Omeopatia

Jeremy Sherr & Proving. Costruendo cluster o assicurando un'uniformità nella valutazione del rimedio omeopatico?


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Nel discorso sulla medicina la maggior parte delle proposizioni rimangono senza essere sufficientemente interrogate, questo dovuto, primariamente, alla reificazione e ad altri artifici di rappresentazione del pensiero.
Confidenti circa gli assunti quasi nessuno dubita che, quando gli uomini si sono occupati del trattamento delle loro malattie, hanno dato per scontato che i “rimedi agenti erano necessari” - forse senza saperne il come.
La domanda storica, dunque, è stata quella di stabilire sperimentalmente la provabile validità di questo storico assunto. Per fortuna, i filosofi si interessano ad interrogare ciò che la maggior parte della gente da per scontato.
L’effetto di sostanze nel “corpo” è stato sempre osservato attraverso l’informazione concernente i dati tossicologici e l’esperienza “clinica”. La considerazione “agenti medicamentosi sono necessari per trattare le malattie dell’uomo” deriva dell’osservazione e della codificazione: in alcuni stati di malattia dopo la somministrazione di alcune sostanze seguiva un miglioramento. Ciò significava: - un aiuto è richiesto! La domanda era quella di trovare la connessione metodologica tra sostanza somministrata e malessere. Questo implicava imparare lo specifico potere medicamentoso del rimedio e conoscere la qualità del malessere.
Visto che “la transazione prestazione riproducibile” è essenziale nella storia dell’umanità, è prevalsa la domanda filosofica pratica: - Come lo specifico potere medicamentoso della sostanza può essere stabilito? Si trattava, infatti, di escogitare il modo specifico di fornire lo specifico aiuto, nello specifico stato di malattia. In una parola, escogitare un metodo per stabilire lo specifico modo di fornire aiuto e specifici punti di differenziazione.
Il punto di svolta per ottenere una precisa conoscenza nel predire l’effetto di una data sostanza come rimedio, con un grado di certezza, è un impegno dell’omeopatia, intesa come cura di una sofferenza mediante un morbifico simile artificiale sperimentato. Con Hahnemann l’omeopatia escogita come imparare il proprio e peculiare potere medicamentoso delle sostanze disponibili per la cura delle malattie. La questione era come andare oltre le speculazioni aprioristiche o gli assunti relativi all’odore, ai sapore o all’apparenza delle sostanze o alle loro analisi chimica. Il quesito gira attorno alla comprensione del “che cosa” della sostanza, del fenomeno medicamentoso, senza questionare ancora circa il “come” e il “perché” e senza suggerire che le funzioni attribuite alle sostanze siano fatti umani, sociali, istituzionali.
Hahnemann infatti escogita il proving e il suo assunto sarà che lo specifico modo di imparare l’insito potere curativo di una sostanza sia quello di somministrarla ad un corpo sano. Cosa indusse Hahnemann a pensare in questi termini esula dagli obiettivi del momento. Più importante è segnalare che il punto non è conoscere la sostanza in sé, ma la sostanza in relazione all’uomo, sia nello stato di salute che di malattia. Imparare l’insito potere curativo della sostanza implica comprendere l’intima natura della malattia e della cura. Il punto non è solo conoscere il potere medicamentoso della sostanza, in modo che una salute duratura possa risultare dal suo utilizzo, ma il saper interrogare la salute, la malattia, l’evento della cura. E questo non è questione solo di materia medica ma anche di filosofia.
Intercorre lunga strada prima di approdare all’ipotesi di un adeguato morbifico analogo artificiale curativo per ciascuno degli infiniti stati di malattia e di scoprire questo analogo mediante proving ed esperienza clinica!
Vi è, infatti, una domanda collegata a quella relativa alla comprensione del potere medicamentoso della sostanza: - Come è possibile condurre il fenomeno della malattia ad un analogo oppure ad simillimum? Quali sono le documentazioni euristiche per asserire che l’immagine dei sintomi, costruita con l’aiuto dei repertori, sia il cluster relativo alla forza vitale squilibrata a alla malattia? Si deve assumere, necessariamente, che solo i risultati clinici costituiscono l’evidenza.
L’aspetto che si intende segnalare è quello relativo alla differenza tra fenomeno morbifico e concettualizzazione. Pure nella medicina convenzionale “le malattie” rappresentano clusters o gruppi di sintomi che si presentano insieme. Invece di “entità ontologiche”, “le malattie” costituiscono “denominazioni” sulla base di concetti nominali e operativi. Questo rende più facile interpretare le malattie come una cocostruzione, generata all’interno della relazione medico - paziente. In questa prospettiva, la malattia è definita, progressivamente, con l’offerta di sintomi dal paziente e con la risposta del medico. La “patogenesi”, per usare il termine ortodosso dell’omeopatia, è anche essa una “cocostruzione”generata all’interno del proving.
Essendo la malattia una co-costruzione e essendo possibile che vi siano diverse cocostruzioni, dipendendo dallo specifico punto di vista epistemologico del singolo medico, non vi è un’universale risposta senza inferenze alla questione - cosa sta capitando in una esistenza, in un corpo, in un individuo? La scienza è piagata da aporie.
I medici non possiedono la verità in relazione alla “natura”, come molti tecnici pensano, ma semplice “documentazione” circa il modo in cui loro pensano “la malattia” e circa il modo in cui interrogano la “sostanza farmacologica”. In ogni caso, l’accenno alla co-costruzione concettuale della malattia, sia essa relativa ad una nosografia o ad una patogenesi, ha l’intenzione di far notare che la co-costruzione scelta o percorsa costituisce un senso per il gruppo sociale di appartenenza di medico e paziente. Questa co-costruzione, prima che “astrattamente scientifica”, costituisce un fatto sociale, un fatto istituzionale.
Tenendo presente questa osservazione ci si può muovere lungo il discorso, interrogando Hahnemann e Sherr circa i loro assunti sul fenomeno morbifico, circa come loro documentano “la correttezza” dei loro “clusters” o “co-costruzioni” - delle “patogenesi”, per utilizzare il termine ortodosso. In ogni caso, l’eterna domanda è: se e come le sostanze replicano le malattie e se e come il proving rimane il metodo per stabilire la provabile validità di questo assunto.
Per quanto detto, risulta chiaro che per l’epistemologia dell’omeopatia, i provings costituiscano le fondamenta sulle quali poggia la prassi omeopatica. Infatti, senza accurati proving tutte le prescrizioni sarebbero, al meglio, vaghe intuizioni o, nella peggiore delle ipotesi, semplici finzioni. In accordo all’epistemologia dell’omeopatia, non vi è altro metodo che il proving per calcolare, con alcun grado di accuratezza, l’effetto di qualunque data sostanza come rimedio. L’utilizzo delle segnature, della tossicologia o di idea fantasiose non può approssimare la precisa conoscenza ottenuta attraverso i proving e gli assunti teoretici a supporto. Se l’omeopatia si aspetta di continuare astabilire la provabile validità dell’assunto “le sostanze replicano le malattie”, una enorme quantità di proving rimane ancora da fare. Tuttavia, più informazione si porta alla luce circa le sostanze, più confusione e sovrapposizione di dettagli devono essere affrontati. Con il relativamente limitato numero di policresti a disposizione nel passato recente, prescrivere era più facile, pur se meno efficace e preciso, da ciò che oggi risulta con l’addizionale gamma di centinaia di “piccoli” rimedi che ora l’omeopatia ha a disposizione.
Nel futuro, possibilmente, ci saranno migliaia di più specifici rimedi pronti, spesso abbastanza simili tra loro. Di conseguenza, più precisi metodi di conduzione e di valutazione dei proving dovranno essere messi a punto per aiutare gli omeopati a focalizzare, più precisamente, i punti di differenziazione medicamentosa.
Per paradosso, in questo campo di così estrema importanza per l’omeopatia, sforzi significativi di sviluppo sono scarsamente effettuati. Lo sviluppo del metodo dei proving dal tempo di Hahnemann è rimasto praticamente uguale.
JEREMY SHERR È UNO DEI POCHI che ha intrapreso l’arduo compito di proporre bozze per dotare i proving di un sistema di regole rigorose che consentano di assicurare un’uniformità di vedute nella valutazione del rimedio omeopatico.
È interessante osservare che gli omeopati, che non sono in conflitto di interesse, considerano che, oltre gli strani, rari e peculiari keynotes, all’omeopatia necessita di stabilire e di studiare dettagli più fini circa i tipi costituzionali e circa l’idiosincrasia o personalizzazione che la maggior risposta ad una data sostanza palesa. Alcuni di questi medici dichiarano che all’omeopatia necessita di scoprire tipologie più differenziate e sottili di quelle reperibili correntemente nelle materie mediche e nei repertori. Alcuni dei medici di questa categoria osservano pure che la maggior parte dei cosiddetti sintomi mentali sono classificati nelle rubriche in termini di visibilità e di comportamento cosciente osservabile. Tali caratterizzazioni, secondo loro, falliscono nel fare giustizia a più profondi livelli di motivazione inconscia. In questo senso, si rende necessario notare che la maggioranza dei proving esistenti sono stati condotti in un era in cui mente e consapevolezza erano ancora considerate identiche e la psicologia di un inconscio era mancante. In tali proving, sia i sintomi mentali che emozionali erano elencati essenzialmente in termini superficiali di cosa i provers erano capaci di annotare circa loro stessi e di relazionare consciamente.
Una tale situazione, dopo i contributi delle “scuole dell’inconscio”, risulta deficitaria, in quanto riferisce solo una frazione di ciò che attualmente si ritiene succeda nella mente inconscia. È proprio l’inconscio, piuttosto che i sentimenti, i pensieri e le motivazioni consci, a individuare gli stati di salute e di malattia. Questo punto di svolta, dopo i contributi di Hahnemann all’epistemologia dell’omeopatia, significa che i proving futuri dovranno investigare i dinamismi dell’inconscio non solo durante ma anche prima del proving.
Un INNOVAZIONE importante NEL LAVORO SVOLTO DA SHERR relativo ai proving è la sua attenzione vocazionale ai DINAMISMI DELL’INCONSCIO. I proving di Sherr per il loro carattere innovativo meritano attenzione in un momento di evoluzione del paradigma dell’omeopatia.

Persona ed opera coincidono, certamente. Basta leggere il suo libro “Le Dinamiche e la Metodologia della Sperimentazione Omeopatica” con prefazio di Edward C. Whitmont per realizzare che Jeremy Sherr costituisce già una personalità di rilievo nella storia dell’omeopatia. La sua Dynamic Materia Medica è un ipertesto che punta al carattere multi-dimensionale della nuova materia medica. Con il suo lavoro Sherr sta aprendo UNA NUOVA LINEA DI CREDITO ALL’OMEOPATIA.



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