Etica

Gli scheletri finanziari della banca pubblica europea

Fonte: Valori (Rivista)


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Centinaia di milioni di euro provenienti dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) sono finiti nelle tasche di banche e fondi

Un rapporto firmato da Counterbalance accusa la Banca europea per gli investimenti. Finanza speculativa, scarsi controlli, opacità e, soprattutto, il finanziamento di progetti irresponsabili allungano una pesante ombra sull’istituto dell’Unione europea.


Centinaia di milioni di euro provenienti dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) sono finiti nelle tasche di banche e fondi o hanno finanziato progetti socialmente e ambientalmente irresponsabili. Il tutto passando anche attraverso noti paradisi fiscali. Proprio così: la “banca pubblica” dell’Unione europea ha utilizzato non di rado (nel 37% dei casi) società di private equity e intermediari finanziari per veicolare i propri capitali, rendendoli così difficilmente controllabili ed esponendosi al rischio di corruzione e persino di evasione fiscale.

La denuncia è contenuta in un rapporto pubblicato da Counterbalance, rete di Ong europee che monitora il mondo della finanza internazionale, della quale fa parte anche l’italiana Crbm (Campagna per la riforma della banca mondiale).

Il documento prende in considerazione, in particolare, l’uso di intermediari per l’erogazione di crediti verso i Paesi africani. Una scelta che, secondo gli autori dello studio, “va contro ogni logica di sviluppo del Sud del mondo”.
In alcuni casi, infatti, i capitali pubblici sono spariti in banche africane o negli angoli finanziari più oscuri del Lussemburgo, oppure sono finiti nelle mani di soggetti poco raccomandabili.


Fondi che scompaiono
Secondo il rapporto, ad esempio, un prestito da 50 milioni di euro fu concesso nel 2007 alla Intercontinental Bank of Nigeria, nonostante il suo managing director fosse sotto inchiesta per frode (e non è probabilmente un caso che la banca sia finita poi sull’orlo del fallimento).

Un’altra linea di credito da 15 milioni di euro fu annunciata a favore della National Bank of Malawi sul sito ufficiale della Bei. Il denaro, però, non fu mai erogato: finì “inspiegabilmente” nelle casse di un altro istituto locale, la First Merchant Bank. Ancora, un investimento in private equity da 4 milioni destinato all’Angola è stato concesso a una compagnia con sede nel Delaware e registrata nel Lussemburgo.

Così come un’altra società del paradiso fiscale europeo ha veicolato 5 milioni di euro verso Camerun e Ciad. L’elenco è lungo. E, secondo la rete di Ong, dimostra come la politica della Bei sia caratterizzata dalla mancanza di controlli, il che per una banca che lavora con denaro pubblico è particolarmente grave.

Inoltre la trasparenza sembra spesso un vero e proprio optional: “La banca fornisce pochissime informazioni sulla fine che fa il denaro, riparandosi dietro la necessità di preservare la riservatezza dei propri clienti”, accusa il report.


Il confine tra autonomia e assenza di controllo
«La condotta della Bei - ha dichiarato Antonio Tricarico, coordinatore della Crbm - si allontana sempre più dei canali tradizionali di finanziamento dello sviluppo, rivolgendosi a entità come i private equity, che invece hanno come unico obiettivo la massimizzazione dei profitti. Finanziare con soldi pubblici istituti altamente speculativi mina, inoltre, ogni sforzo di regolamentazione dei mercati. Ciò è semplicemente vergognoso». L’ampia libertà di cui gode la Bei è garantita in realtà dal suo stesso statuto: l’istituto fu fondato come un organismo indipendente, il che implica una notevole autonomia legale.
Inoltre occorre considerare come spesso i beneficiari dei finanziamenti non abbiano sede entro i confini dall’Ue: ciò implica che nella gestione dei capitali, proprio perché effettuata in territori extracomunitari, l’istituto sia svincolato dal rispetto della legislazione europea.

La Corte di Giustizia dell’Ue, anche per questo, in una sentenza del 2003 aveva ricordato che la Bei è stata «chiaramente concepita per contribuire alla realizzazione degli obiettivi della Comunità» e che perciò «ha travalicato il margine di autonomia organizzativa propria». I suoi dirigenti, d’altra parte, si sono più volte richiamati apertamente al loro ruolo prettamente bancario. Sbagliando, secondo i giudici europei.

Ma facendo certamente “cassa”: basti pensare che oggi la Bei ha superato il giro d’affari della Banca Mondiale, diventando il maggiore finanziatore pubblico al mondo. Il problema (e la ragione della sentenza della Corte) è che tali affari non sono stati gestiti nell’interesse dei cittadini europei (ovvero dei “proprietari” della banca), né risultano in linea con gli obiettivi e i valori a cui si richiama l’Unione.
Bastano pochi esempi per comprendere la decisione dei giudici e le critiche delle Ong.

Negli ultimi anni - si legge nella Guida critica del cittadino alla Banca Europea per gli Investimenti, pubblicata sempre da Counterbalance - la Bei è stata coinvolta in alcuni dei progetti infrastrutturali più distruttivi del Pianeta. L’oleodotto Ciad-Caobietmerun, il Lesotho Highlands Water Project2, la diga Nam Theun II ed il West African Gas Pipeline3, rappresentano solo alcuni dei controversi progetti realizzati grazie ai suoi prestiti”.

Si tratta di dighe, gasdotti e oleodotti che hanno provocato massicci spostamenti di sfollati, impoverimento delle popolazioni locali, danni ambientali e vantaggi minimi per i Paesi e le comunità locali, considerato che la maggior parte dei profitti è andata alle grandi imprese occidentali che hanno realizzato i progetti stessi.



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