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Cosa fare in presenza di nubi radioattive?


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nucleare

Questa estate la Germania ha speso milioni di euro per acquistare qualcosa come 190 milioni di compresse di ioduro di potassio da distribuire alla popolazione in caso di disastro nucleare. È vero che se assunto subito prima o immediatamente dopo la contaminazione radioattiva lo ioduro di potassio protegge la nostra tiroide, ma l'assunzione deve essere prolungata (lo iodio radioattivo resta nell'ambiente varie settimane, mentre lo ioduro di potassio ci protegge per 1-2 giorni) e comunque non ci difende da tutte le altre sostanze radioattive liberate nell'ambiente dall'esplosione nucleare. Pertanto, non si dovrebbe limitare l'argomento solo allo iodio. Cerchiamo comunque di capire cosa possiamo fare in caso di una nube radioattiva che giunge nella nostra zona.

 

Inquadriamo il problema

Prima di tutto è bene fare alcune considerazioni generali che sono sempre valide nel caso di un disastro nucleare o comunque in caso di contaminazione radioattiva dell'ambiente.

 

a) La fuoriuscita delle sostanze radioattive (radioisotopi) non avviene tutta in un colpo, ma si protrae nel tempo sotto forma di gas, vapori e polveri. Quindi la nostra esposizione alla radioattività è prolungata.

 

b) Fra i principali radionuclidi liberati e in particolare tra quelli che conosciamo meglio per il loro effetto biologico sugli organismi viventi, bisogna segnalare essenzialmente i radioisotopi dello iodio (131-I, 132-I, 134-I, 135-I), del cesio (134-Cs, 137-Cs) e dello stronzio (89-Sr, 90-Sr), anche se non vanno dimenticati i radionuclidi del plutonio (238-Pu, 239-Pu, 240-Pu), dell'uranio e i gas radioattivi e altamente tossici di xenon (133-Xe) e kripton (85-Kr).

 

c) I radioisotopi dello iodio vengono assorbiti in parte per inalazione (respirando aria contaminata) ma prevalentemente per via alimentare e si concentrano nella tiroide, mentre lo stronzio si localizza nelle ossa e il cesio, dato che segue le vie metaboliche del potassio, si concentra nei tessuti ricchi di potassio come i muscoli e il cuore e viene eliminato con le urine (la sua escrezione è aumentata dalla somministrazione dal colorante Blu di Prussia).

 

d) L'emivita di queste sostanze (cioè il tempo in cui la loro radioattività si dimezza nell'ambiente o, meglio ancora, il tempo che deve trascorrere affinché la metà dei nuclei di un dato radionuclide vada incontro a decadimento) dipende dalla sostanza in oggetto e in particolare:

 

Radioisotopi

Emivita della sua radioattività

Iodio 132

2,4 ore

Iodio 131

8 giorni

Cesio 134

2 anni

Stronzio 90

28,5 anni

Cesio 137

30,1 anni

Plutonio 238

87,7 anni

Plutonio 240

6.500 anni

Plutonio 239

24.100 anni

 

e) Perché concentrarsi maggiormente sugli effetti biologici dello iodio radioattivo? Principalmente perché, dai dati emersi dalle esplosioni nucleari, risulta che dia il contributo maggiore alla radioattività. Pertanto, dato che la tiroide utilizza lo iodio per produrre gli ormoni tiroidei, questa nostra ghiandola sarà l'organo più colpito dagli effetti tardivi di una esplosione nucleare. In secondo luogo lo iodio lo possiamo gestire, mentre gli accumuli degli altri isotopi radioattivi come cesio, stronzio e plutonio, che hanno un'emivita particolarmente lunga, non sappiamo come trattarli. E questo ovviamente è una sottolineatura molto grave che dovrebbe allarmare i nostri Governanti e tutti coloro che hanno potere decisionale sulla produzione dell'energia nucleare.

 

f) L'assunzione di queste compresse di Iodio è comunque un intervento molto, molto parziale, perché permette di evitare che lo iodio radioattivo inalato attraverso le vie respiratorie si accumuli nella tiroide, ma oltre a questo non proteggono da niente altro. Infatti, non sarà perché ognuno riceverà le sue pillole (ammesso che le riceva e le assuma in tempo) che il rischio nucleare non esisterà più essendo numerose le sostanze radioattive che si liberano in presenza di un disastro nucleare e la maggior parte di esse, come abbiamo visto, persisteranno nell'ambiente per innumerevoli anni.

 

Il rischio più immediato: le tiroiditi e il cancro tiroideo

Se quindi limitiamo il nostro discorso allo iodio radioattivo, dobbiamo pensare subito alla tiroide, perché essa ha bisogno dello iodio per sintetizzare gli ormoni tiroidei. Dato che in molti Paesi (anche in Italia) lo iodio è scarsamente presente nei cibi e nelle bevande, la tiroide diventa particolarmente avida di iodio e lo accumula rapidamente appena lo riceve dal sangue. Quindi, quando un'esplosione nucleare libera grandi quantità di radioisotopi di iodio, questi inquinano l'ambiente (aria, acqua, terra e quindi cibi), noi li ingeriamo con l'alimentazione e attraverso il respiro ed essi, dopo essere giunti nel sangue, vengono accumulati dalla tiroide dove si concentrano in dosi elevatissime. Nella tiroide, pertanto, essi esercitano il loro maggior danno biologico causando generalmente un ipotiroidismo dovuto ad alterazioni infiammatorie (tiroidite), autoimmunitarie (morbo di Hashimoto) e anche cancerogene (cancro tiroideo).

 

La tiroide accumula una quantità di iodio radioattivo inversamente proporzionale alla sua massa e quindi le tiroidi più piccole (come quelle dei bambini) accumulano più radioiodio delle tiroidi grandi (dell'adulto). Ne consegue che il rischio di cancro tiroideo aumenta tanto più è piccolo il soggetto nel momento in cui è stato esposto alla radiazione. Dopo l'incidente di Chernobyl, ad esempio, i bambini (specie quelli sotto i 6 anni e più ancora quelli neonati o addirittura i feti presenti ancora nel grembo materno nel momento del disastro nucleare) hanno registrato un maggior numero di carcinomi tiroidei rispetto gli adulti.

 

Il periodo di latenza medio fra l'esposizione alle radiazioni e la diagnosi di patologia tiroidea è di circa 4-5 anni. I più frequenti tumori tiroidei infantili causati da un disastro nucleare sono i carcinomi tiroidei papillari, mentre lo stato pre-tumorale è rappresentato dall'iperplasia tiroidea micropapillare. I tumori tiroidei conseguenti ad un inquinamento nucleare sono molto più aggressivi di quelli ad insorgenza spontanea (i tumori della tiroide indotti dall'esplosione del reattore di Chernobyl hanno mostrato una invasione extratiroidea metastatizzante già al momento della diagnosi nel 49,1% dei casi, rispetto al 24,9% dei casi di tumori simili riscontrati in altri Paesi non inquinati dalla radioattività nucleare).

 

Come proteggere la tiroide in caso di contaminazione radioattiva?

Non si può certamente fare molto, a parte cercare di allontanarsi il più possibile e il prima possibile restando lontani dalla zona contaminata per molti anni. Se questo non è completamente fattibile oppure se ci si deve recare nelle zone a rischio, il consiglio è quello di assumere una dose adeguata di iodio. Infatti, la concentrazione e l'accumulo di radioisotopi dello iodio nella tiroide possono essere ridotti o addirittura bloccati se alle persone esposte sono somministrate tempestivamente (prima o poche ore dopo l'inizio dell'esposizione) dosi farmacologiche di iodio stabile (iodoprofilassi).

 

Lo iodio stabile agisce rapidamente attraverso vari meccanismi e i principali sono:

- Diluizione isotopica (meccanismo prevalente).

- Parziale saturazione del meccanismo di trasporto attivo di membrana dello iodio. - Transitoria inibizione della sintesi ormonale.

 

Rischi causati dalla iodoprofilassi

Dato che le esperienze di iodoprofilassi di massa in occasione di incidenti nucleari o radiologici sono estremamente rare, ci sono ben pochi dati scientifici documentati circa i possibili effetti avversi di questa pratica. Comunque pare che gli effetti indesiderati della somministrazione di ioduro di potassio non siano né importanti né frequenti e li possiamo suddividere in:

 

- Effetti avversi tiroidei: gli individui affetti da patologie tiroidee quali tiroiditi autoimmuni o gozzi multinodulari sono a maggior rischio di un aggravamento della loro preesistente disfunzione tiroidea (ipotiroidismo iodo-indotto). Tali condizioni patologiche sono più frequenti nell'età matura e nel sesso femminile. Per contro, è possibile l'induzione di ipertiroidismo (Basedow iodo-indotto) in conseguenza dell'ingestione di un eccesso di iodio stabile (sotto forma di ioduro di potassio), specialmente in aree geografiche povere di iodio e/o in soggetti con morbo di Graves o patologie nodulari tiroidee.

 

- Effetti avversi extratiroidei: molto raramente sono stati registrati i seguenti effetti: nausea, vomito, diarrea, gastralgie, reazioni allergiche come angioedema cutaneo, artralgie, eosinofilia, linfoadenopatia, orticaria o rash cutanei.

 

Iniziare quanto prima la somministrazione dello iodio

È di fondamentale importanza che la somministrazione dello ioduro di potassio sia tempestiva rispetto l'inizio dell'esposizione agli isotopi radioattivi dello iodio presenti nell'atmosfera. L'efficienza massima del blocco (100% di dose equivalente di iodio radioattivo evitata alla tiroide) si ottiene somministrando ioduro di potassio prima dell'esposizione (da alcune ore fino ad 1 giorno prima).

 

Risultati soddisfacenti si possono ottenere anche con somministrazioni successive all'esposizione, sempre che le stesse siano sufficientemente rapide: in particolare, se l'assunzione dello ioduro di potassio avviene 6 ore dopo l'inizio dell'esposizione l'efficienza della protezione si riduce al 50-60% (cioè un 40-50% di iodio radioattivo si fissa alla tiroide), si riduce al 30% se lo ioduro di potassio viene assunto 12 ore dopo e si riduce a meno del 20% se assunto 18 ore dopo (in quest'ultimo caso l'80% di iodio radioattivo si è già fissato alla tiroide).

 

Non sottovalutare l'effetto radioattivo a lungo termine

Un'ultima informazione importante è la seguente: sappiamo che una grande concentrazione tiroidea di iodio radioattivo uccide la tiroide e quindi crea un rapido ipotiroidismo irreversibile, ma non un cancro tiroideo. Una debole e prolungata esposizione allo iodio radioattivo, invece, danneggia lentamente le cellule tiroidee ed è la causa principale di un cancro.

 

Da ciò si capisce che è grave l'esposizione immediata a dosi elevate di iodio radioattivo, ma è ancora più pericolosa l'esposizione a basse dosi (assunte da coloro che vivono più distanti dalla sede dell'eventuale disastro nucleare) o l'esposizione subdola, lenta e prolungata di basse dosi di questo tipo di radioattività (che avviene perché i radioisotopi non vengono diffusi tutti in un solo momento).

 

È palese che se gli incidenti e le esplosioni nucleari (sotterranee o marine) a scopi di ricerca continueranno a moltiplicarsi, noi saremo gradualmente esposti ad un aumento della radioattività di fondo. Chiaramente, dato che lo iodio radioattivo ha una emivita di 8 giorni, dopo 1-2 mesi dalla sua liberazione nell'ambiente la quantità pericolosa iodio-dipendente andrà gradualmente scomparendo, ma ciò non avverrà allo stesso modo per tutti gli altri radioisotopi liberati dall'esplosione nucleare ... e contro di loro, allo stato attuale delle conoscenze, non abbiamo alcuna arma!





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