Salute

La salute mentale e il dominio della psicofarmacologia (ultima parte)

Fonte: Giù le Mani dai Bambini



mente
Salute mentale, psicofarmaci e case farmaceutiche

Salute mentale, psicofarmaci e case farmaceutiche. Vi proponiamo l’ultima parte della relazione di Agostino Pirella, Ordinario di Psichiatria alla Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino.


La strategia delle Case farmaceutiche

Il problema fondamentale, accanto a quello dell'orientamento massiccio e talvolta esclusivo della scelta del farmaco da parte degli specialisti in psichiatria, è quello denunciato ancora una volta da Lancet. Chi assicura l'obiettività degli studi quando il presidente dell'organizzazione, in Gran Bretagna, che recluta i volontari per le ricerche (John Bell, capo della UK Biobank) è anche direttore della Casa farmaceutica Roche? In aggiunta - continua Lancet - la maggior parte dei finanziamenti richiesti per completare il progetto viene da fonti industriali. "Con questo livello di coinvolgimento, si sentirà veramente obbligata una Casa farmaceutica a pubblicare informazioni sulla inefficacia di uno dei prodotti?"

Ma il problema non sta solo in questa sovrapposizione. A dispetto di tutte le ricerche che dimostrano la non grande superiorità nell'efficacia di uno psicofarmaco sul placebo e soprattutto sui farmaci più tradizionali, vi sono giornali e riviste a grande tiratura che sembrano degli inserti pubblicitari. Vorrei segnalare come esempio deteriore di questo tipo l'inserto del Corriere della sera del 4 aprile scorso, che sotto il titolo incredibile di "Medicine per il buon umore", nel riaffermare la certezza della genesi organica della depressione ("La carenza di serotonina causa disturbi del sonno, irritabilità. La carenza di noradrenalina (che regola attenzione e vigilanza) può contribuire al senso di affaticamento e al calo dell'umore.

Queste conoscenze hanno permesso la messa a punto di farmaci, il cui scopo è riequilibrare la disponibilità e il funzionamento nel cervello di queste sostanze chimiche") addirittura allarga all'80-90% il tasso dei pazienti che "rispondono al trattamento" mentre afferma ottimisticamente che "quasi tutti i pazienti sottoposti a terapia ottengono il miglioramento quantomeno di alcuni sintomi". Un capitoletto intende poi tranquillizzare sulla sicurezza degli SSRI a proposito dei rischi di suicidio, senza in alcun modo accennare alla grave questione cui si è fatto cenno sopra. Il titolo è infatti eloquente: "Le pillole diminuiscono il rischio di suicidio". Come abbiamo visto, almeno per quanto riguarda gli adolescenti, gli studi hanno dimostrato che ciò non corrisponde a verità. Il fatto è che il farmaco soffre ad essere considerato una merce come tutte le altre.

E proprio questa riduzione a merce è stata denunciata qualche anno fa dal Guardian a proposito di un SSRI (paroxetina, nome commerciale in USA: "paxil", in Italia "seroxat") che non trovava uno sbocco adeguato. Come si fa per un prodotto qualsiasi, la ditta in questione (guarda caso ancora la GlaxoSmithKline) ha affidato ad una agenzia competente, la Cohn & Wolfe, la promozione del prodotto. "Il modus operandi della GlaxoSmithKline - scrive il Guardian - è tipico dell'era post-Prozac: promuovere il mercato di una malattia piuttosto che vendere un farmaco". Attraverso campagne volte ad attirare persone insicure ed in crisi a riconoscersi in una nuova malattia del DSM, il "disturbo d'ansia generalizzato" (GAD) con l'ausilio di pubblicità ma anche con partecipazione a trasmissioni televisive di grande ascolto, è stato creata l'attesa per una risposta farmacologica al disturbo che è stato chiamato "fobia sociale" ma anche, con una elegante metafora, "allergia per la gente".

Una volta preparato il terreno ed ottenuta l'approvazione da parte delle Autorità, il farmaco è stato gettato sul mercato (ovviamente stimolando anche gli specialisti a prescriverlo). Il Guardian, che riprende un articolo del periodico USA Mother Jones, cita i ricercatori che, pur essendo sul libro paga della Casa farmaceutica, si spacciavano per esperti indipendenti. Risultato: nel giro di due anni il paxil aveva soppiantato un altro farmaco concorrente come numero due nelle vendite dopo la fluoxetina.

Interessante da riportare: il successo della campagna della Cohn & Wolfe non sfuggì all'industria. I giornali commerciali plaudivano alla GlaxoSmithKline per aver creato una "forte posizione anti-ansia" assicurando un brillante futuro al paxil. Si è parlato di "espandere il mercato dell'ansia" e si sono fatte previsioni sui profitti, stimati per il 2009 a 3 miliardi di dollari. Se questa è salute mentale.... (13)


Considerazioni conclusive

Mi sono limitato, nella presente relazione, alla descrizione di qualcuna delle principali contraddizioni all'interno delle strategie di dominio del mercato psicofarmacologico. Naturalmente non si può ignorare quanto influiscano sulla salute mentale altri poteri altrettanto forti. Tra essi quelli che si possono definire largamente politici, ma anche quelli amministrativi, accademici e della ricerca. Tuttavia essi appaiono oggi ampiamente condizionati dallo sviluppo attuale del sistema dei mass-media e da quella "asimmetria" che Joseph Stiglitz attribuisce all'informazione in senso lato, dominata dalla logica del profitto.

Ho anche osservato, sul versante più propriamente tecnico-professionale,che la maggior distorsione apportata dall'enfasi corrente sul trattamento farmacologico dei disturbi psichici è data dall'azzeramento di ciò che è culturale e sociale, come anche storico-biografico. Testi conclusivi e diffusi, come la già citata "Guida alla diagnosi dei disturbi dell'infanzia e dell'adolescenza", nel momento in cui presentano "casi clinici", lo fanno con una singolare cecità per gli aspetti storico-biografici, che permette di concentrare tutta l'attenzione sui "sintomi" e sulla pretesa dignità dei loro raggruppamenti.

La questione fondamentale, sul versante scientifico e professionale, è se il focus viene portato sull'obiettivo della correzione di un preteso disfunzionamento dei mediatori cerebrali o sulla ricostruzione, assieme al paziente e al suo contesto, di ciò che gli è accaduto, sui possibili motivi della comparsa di ciò che chiamiamo disturbo e sui modi per fronteggiarlo.

Il trattamento farmacologico rischia di lasciare il paziente inerte di fronte all'azione della sostanza che, come sappiamo, non è priva di insidie e di disturbi addizionali. Recentemente, proprio sui "nuovi" antidepressivi ed antipsicotici, si sono levate voci di allarme da parte di associazioni di utenti sia per gravi effetti collaterali sia per il rischio di dipendenza.

Ma il rischio maggiore appare quello della "riduzione" (e il termine non è casuale) della vita quotidiana dell'essere umano a funzionamento cerebrale. In questo modo non solo si taglia tutta la ricchezza e la peculiarità di ciascun evento individuale, ma si ignora anche il contesto sociale, economico e politico in cui tali eventi e la stessa "riduzione" si producono.


(13) B.I. Koerner, First, you market the disease...then you push the pills to treat it, The Guardian, July 30 2002.

Nota: accordi internazionali hanno assicurato vantaggi consistenti e privilegi alla Case farmaceutiche occidentali a partire dall'Uruguay Round del 1995. La WTO, cioè l'Organizzazione mondiale del commercio, ha rafforzato i diritti di proprietà intellettuale. In questo modo le Case farmaceutiche occidentali potevano impedire alle loro omologhe in India e in Brasile di "violare" la loro proprietà intellettuale, mettendo farmaci salvavita a disposizione di cittadini ad un prezzo minimo nei confronti di quello praticato dalle Case occidentali.

Nel caso dell'AIDS, lo sdegno a livello internazionale è stato tale che le Case farmaceutiche alla fine del 2001 si sono trovate costrette a fare marcia indietro e ad accettare una riduzione dei listini vendendo i medicinali a prezzo di costo. Ma il problema di fondo rimane irrisolto: il regime di proprietà intellettuale stabilito dall'Uruguay Round non è equilibrato, in quanto riflette in modo preponderante gli interessi e il punto di vista dei produttori anziché degli utenti, sia nel mondo industrializzato che in quello in via di sviluppo. (Vedi J. Stigliz, La globalizzazione ed i suoi oppositori, Einaudi 2002).

Anche altre organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario internazionale sostengono l'economia dei Paesi forti, e per quanto riguarda la salute mentale, propagandano, anzi richiedono tassativamente l'uso del DSM anziché quello dell'ICD dell'OMS/WHO, per ricerche e finanziamenti sulla salute mentale. Si sono anche manifestate critiche sul programma Investing in Health della Banca Mondiale (1993) poiché si è occupata prevalentemente delle risposte di cura e per niente di quelle della prevenzione e della riabilitazione.

In particolare è stato osservato che "poca attenzione viene riservata alla salute mentale...inoltre molti dei problemi più profondi per la salute e il benessere delle comunità e degli individui: violenza, alcolismo, tossicodipendenza, sfruttamento dei bambini, mancanza di alloggio, discriminazione e violenza contro le donne, violenza etnica o politica, e sradicamento di intere comunità, sono appena toccati". Su questi temi vedi: R. Desjarlais, L. Eisenberg, B. Good, A. Kleinmann, World Mental Health. Problems and Priorities in Low-Income Countries, New York - Oxford, Oxford University Press, 1995, ed. italiana, La salute mentale nel mondo, Il Mulino 1998



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