l’agriturismo La Campana, nelle Marche, che è pioniere storico in Italia e coltiva piante tintorie come il guado e la robbia (vedi), o alcune tintorie che hanno adottato delle sperimentazioni.

La nuova Pac può incoraggiare la coltivazione di piante da coloranti?
Finora i premi della Pac erano legati alla produzione di determinate specie: ce n’era uno per il tabacco, uno per la barbabietola. Invece ora si possono promuovere alcune colture che prima non avevano un sostegno adeguato, come le piante tintorie, che d’altra parte possono avere un alto valore aggiunto e favorire la biodiversità. D’ora in poi potranno godere dei premi ed essere messe sullo stesso piano di qualsiasi altra coltura.

Inoltre due misure legislative dell’Unione europea favoriscono notevolmente l’uso di coloranti naturali. La prima è il Reach, il regolamento europeo sulla chimica, che sollecita l’abbandono dei prodotti a maggiore pericolosità in favore di materie a bassa tossicità, soprattutto di origine vegetale. La seconda, più recente, è il documento emesso dalla Commissione europea a febbraio 2012 sulla bioeconomia come asse strategico di sviluppo per Europa 2020. La bioeconomia coinvolge i settori tradizionali dell’agricoltura alimentare e il settore dei biomateriali. Non ci sono solo sviluppi normativi ma anche forti investimenti: ad esempio nel programma Horizon, che sarà fondamentale per la ricerca europea da oggi al 2020, sono previsti parecchi progetti relativi a biomateriali e bioraffinerie.

Cosa significherebbe, a livello di impatto ambientale, puntare sulla tintura naturale o sulle fibre naturali?
Sarebbe un enorme salto di qualità. Nella filiera tessile, insieme a quella agricola, le fasi a maggiore impatto ambientale sono proprio la tintura e il finissaggio. I problemi delle tinture sintetiche sono due: il primo è quello delle dermatiti allergiche da contatto, che si stanno diffondendo sempre di più; il secondo è l’impatto sulle acque. Basti pensare che a Prato sono stati pesantemente compromessi due fiumi, il Bisenzio e l’Ombrone.



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