Denuncia sanitaria

Ambiente ostile: migliaia di siti contaminati in Europa

Fonte: Valori (Rivista)


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siti contaminati
Sono circa 500 mila i siti contaminati d’Europa

"Chi inquina paga”. Semplice, lineare, ineccepibile. Questo è il principio stabilito dall’Unione europea e messo nero su bianco dalla direttiva 2004/35/CE. Una norma in vigore da nove anni, ma poco applicata, tanto che finora – e purtroppo per diversi decenni a venire – a caricarsi di tutte le conseguenze del danno ambientale sono stati i territori e la salute dei cittadini che abitano o lavorano nei circa 500 mila siti contaminati d’Europa.

Aree da bonificare, i cui costi da contaminazione sono stati stimati dalla stessa Ue nel 2006 tra i 2,4 e i 17,3 miliardi di euro l’anno. Una cifra enorme, certo, che toccherebbe in gran parte a imprenditori locali e multinazionali responsabili del problema. Eppure il costo della bonifica dell’intero continente europeo risulta sostenibile se paragonato a quelli assai più spaventosi (sanitari, sociali, da mancata occupazione, per danni alla qualità e produttività agricola, per la perdita d’interesse turistico) che la presenza degli inquinanti genera quotidianamente e a lungo (o lunghissimo) termine.

L’Unione europea ora è preoccupata di ciò, e legifera in merito, pubblica rapporti e studi, cerca di mettere in connessione e uniformare diverse banche dati sanitarie e ambientali per ampliare il monitoraggio. Ma il problema è vissuto anzitutto dai cittadini sulla propria pelle. In particolare da quelli italiani: circa 4,5 milioni abitano nei 187 comuni situati presso i 39 Sin (Siti d’interesse nazionale destinatari di bonifica) e quasi altrettanti vicino a quei 18 Sin “declassati” a competenza regionale nel marzo scorso.

Un mese prima che genitori e bambini bresciani occupassero la scuola comunale “Grazia Deledda”, in protesta contro la mancata bonifica del suo terreno, intriso di policlorobifenili (Pcb) e diossine dall’ormai dismesso stabilimento chimico Caffaro; e cinque mesi prima che genitori e bambini di Taranto non potessero entrare nella loro scuola “Grazia Deledda”, sfollati perché l’edificio, troppo
vicino al parco minerario e alla cokeria dell’Ilva, è in attesa della bonifica, già rimandata e ora prevista a inizio 2014.

Non è un teleromanzo
Una battaglia per il diritto alla salute nei siti contaminati d’Italia, che spesso non trova difesa. A dimostrarlo chiaramente è “Sentieri”, ovvero lo “Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento”. Un lavoro imponente, coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss), che ha esaminato la mortalità per 63 gruppi di cause nel periodo 1995-2002 in 44 Sin (circa 6 milioni di persone in 298 comuni).

Non solo l’indagine certifica un eccesso di mortalità significativo in quei territori, ma, seppure tra qualche cautela si spinge a mettere in relazione le emissioni di impianti specifici (raffinerie, poli petrolchimici e industrie metallurgiche) con le drammatiche risultanze sanitarie, laddove si possa escludere ragionevolmente un ruolo centrale delle esposizioni per motivi professionali. E
allora afferma che, in tutti i Sin, tranne Emarese, riconosciuti come tali per la presenza esclusiva di amianto (o di fibre asbestiformi) – cioè Biancavilla, Balangero, Casale Monferrato, Broni e Bari-Fibronit – «si sono osservati incrementi della mortalità per tumore maligno della pleura e in quattro siti i dati sono coerenti in entrambi i generi (maschi e femmine, ndr)».

Mentre per gli incrementi di mortalità da tumore polmonare e malattie respiratorie non tumorali a Gela e Porto Torres «è stato suggerito un ruolo delle emissioni di raffinerie e poli petrolchimici; a Taranto e nel Sulcis-Iglesiente- Guspinese un ruolo delle emissioni degli stabilimenti metallurgici».

Conto salatissimo

Responsabilità a parte, stiamo parlando di un tasso di “sovramortalità” osservata nei Sin che si traduce in 9.969 vittime (circa 1.200 persone l’anno) in 7 anni. Quasi 10 mila individui con un peso di infinite sofferenze, per sé e per i familiari. Per non dire dei costi che ciò comporta per gli Stati. Un’indagine condotta da Favo (Federazione italiana delle associazioni volontariato in oncologia) e Censis nel 2009 dice che l’Italia ha speso 8 miliardi e quasi 400 milioni di euro in costi socio-economici per le patologie tumorali, cioè lo 0,58% del suo Pil (Germania 14,7 miliardi per uno 0,66%; Francia 9,9 miliardi per uno 0,59%; Regno Unito 6,3 miliardi per uno 0,38%).

Certo non tutti i malati di cancro lo diventano per inquinamento ambientale, né l’inquinamento provoca solo tumori. Per rendere l’idea della convenienza di una bonifica fatta come si deve basterebbe però leggere uno studio effettuato nel 2009 da Carla Guerriero, cervello italiano in fuga alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, sulla situazione in Campania. Ai 143 milioni di euro preventivati da Stato e Regione per bonificare l’area del “Litorale Domizio e Agro Vesuviano”, dove si trovano la maggior
parte dei siti di rifiuti pericolosi, si oppone il «valore stimato attuale del beneficio di ridurre il numero di decessi connessi alle scorie, pari a 11,6 miliardi di euro». Non c’è gara.



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