Vaccinazioni

La retorica del vaccino a tutti i costi è smentita dai numeri (e dalla storia)

Fonte: Il Foglio


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'Non esiste la prova scientifica che tutte le vaccinazioni abbiano reale efficacia'

Davvero si pensa che il vero confronto sui vaccini, oggi, sia tra i sostenitori dei vaccini e quanti blaterano che i vaccini provocano l’autismo o altri disturbi e malattie irreversibili? E davvero si pensa che la crisi dei vaccini dipenda da quattro “sciroccati” che pretendono di sostituirvi l’aria fritta di qualche cura omeopatica o dieta/regime new age? Ho l’impressione che qualcuno cerchi di cambiare le carte in tavola, di spostare il vero centro della polemica sui vaccini verso una periferia che conta assai poco.

Quando si legge un titolo come quello del libro appena pubblicato da Mondadori del professor Roberto Burioni, “Il vaccino non è un’opinione” (di cui il Foglio ha pubblicato ieri un lungo estratto), si resta sì sconcertati ma, al tempo stesso, si capisce la sottile manipolazione che proprio la scienza con tanto di pedigree mette in campo a proposito di vaccini.

Si resta sconcertati perché si pensa: ma come, nell’epoca dei più differenziati vaccini si ricorre all’astrazione del “vaccino” come ai tempi del vaccino contro il vaiolo, a cavallo tra Sette e Ottocento, quando non c’era che quello? E si capisce la manipolazione neppure troppo sottile consistente nel mettere in second’ordine il fatto che ci sono molti,  sempre di più e sempre più numerosamente auspicati vaccini. Già oggi esiste un complicatissimo calendario delle vaccinazioni, perché già oggi ci si deve vaccinare quasi su tutto e si viaggia del resto verso il “tutti vaccinati su tutto”.

Questo è il punto, e consiste nella pretesa dei medici, degli scienziati, di vaccinare tutti su tutto: ogni malattia imputata a qualche agente, virus e batterio, senza distinzione. Non ci sono veri scontri tra “scientifici” e “ciarlatani”, a proposito di vaccini, perché gli “scientifici” si sbarazzerebbero dei ciarlatani in un batter di ciglia. C’è piuttosto uno scontro tra chi ritiene che per tutto e contro tutto si debba ricorrere al vaccino e chi ritiene che i vaccini siano una cosa più seria di quanto non ci dicano molti degli stessi scienziati; una cosa che va maneggiata con più discrezione, cura e discernimento di quanto non si faccia oggi.

Travolti da quest’impeto alla vaccinazione si minaccia di spingersi sino ai bambini che non verranno ammessi a scuola se non vaccinati. In Toscana abbiamo un assessore alla Sanità che sta preparando l’ultimo assalto – rigorosamente istituzionale – per piegare le resistenze dei genitori che non vaccinano i figli. Ma bambini vaccinati contro che cosa, se è lecito chiedere?  In Toscana ogni anno ci sono più morti di meningite che in ogni altra regione italiana, e nessuno sa il perché. I casi di meningite C (la peggiore) sono stati pur sempre 45 tra gennaio 2015 e marzo 2016, con un numero di morti pari a 10. E la Toscana è la regione con i più alti indici di vaccinazione. Oltre alla vaccinazione che viene effettuata di routine a un anno di età, è stato offerto il vaccino agli adolescenti, ed è poi stato reso disponibile anche alle persone più anziane. Ora si intende immunizzare tutta la popolazione. Da quando è arrivato il vaccino, i casi in Italia sono aumentati di tre volte.

Cosicché non sembra funzionare un vaccino rispetto a una forma epidemica che epidemica non è, a meno che non si consideri epidemia una malattia batterica come la meningite C che, nella regione di massima diffusione e nel periodo di massima diffusione, si è resa responsabile di una media di 3 casi mensili e di 0,7 morti al mese in una popolazione di 3,7 milioni di abitanti.

Conviene ripetere la domanda, dunque. Vaccinati rispetto a che cosa, questi bambini, per essere ammessi a scuola? Magari anche contro l’influenza stagionale? Salvo che nessuno sa ancora dire alcunché di davvero scientificamente provato circa la reale efficacia dei vaccini contro l’influenza stagionale visto che vengono tarati in base ai virus attivi nella precedente stagione epidemica e non sono mai stati sottoposti ad alcuna sperimentazione di efficacia sul campo.

Chissà che avrebbe fatto l’assessore se fosse stata in carica nel 2009, l’anno dell’influenza suina, che seminò il mondo di un panico tale che non si registrava dai tempi della Spagnola. E questo proprio grazie agli esperti, a cominciare dall’Oms, che preconizzarono disastri inenarrabili. La stessa Oms portò subito a 6 il livello di pericolosità – il massimo – quello che contraddistingue le situazioni pandemiche (con la nuova definizione si può dichiarare  una pandemia anche senza che ci sia stato ancora un solo morto,  basta che l’agente epidemico in azione non sia conosciuto), dando così il via alla corsa alla produzione di un vaccino valutato alla bell’e meglio ma replicato in un paio di miliardi di dosi.

E dunque quali vaccinazioni vogliamo obbligare i bambini ad assumere? Anche quelle che non sono obbligatorie, che sono soltanto consigliate? Come per esempio la vaccinazione contro il tanto deprecato morbillo, alla cui eradicazione ci stiamo applicando. Proposito non disprezzabile, ma il morbillo, pur essendo la peggiore tra le malattie esantematiche, di fatto non faceva morti nei paesi occidentali già al momento dell’introduzione del corrispondente vaccino. Oggi che non si fa che mettere il dito sulla piaga della troppo bassa proporzione di bambini vaccinati contro il morbillo (86 per cento), si deve pur sempre sottolineare come non c’è nessun focolaio d’infezione di morbillo in Italia e non c’è l’ombra di mortalità da morbillo.

Non è accettabile una linea acritica di vaccinazioni a prescindere. Ogni vaccinazione va vista nel suo contesto, alla luce non soltanto della sua efficacia ma anche dei suoi costi e del rapporto costi/efficacia. E’ insensato correre dietro a un numero ridottissimo di morti annui. Perché un vaccino può anche essere efficace, ma se la malattia è estremamente rara nella popolazione, niente di più probabile che non combini nulla, a meno di non vaccinare 60 milioni di italiani tutti gli anni: è la probabilità – la cosiddetta probabilità bayesiana, per la precisione –  e gli epidemiologi dovrebbero saperlo e tenerlo bene a mente, prima di inoltrarsi in campagne vaccinatorie come ci si inoltrava un tempo nelle crociate, al grido di “la scienza lo vuole” che ha preso il posto di “Dio lo vuole”.

Un’ultima osservazione. Aumentano i morti per malattie infettivo-contagiose. Se ne può discutere, se ne deve discutere. Ma c’è un punto che dovrebbe restare ben fermo all’attenzione, nelle polemiche: i virus e i batteri cercano sempre di trovare una strada, è il loro mestiere, anzi è la loro vita. Combattuto e vinto uno, ne spunta un altro. Si deve allora evitare di combattere quelli che possono essere combattuti? Certamente no, ma la lotta deve essere mirata. E invece si annuncia radicale, generalizzata, dispersiva. Con una lotta così, il risultato è quasi scontato: la vaccinazione perderà ancora terreno e i tentativi di costringere alla vaccinazione non provocheranno altro che un’ulteriore caduta di autorevolezza e prestigio delle istituzioni. Ne vale la pena?



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