Omeopatia

La similitudine omeopatica (prima parte)

Fonte: Il Granulo


CATEGORIE: Omeopatia

omeopatia
L'omeopatia si fonda sulla similitudine

L'omeopatia si fonda sulla similitudine: essa intende curare il malato sfruttando il fatto, sperimentalmente dimostrato, che un medicinale diluito e "dinamizzato" cura quei sintomi che è in grado di provocare quando viene somministrato ad un soggetto sano. In questo intervento cercherò di affrontare il principio centrale dell'omeopatia da un punto di vista scientifico, che è quello che più ho coltivato nella mia attività di ricercatore e di docente.

Non si può trattare la terapia fondata sulla similitudine se non a partire da cosa s'intende per salute e malattia: prima di capire come funziona il "granulo" dobbiamo capire come funzioniamo noi stessi, anche perché il granulo non funziona senza la nostra "collaborazione"! La salute dipende dal fatto che l'organismo degli esseri viventi si è evoluto mediante processi di successiva acquisizione di capacità d'adattamento all'ambiente (sempre mutevole), necessarie per mantenere i parametri interni entro variabilità accettabili per la vita stessa. Queste capacità di adattamento — che coinvolgono in modo coordinato metabolismo, immunità, psiche, ormoni, cellule, sangue, apparato vascolare, pelle e tutto ciò che esiste nel nostro organismo — costituiscono la cosiddetta "omeodinamica (in termini scientifici), o "forza vitale" (in termini omeopatici): stiamo parlando della stessa cosa. La "forza vitale" funziona in modo che quando una parte dell'organismo è sollecitata da una perturbazione o danneggiata da un fattore patogeno, le altre parti sono informate in vario modo (meccanico, chimico, bioelettrico) della modificazione verificatasi e si mobilitano per riportare tutto l'insieme ad un equilibrio uguale al precedente (se la perturbazione è piccola e transitoria) o ad un nuovo equilibrio rafforzato da modifiche che rendono l'organismo più resistente, pronto e reattivo (se la perturbazione è intensa e ripetuta).

Molte di quelle che noi chiamiamo "malattie" sono nient'altro che l'espressione di questi processi dinamici di adattamento, che possono comportare talvolta anche dei sintomi "spiacevoli", avvertiti soggettivamente (stanchezza, dolore, irritazione, ansietà, paura, sete, ecc...) o evidenziabili oggettivamente (gonfiori, macchie sulla pelle, variazioni elettrocardiografiche, ematologiche, ecc...). In realtà, queste non sono "malattie", ma risposte normali ed è veramente pernicioso scambiarle per malattie, curarle "come se fossero" malattie, perché cosi facendo si sottopone il nostro organismo ad un doppio lavoro: compensare la perturbazione iniziale e compensare il farmaco. Un farmaco somministrato in modo inappropriato è sempre una "violenza" fatta a qualche nostra funzione e può indurre la forza vitale in grossolani errori, complicando il decorso naturale delle reazioni omeodinamiche che, ripeto, tendono a ristabilire l'equilibrio perturbato: anche le pubblicazioni scientifiche di più alto livello attribuiscono ad un eccessivo uso dei farmaci l'insorgenza di varie malattie odierne.

A questo punto, allora, dove sta la malattia? E quando e come la si deve curare? La malattia, in estrema sintesi, sta là dove la forza vitale "sbaglia" nella sua reazione e l'errore è di tre tipi: sbaglia in eccesso (reazione troppo forte rispetto alle necessità, cosicché si paga un prezzo spropositato per una causa piccola, es. l'allergia o l'ascesso), sbaglia in difetto (reazione troppo scarsa cosicché la perturbazione non è controbilanciata, per esempio: le infezioni ricorrenti, la depressione), sbaglia nell'adattamento, vale a dire l'organismo di adatta in un modo anormale, spostando il proprio comportamento in una nuova situazione che "appare" come migliore di quella della reazione acuta, ma salute non è. Gli omeopati hanno tradizionalmente denominato e classificato queste tre situazioni patologiche della forza vitale come "miasmi".

Il caso più problematico, più diffìcile da trattare (ed anche quello dove a mio parere l'omeopatia ha le sue maggiori, quasi "fantascientifiche", potenzialità), è la malattia cronica, vale a dire uno stato semi-permanente, uno schema fisso di comportamento, in cui l'organismo perturbato tende ad organizzarsi, in modo inappropriato e infine patogeno. In termini tecnici parliamo di un attrattore patologico, in cui si finisce a lungo andare per gli "insulti biologici" della vita moderna (inquinamento, infezioni, pressioni psicologiche, errori voluttuari ecc...), le cure inappropriate e le predisposizioni genetiche.
Nella malattia cronica il malato spesso ha pochi sintomi, essi sono come mascherati o soppressi, ma lo stato dei vari organi non è certo ottimale, si paga a lungo termine un caro prezzo con l'indebolimento di apparati vitali e con la più facile insorgenza di malattie acute e di danni organici secondari. Quanto detto si applica ai comportamenti delle cellule (elementi primari della vitalità), degli organi e degli apparati, della psiche e, persino, del sistema sociale (es. le guerre, malattie acute del mondo, sono spesso conseguenza di ingiustizie croniche).

A questo punto, dopo aver sinteticamente descritto le dinamiche della salute e della malattia, veniamo alla terapia. La proposta convenzionale è sostanzialmente "meccanicistica", vale a dire si ritiene di poter identificare un "meccanismo" della malattia (es.: azione di un microbo, spasmo di una arteria, produzione di sostanze infiammatorie, deficit di una certa popolazione cellulare, variazione di un parametro di laboratorio, aumento di dimensioni di una ghiandola, ecc..) e si punta a modificarlo con un farmaco o con un intervento chirurgico o di altro tipo. Alla condizione patologica si attribuisce un nome ("diagnosi") e per quella diagnosi si applica la terapia dimostrata più efficace in una serie di soggetti con la stessa diagnosi. Spesso il metodo funziona, almeno a breve termine, ed è per questo che la medicina "ufficiale" si è tanto sviluppata e si è imposta sul mercato della salute nei Paesi più sviluppati. Ma in molti casi l'approccio meccanicistico non funziona, ed è per questo che la gente cerca delle alternative e siamo qui a discutere di omeopatia dopo duecento anni, anche se tale forma di terapia è stata combattuta con ogni mezzo e a tutti i livelli (ed io stesso, nel mio piccolo, posso testimoniare di questo tipo di irrazionale ostracismo).

L'approccio meccanicistico non funziona in modo ottimale perché nel fare la "diagnosi" esso e "costretto" a semplificare la condizione reale del malato, riducendola ad una categoria universale ma astratta, la "malattia". Se questo processo di "riduzione" e di "astrazione" è necessario ed è efficace nei casi più semplici ed eclatanti, quando c'è, appunto, un meccanismo chiaro e determinante, esso non è sufficiente ed è persino fuorviarne nei casi più complessi, multifat-toriali e sottili (quali sono, si badi bene, quasi tutti i casi almeno nelle prime fasi dello sviluppo delle malattie umane). Qui la medicina moderna si trova in una difficoltà quasi insormontabile, dati i presupposti meccanicistici su cui si fonda ed invano si invoca una maggiore conoscenza dei dettagli ultramolecolari: ciò non contribuirà alla soluzione pratica di queste difficoltà, che sono dovute all'impostazione concettuale, non alla scarsità di conoscenze. Ecco perché molti, tra cui il nostro gruppo veronese, ritengono che un progresso dell'intera medicina potrà avvenire nell'incontro di diverse tradizioni culturali e dalla loro integrazione, nel rispetto dei diversi ruoli e delle diverse potenzialità. Tra le più importanti proposte "alternative" si distingue oggi l'omeopatia.

Qual è la "genialità" della proposta hahnemanniana? Sta nel fatto che Hahnemann prese coscienza della complessità inestricabile dei meccanismi della forza vitale (od omeodinamica in termini scientifici, come già scritto) e scopri il modo di valorizzare, sul piano operativo, un principio universale, sperimentalmente dimostrato, quello della similitudine. La similitudine, basata sulla dettagliata osservazione dei sintomi espressi dal malato, consente in qualche modo di superare l'ignoranza dei meccanismi cellulari e molecolari, andando a trovare un rimedio (il medicinale omeopatico) capace comunque di indirizzare i processi omeodinamici verso la loro meta più naturale, la guarigione appunto.



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