Omeopatia

Omeopatia vera “Slow Medicine”. Come sostenere una decrescita felice dei costi sanitari

Fonte: Il Granulo



omeopatia
“Less is more” propone Slow Medicine. La medicina omeopatica lo fa da più di 200 anni

Una realtà: abusiamo di farmaci, esami e di screening, con incremento continuo di ciò che tecnicamente è definita medicalizzazione. In un recente articolo pubblicato su Annals of Internal Medicine si sostiene che un terzo delle indagini diagnostiche (TAC, RMN, PET, Scintigrafia) non sia utile e che certe campagne di prevenzione portino inevitabilmente a indagini inutili, se non dannose. Il danno è quantizzabile in denaro, come costi sociali, e in fattori di rischio per i pazienti per effetti iatrogeni che tutto ciò può provocare.

Contemporaneamente si è incrementata anche la medicina difensiva: l’80% dei medici non vede più il paziente come un simile da aiutare, ma una potenziale controparte in sede giudiziaria e, pertanto, lo tratta con una serie di attenzioni finalizzate a applicare acriticamente il protocollo e le linee guida (decise da terzi) così da essere inattaccabile di fronte a una contestazione giudiziaria. Non sempre il risultato rappresenta un miglioramento per la salute del paziente. Così, per esempio, molti bambini sono trattati in modo apparentemente scrupoloso con antibiotici, cortisonici e fluidificanti alla minima patologia orofaringea, con effetti spesso peggiori rispetto alla sola attesa della guarigione con pochi accorgimenti e restrizioni del regime alimentare e d’igiene di vita. I casi non si limitano a patologie così lievi.

Anche il paziente è cambiato, ha perso fiducia nella capacità di autoguarigione dell’organismo e interpreta qualsiasi sintomo come allarme da medicalizzare subito, non come risposta curativa dell’organismo a un’aggressione e, pertanto, da rispettare. S’è spezzato il patto, il legame, la complicità con il nostro corpo. Ci sentiamo alla mercé di batteri, virus, stress, aggressioni esterne non ben idenandare lo stesso a giocare a tennis ... È come tagliare i fili della spia della riserva di benzina quando s’illumina, così da non essere infastidito dai lampeggi del cruscotto… L’inadeguatezza e la scorrettezza delle pubblicità di farmaci stanno nel fatto che gli spettatori non hanno conoscenze adeguate per criticare o filtrare le informazioni che passano nello spot e diventano facile preda per il mandante della pubblicità. Il medico dovrebbe essere il filtro tra le case farmaceutiche e il pubblico: oggi è stato scavalcato perché ostacolo alla vendita di farmaci alle persone sane.

Da poco l’American Psychiatric Association (APA) ha pubblicato la nuova edizione del Manuale Diagnostico Statistico, bibbia della psichiatria, che delinea le tificate e abbiamo rinunciato a sentire il nostro organismo che reagisce e si adatta combattendo la sua battaglia per l’equilibrio, l’omeostasi, la salute. Non lo rispettiamo perché ci hanno insegnato a non avere più fiducia in esso, in noi stessi. Le campagne informative sanitarie finiscono per avere gli stessi effetti delle pubblicità. Quotidianamente siamo martellati da pubblicità di farmaci molto subdole: si propongono come un aiuto per la salute, per il nostro equilibrio, ma, in realtà, minano la certezza che il nostro corpo possa reagire nel modo migliore, secondo le sue possibilità, di fronte al nemico. Peraltro anche questa visione manichea del nemico cattivo e dell’io buono è ridicola dal punto di vista scientifico. Funziona molto bene nelle pubblicità o nelle campagne elettorali, ma non aiuta certamente a interpretare correttamente le dinamiche biologiche in natura.

Si fa leva sulle nostre insicurezze per proporci la panacea di tutti i mali, come se non ci fosse una contropartita, uno scotto da pagare. Così ti propongono farmaci per contrastare i sintomi che il tuo organismo produce mentre sta combattendo una battaglia contro un virus, cosicché tu, invece di aiutarlo restandotene tranquillo per un giorno e riposandoti di più, puoi fregartene e linee guida per i trattamenti psichiatrici, arricchito da un nuovo quadro clinico da medicalizzare: il lutto. Non si fa più distinzione tra lo stato fisiologico di tristezza per la morte di una persona cara e la depressione maggiore: bisogna aprire la porta all’uso di antidepressivi anche in questi frangenti. Avvallare una tale scelta ha ritorni economici imponenti: in USA il mercato degli antidepressivi vale 10 miliardi di dollari. Mirabile colpo di marketing di Big Pharma, che incurante della crisi economica e di problemi sociali, risponde con eleganti volée come queste, avida di ricchi fatturati.

Il problema degli psicofarmaci usati al limite della correttezza prescrittiva ci aveva già toccato anni fa quando i pediatri USA cominciarono a imbottire di Ritalin® bambini agitati e irrequieti senza preoccuparsi dell‘eventuali cause di questa maggior reattività (videogiochi, scarsa attività fisica, troppa TV, alimentazione scorretta con frequenti crisi ipoglicemiche, ecc). (vedere anche il granulo n. 20, pag.22). Fortunatamente i nostri pediatri hanno reagito con “mediterranea” saggezza e non hanno aderito a questo scempio terapeutico: in Italia si ricorre pochissimo ad ansiolitici nel caso di ADHD. Forse, poco noti sono i recenti dati sulle cause di morte negli USA. Nel 2000 le pratiche mediche costituivano la terza causa di morte ora sono al primo posto! Si è giunti a 783.936 morti l’anno contro i 699.697 per malattie cardiovascolari e i 553.251 per tumori.

Si muore principalmente per la pratica medica
! Nel 2012 , il numero di morti per abuso di antidolorifici e ansiolitici ha superato quello per scientifiincidenti automobilistici! È doveroso, perciò, riformulare il concetto di medicina come strumento di salute per l’uomo. Da molte parti è aspramente criticata la tendenza alla “MEDICALIZZAZIONE” cioè, come scrive il Prof Silvio Garattini in un suo recente articolo: “Una prevalente sudditanza nei confronti degli interventi medici. La medicalizzazione si traduce nell’impiego della diagnostica, terapia e riabilitazione senza evidenza di efficacia; nasce dalla convinzione che vi sia un rimedio per ogni stato di malessere, insoddisfazione o disagio”. Questa convinzione va indotta, e chi se non l’attore interessato al guadagno e agli utili di settore può esserne responsabile? Infatti, secondo Garattini, gli interessi economici e le esagerate promesse di ricercatori e clinici sono determinanti della medicalizzazione.

La medicalizzazione porta a molte prescrizioni di molti farmaci che, in via ipotetica, potrebbero dare benefici e che, invece, possono causare effetti indesiderati. “ La medicalizzazione si esprime soprattutto nel trattamento di persone sane, prive di rischio”. Henry Gadsden, direttore generale della Merk, rilasciò anni fa alla rivista Fortune (W. Robertson, Fortune, marzo 1976) una famosa dichiarazione: senza pudore confidava che il suo più grande sogno era vendere farmaci a tutti, anche alle persone sane! Guarda caso, undici membri del Comitato scientifico dell’American Psychiatric Association (APA, poco sopra citata) hanno dovuto dichiarare rapporti economici con aziende farmaceutiche (consulenze retribuite o possesso di pacchetti azionari). Non sembrano esserci sufficienti garanzie d’imparzialità, a quanto pare.

Recentemente si è reagito a questa situazione con la nascita di un movimento che ha sintetizzato in tre punti i suoi obiettivi: SOBRIETA’, RISPETTO E GIUSTIZIA per una cura appropriata, sostenibile, equa, attenta alla persona e all’ambiente. Si tratta di Slow Medicine, che ha mutuato dal grande movimento mondiale Slow Food fondato da Carlo Petrini, le finalità e, per simpatia, le chioccioline del logo che nella nuova versione si parlano: lentezza e dialogo sono gli strumenti proposti. È obbligatorio un rinascimento della medicina che contempli maggior senso critico da parte del medico, anello di congiunzione fondamentale tra gli altri attori operanti sul fronte della sanità: i pazienti e le case farmaceutiche. Afferma il Dott. Bert di Slow Medicine: il medico slow ti prende sul serio, ti ascolta con attenzione, si ricorda che hai una famiglia, ti incoraggia a fargli domande, spegne il cellulare quando ti visita e ti chiede se hai difficoltà a seguire una cura. Il medico slow sa che fare di più non vuol dire far meglio. Prima formula un’ipotesi di diagnosi, poi cerca conferma in un esame e non il contrario. Rispetta, cioè ascolta senza giudicare. È un medico giusto, nel senso di equo e appropriato, che usa le conoscenze migliori disponibili in quel momento.

Queste parole riecheggiano i miei maestri omeopati, i loro consigli per capire bene e analizzare il quadro patologico profondo del paziente. L’attenzione a non fermarsi solo agli elementi più superficiali, a quei sintomi che portano a facili diagnosi nosologiche ma perdendo la vera causa che, talvolta, sta in altri elementi nella vita del paziente. L’attenzione per ogni fase della quotidianità del paziente, dai sogni ai desideri alimentari, la valutazione del carattere del paziente, le sue paure, i desideri, gli eventuali traumi psicologici del passato (con conseguenze nel presente) cui pensa ancora dopo anni. Infine, una verifica quasi maniacale delle modalità dei sintomi fisici: come e quando peggiorano o migliorano, con tutte le caratteristiche ottenibili.

Recenti studi confermano che il modo in cui il paziente vive e percepisce la sua malattia influisce sul suo decorso e talvolta sul suo esito. Karl Jaspers, parecchio tempo fa, criticava che la formazione del medico fosse troppo concentrata sugli aspetti tecnici, specialistici sempre più sofisticati mentre la parte umanistica soffrisse di poco tempo e spazio a essa dedicati. Lo sguardo clinico del medico contemporaneo tende a oggettivizzare la soggettività del paziente cosicché le ansie e il suo vissuto non sembrano di competenza medica. Anche i test di ammissione alla Facoltà di Medicina non tengono in minima considerazione questa componente umana e favoriscono tale tendenza, preparando danni che pagheremo in futuro, quando potremmo ritrovarci con troppi medici che esercitano come rigidi tecnici dei protocolli senza l’afflato della passione per la cura dell’uomo, che fa della medicina una pratica tra l’arte e la tecnica.

“Less is more” propone Slow Medicine. La medicina omeopatica lo fa da più di 200 anni. Il mondo omeopatico non si limita a criticare il sistema, ma propone una soluzione: un approccio clinico e terapeutico che, in tanti studi scientifici cui è stata sottoposta e in particolar modo in quelli che esaminano il rapporto costo-beneficio (vedere la rubrica “Granuli sotto esame” in questo e nei precedenti numeri de il granulo), ha dimostrato
di migliorare del 50% (adulti) e 70% (bambini) le malattie croniche e di abbattere del 50% i costi sociali dei farmaci e degli esami.

La sostenibilità di una medicina che ha questi risultati è evidente: è una medicina preventiva, non ha effetti collaterali, ha un costo di produzione del farmaco minimo, non crea danni ambientali e, infine, stabilisce un ottimo rapporto medico paziente di vera fiducia con indubbi effetti terapeutici e che rappresenta il miglior deterrente verso cause per malasanità. Gli obiettivi della medicina omeopatica e di Slow Medicine sono comuni: tornare a una medicina centrata sull’uomo e a una personalizzazione della terapia. Si potrebbe collaborare per unire gli sforzi nel rinnovamento della medicina moderna, ma, alla richiesta di partecipare al progetto siamo stati cortesemente messi alla porta da un diplomatico messaggio che sinteticamente affermava: Slow Medicine si occupa di medicina. Per il momento non di “terapie alternative”.

Siamo certi si sia trattato di una valutazione frettolosa contraria alla volontà di apertura dell’associazione e in evidente contrasto con le dichiarazioni del Presidente Antonio Bonaldi, che ritiene necessario allargare gli orizzonti con animo aperto e critico. Speriamo di non dover costatare che la ricerca di cambiamento sia solo teorica o finalizzata a cercar nuovi spazi di visibilità sfruttando una corrente innovativa quale Slow Food. Kafka sosteneva che: “Scrivere una ricetta è facile, parlare con un paziente è molto molto più difficile”. Possiamo aggiungere: “Anche ascoltare un collega che la pensa come te e che usa strumenti efficaci che tu non conosci, può esserti utile”.
Albert Camus disse “Perchè un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che si cambi in esempio”.



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