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Presidi Slow Food. Tradizioni e sviluppo

Fonte: Valori (Rivista)


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agricoltura
Slow Food è una rete di persone unite nell’affermare la necessità di un nuovo modello di agricoltura

Cos’hanno in comune il cacao prodotto nella Chontalpa messicana, il pepe nero del Borneo, l’asparago violetto di Albenga, la bottarga della Mauritania, l’uvetta abjosh coltivata in Afghanistan e la pitina friulana? Sono tutte produzioni a rischio di estinzione. Vittime di un sistema economico che standardizza i gusti e uccide la diversità di sapori. Ma c’è chi si oppone. Creando gruppi di produttori e una rete che valorizzi le eccellenze culinarie.

Fossimo nel mondo dei fumetti, sarebbero come Batman, Superman o i Magnifici Quattro. Insomma, supereroi che soccorrono i più deboli per salvarli dai soprusi di qualche malvagio, prepotente e soverchiatore. Invece siamo nella vita reale. I supereroi non esistono (purtroppo). Ma di cattivi - ahinoi - ce ne sono quanti ne vogliamo. Spesso hanno la forma di persone in carne, ossa e tanto pelo sullo stomaco. Molto più spesso assumono i connotati di un sistema economico che schiaccia le popolazioni più deboli, i loro stili di vita e le produzioni tradizionali, in nome della logica del profitto. E arriva a colpire anche le abitudini gastronomiche, standardizzando quello che finisce sulle tavole di tutto il mondo e condannando all’estinzione cibi tipici.

Ma anche nella vita reale c’è chi si batte per i più deboli. Slow Food, ad esempio, l’associazione fondata da Carlo Petrini nel 1986, con aderenti in 130 Paesi. O come Terra Madre, la globalizzazione positiva, la rete nata nel 2004 per dar voce e visibilità a contadini, pescatori, allevatori che troppo spesso soccombono sotto il peso di uno sviluppo scriteriato alla ricerca di un aumento sistematico e costante dei margini economici. Quanto siano esposti i piccoli produttori all’assalto dell’agricoltura industriale lo dimostra il dato sulla popolazione agricola negli Stati Uniti, crollata dal 1930 a fine secolo dai 30,4 milioni di persone (pari al 25% dei 122 milioni totali) ai 3 milioni del 1992. Nonostante, nello stesso periodo, gli ettari di territorio coltivato siano triplicati: dai 6 milioni degli anni ’30 ai 20 milioni di fine secolo.


Una schiera di persone normali, unite nell’affermare la necessità di un nuovo modello di agricoltura, meno intensivo, costruito sul sapere delle comunità locali. Una nuova via, la sola capace di offrire prospettive di sviluppo anche alle regioni più povere del Pianeta, salvaguardando, al tempo stesso, le cucine locali, le produzioni tipiche, le specie vegetali e gli animali a rischio di estinzione.

Dove sono nati i Presìdi – 177 in Italia e 137 nel resto del mondo – si sono avuti riflessi positivi sul numero di addetti, sulle imprese avviate (cooperative di piccoli agricoltori o produttori) e in termini di valore del bene venduto. I casi esemplari non mancano, in Italia e all’estero. Come il riso indiano Basmati, che ha visto raddoppiare i coltivatori e quintuplicare le quantità prodotte. O l’olio di Argan in Marocco, i cui addetti riuniti nel presidio sono passati da 40 a 500.

Due esempi di una lista infinita di buone pratiche che hanno rivitalizzato economie locali e dato un futuro a popolazioni dimenticate: la bottarga degli Imraguen mauritani, le pecore churra dei Navajo, il cacao della Chontalpa messicana, gli infusi di erbe selvatiche della Bielorussia settentrionale, le renne dei Suovas, l’uvetta abjosh delle valli attorno a Herat.

E in Italia? Dai 177 presìdi nostrani arrivano notizie altrettanto confortanti: le imprese sono cresciute del 32%, le quantità prodotte più che raddoppiate e il valore dei cibi salito del 95%, con conseguenti migliori remunerazioni per i produttori. Non male per eroi affatto “super” che come uniche armi hanno l’amore per la propria terra e il buon gusto.



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