Alimentazione

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18/10/2010

Sprechi alimentari: in fumo il cibo per un’intera nazione

di Emanuele Isonio

Fonte: Valori (Rivista)


CATEGORIE: Alimentazione

supermercato
Ogni anno in Italia “perdiamo” 20 milioni di tonnellate di cibo lungo la catena agroalimentare

Il 28 ottobre a Bruxelles: la conferenza “Trasformare lo spreco alimentare in risorsa”. 2 miliardi di euro di cibo buttato solo negli ipermercati italiani

Ogni anno in Italia “perdiamo” 20 milioni di tonnellate di cibo lungo la catena agroalimentare. Uno spreco sufficiente a sfamare 44 milioni e mezzo di individui, a pranzo e cena, tutta la Spagna, tre italiani su quattro. E non si deve pensare ai torsoli della mela o al grasso della bistecca. Questa cifra considera solo i “beni alimentari che, lungo il percorso dal campo alla tavola, non sono più destinati al consumo alimentare, per meri motivi commerciali, pur essendo ancora perfettamente edibili, ma sono trattati come rifiuto”. Non entrano, invece, nel conteggio i cibi comprati, ma non utilizzati dalle famiglie. «I dati sugli sprechi sono allarmanti», ha spiegato il presidente della commissione Agricoltura dell’Europarlamento, Paolo De Castro.

E non sono una peculiarità solo italiana. «Dal 1974 - continua De Castro - a livello mondiale gli sprechi sono aumentati del 50%. In Gran Bretagna si gettano ogni anno 6,7 milioni di tonnellate di cibo ancora perfettamente consumabile. In Svezia il 25% del cibo acquistato. Negli Usa il 40%. Ecco perché, con tutti i gruppi politici presenti in Parlamento, abbiamo deciso di presentare un’interrogazione orale con risoluzione. Vogliamo impegnare l’Ue ad adottare le misure necessarie a ridurre il fenomeno dello spreco alimentare».

Il momento clou è atteso per il 29 ottobre a Bruxelles. Le aule dell’Europarlamento ospiteranno la conferenza “Transforming Food Waste into a Resource” (Trasformare lo spreco alimentare in risorsa): sarà il culmine della campagna “Un anno contro lo spreco”, patrocinata dall’istituzione europea e ideata da Last Minute Market, spinoff dell’Università di Bologna e dalla facoltà di Agraria dello stesso ateneo, guidata da Andrea Segrè. Sarà presentato ufficialmente il “Libro nero contro gli sprechi”, la più approfondita ricerca in materia mai realizzata finora. Rivela dati che fanno luce su una realtà sconcertante, dal punto di vista alimentare, economico e ambientale. Valori li presenta in anteprima.

Un colabrodo: dal campo al piatto...

Il “Libro nero” rivela che gli sprechi coinvolgono tutte le fasi della filiera del cibo. Nei nostri campi rimane tanta frutta e verdura quanta ne mangiamo (per ogni pomodoro mangiato ne rimane in campo uno, idem per mele, pere e arance). Le cooperative di primo grado ritirano tanti ortaggi quanti se ne dovrebbero consumare in città come Bologna o Firenze. E con gli sprechi della distribuzione al dettaglio (supermercati e negozi) si metterebbe a tavola, ogni giorno, a colazione, pranzo e cena, tutta Genova.

Ma perché tante falle lungo la filiera? Di tutti i settori coinvolti, il maggiore responsabile sembra essere quello agricolo: nei campi, infatti, rimangono, non raccolti, oltre 17 milioni di tonnellate di frutta, verdura e cereali, l’87% del cibo disperso prima di arrivare al consumatore finale. Diverse le cause: estetiche (prodotti brutti da vedere perché, ad esempio, colpiti da grandine), commerciali (prodotti fuori pezzatura, troppo piccoli o troppo grandi) e di mercato (se al contadino è liquidato un prezzo inferiore al costo della raccolta, a lui conviene lasciar marcire la frutta nei campi). La lunga marcia dello sperpero coinvolge anche le organizzazioni di produttori, utili senz’altro a fronteggiare le crisi del settore. Peccato che, per evitare il crollo dei prezzi, ritirino parte della produzione dal mercato: quasi 73 mila tonnellate di prodotti agricoli ritirate l’anno scorso.

Che fine hanno fatto? Solo il 4,43% è stato recuperato, destinandolo a scuole, istituti di pena o a “promozioni” per incentivare il consumo di frutta e verdura. Un altro 4% è usato per sfamare gli animali. Ma il grosso è diventato distillato per produrre alcol etilico (36%) o, peggio, rifiuto (54%). Un assurdo spreco di cibo. Al quale si associa un altrettanto inconcepibile dispendio di denaro pubblico: per evitare il “crollo” dei prezzi nel 2009 sono stati spesi oltre 3 miliardi di euro per ridurre la quantità di prodotto sul mercato. La situazione sfiora il ridicolo se si considera che, prima, si finanziano gli agricoltori per rimanere in campagna e per produrre. E poi, però, si erogano fondi che portano parte di quelle produzioni ad essere distrutte. La fiera dei paradossi.

...passando per i supermercati

Tappa successiva: l’industria alimentare. Responsabile del 10% del cibo “perso per strada”. «L’eterogeneità di tale industria – si legge nel Libro Nero – fa sì che anche il grado di efficienza sia differente da comparto a comparto. Si va da quello delle lavorazioni delle carni alle bevande, a quelli di frutta e verdura, al lattiero caseario». Difficile quindi fare un ragionamento valido per tutti. La filiera dello spreco finisce con centri agroalimentari, ipermercati, supermarket e negozi: tra i loro scaffali si perdono ogni anno 109 mila tonnellate di cibo commestibile. Anche qui, il mercato è evidentemente più forte della logica. Quando la frutta è brutta da vedere, o i barattoli sono ammaccati, o alle confezioni sono stati strappati via i “punti-omaggio”, o gli yogurt si avvicinano alla scadenza, vengono tolti tagli scaffali. L’assenza di un sistema che ne preveda (o incentivi) il recupero e il consumo completa lo scempio. Che tra l’altro ha un effetto negativo sui prezzi: i costi degli sprechi sono, infatti, ricaricati sul prezzo dei beni venduti. Per l’azienda non cambia granché. Per il consumatore (e per il tasso d’inflazione) sicuramente sì.

Un dramma per l’ambiente

Tra l’altro, anche al di là del costo economico degli sprechi (vedi ), questa enorme montagna di beni non consumati ha un impatto ambientale enorme. Che tutti paghiamo, ogni giorno: «L’emergenza – spiega De Castro – è nutrizionale ma anche ecologica, se si considera che ogni tonnellata di rifiuti alimentari genera 4,2 tonnellate di CO2». In un anno se ne generano quindi oltre 80 milioni. Tanto per capire: senza gli sprechi alimentari, la CO2 emessa in Italia calerebbe, di colpo, del 15%.
Se invece consideriamo il consumo di acqua usata per l’agricoltura, lo spreco ammonta a 5,3 miliardi di metri cubi. Per fare un confronto: con la stessa quantità d’acqua in Kenya si disseterebbero tutti gli abitanti per 270 anni (la cifra non è buttata lì: nel Paese africano la disponibilità idrica è di 19,6 milioni annui). Basta per pensare che forse è il caso di cambiare strada?



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