Denuncia sanitaria

La salute mentale e il dominio della psicofarmacologia (prima parte)

Fonte: Giù le Mani dai Bambini


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Salute mentale, psicofarmaci e case farmaceutiche. Vi proponiamo la prima parte della relazione di Agostino Pirella, Ordinario di Psichiatria alla Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino.


Ho iniziato a lavorare in psichiatria quando i primi psicofarmaci entravano in scena. Erano gli anni Cinquanta e stava iniziando la crisi della soluzione manicomiale, durata un secolo e mezzo. Appariva evidente la nocività del lungo internamento e i giovani psichiatri erano affascinati dalle prospettive che aprivano sia la psichiatria sociale che le psicoterapie delle psicosi. Sullo sfondo restava l'impostazione fenomenologico-esistenziale che derivava da un eccesso di riflessione filosofica e da una reale impotenza di fronte alla disumanità degli asili.

La clorpromazina, sintetizzata in Francia per fini anestetici, veniva testata su pazienti psichiatrici sfruttandone i poteri sedativi. Il farmaco infatti provocava una sonnolenza molto diversa da quella dei barbiturici e molto meno pericolosa. Anche alcuni sintomi psichiatrici sembravano essere interessati. I deliri si attenuavano, il comportamento si riordinava, divenendo però come "ingessato". Si scoprì poi che alcune reazioni erano dovute all'interessamento delle aree extrapiramidali, e cominciammo a preoccuparci per reazioni avverse come la caduta della pressione arteriosa, l'azione tossica sulla funzionalità epatica e sul metabolismo dei glucidi. Ma l'effetto collaterale a distanza più invalidante si ebbe con le manifestazioni che furono chiamate "discinesia tardiva", e cioè movimenti involontari degli occhi, del capo e della lingua che provocavano ovviamente una grave disabilità sociale.


Inizia l'era farmacologica in psichiatria


L'era farmacologica era così cominciata e vi furono sempre nuovi farmaci da "provare", senza particolari precauzioni metodologiche (caso-controllo, doppio cieco) che sarebbero state predisposte successivamente. Nel corso delle esperienze di deistituzionalizzazione si poté sperimentare che, con bassi e decrescenti dosaggi di psicofarmaci e partecipazione collettiva dei pazienti alle iniziative sociali, si ottenevano esiti molto positivi. I pazienti riprendevano la parola ed esprimevano capacità di leadership e di autocontrollo nel corso delle assemblee e nelle iniziative di lavoro e di svago. Man mano che proseguivano le esperienze di riabilitazione che si arricchivano di strumenti operativi, permettendo ai pazienti di divenire protagonisti nella difesa della propria salute, il dosaggio degli psicofarmaci diminuiva correlativamente fino ad estinguersi.

Si moltiplicavano tuttavia le offerte di sempre nuovi psicofarmaci, con pretese di specificità (farmaci "deliriolitici", "disinibitori", ecc.). Le pressioni delle Case farmaceutiche, in confronto ai metodi attuali, apparivano moderate e singolarmente rispettose dei limiti in cui tali pressioni possono essere esercitate. In particolare, per quanto riguarda la pubblicità, essa era limitata, almeno in Europa, alle riviste specialistiche ed alla preparazione di piccoli testi elogiativi.

Con la crisi del paradigma psichiatrico istituzionale, che apriva la strada ad una psichiatria riabilitativa territoriale, intervenne, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, se non una vera e propria crisi, un ridimensionamento del ruolo dello psicofarmaco in favore di altre "tecniche" di cura e di riabilitazione, tra cui la stessa psicoterapia, individuale e di gruppo.

Il ruolo della partecipazione ai programmi riabilitativi, il diritto dei pazienti all'informazione e all'accesso alle risorse disponibili, quali la casa, il lavoro e la socialità, in un processo di liberazione, hanno rappresentato una vera e propria alternativa al trattamento inquadrato nel modello medico, relegandolo, in molti casi, a funzione accessoria e residuale.


Legami delle Case farmaceutiche con ambienti accademici e la ricerca

A distanza di alcuni anni, pur dopo esperienze molto dimostrative in diversi contesti, tra cui il nostro Paese, l'adesione acritica e strumentale della psichiatria ai metodi delle neuroscienze (rigorosi, ma necessariamente limitati ad aree non contigue alla pratica psichiatrica) ha proposto con forza sia il rilancio delle teorie biologiche della malattia mentale che del modello terapeutico farmacologico. Così i "nuovi" antidepressivi, i "nuovi" antipsicotici furono lanciati non solo come efficaci (o più efficaci dei precedenti) ma come risolutori esclusivi ed assoluti. Ciò attraverso un progetto totale di tipo pubblicitario, secondo le regole del mercato, che ha comportato la revisione sostanziale degli strumenti di lancio e di diffusione del farmaco assieme a costi elevati e ad altrettanto elevati profitti. E' stato calcolato che le spese per questo settore di informazione e di diffusione arrivano al 30% del fatturato (Garattini). Vorrei ricordare la copertina di un numero di Newsweek dei primi anni Novanta. Veniva richiamata la "guarigione" miracolosa di quattro -diconsi quattro - casi di psicosi dopo la prescrizione di un nuovo neurolettico. Che cosa avrebbe dovuto scrivere allora questo settimanale delle esperienze italiane di riabilitazione o di quelle di Loren Mosher in USA? Appariva evidente un legame di qualche tipo con le Case farmaceutiche, così come le strategie di sviluppo del mercato comportavano il finanziamento dei ricercatori esterni ad esse fino ai legami con le Università e gli ambienti accademici, di recente richiamati criticamente dall'autorevole New England Journal of Medicine. In esso leggiamo:

"C'è ora una considerevole evidenza che i ricercatori con legami con le Case farmaceutiche sono in realtà più adatti a riferire risultati favorevoli ai prodotti di quelle aziende rispetto a ricercatori senza quei legami. Ciò non prova conclusivamente che i ricercatori sono influenzati dai loro legami finanziari con l'industria. Comprensibilmente le Case farmaceutiche scovano (seek out) ricercatori che capita ottengano risultati positivi. Ma io ritengo che la distorsione (bias) sia la spiegazione più adatta, e in entrambi i casi è chiaro che più sono entusiasti i ricercatori e più è sicuro che essi siano finanziati dall'industria. Molti ricercatori pretendono di essere oltraggiati dalla sola idea che i loro legami finanziari con l'industria potrebbero influenzare il loro lavoro. Essi insistono che, come scienziati, possono rimanere obiettivi, non importa quanto siano blanditi. In breve, essi non possono essere comprati. La questione non è - insiste l'autrice della denuncia - se i ricercatori possono essere "comprati" nel senso di un "quid pro quo". E' che questa stretta e remunerativa collaborazione con una azienda industriale naturalmente crea benevolenza da parte dei ricercatori e la speranza che l'elargizione continui. Questo atteggiamento può sottilmente influenzare il giudizio scientifico in modi che possono essere difficili da identificare". E qui l'autrice si pone una domanda cruciale. "Possiamo noi realmente ritenere che i ricercatori clinici siano più immuni verso i propri interessi delle altre persone?" (1).

(1) M. Angeli, Is Academic Medicine for Sale?, The New England Journal of Medicine, May 18, 2000

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