Omeopatia
12/02/2006
Repliche alla lettera di Remuzzi, Mannucci e Garattini pubblicata dal 'Corriere della Sera' l'11 Febbraio 2006
Da 15 anni tra i miei argomenti di ricerca scientifica ho compreso anche l'omeopatia e desidero replicare brevemente alla lettera dei professori Remuzzi, Mannucci e Garattini pubblicata l'11 febbraio. La loro critica all'omeopatia si basa su due tesi che non sono affatto scontate né dimostrate.
La prima tesi è che il metodo terapeutico non sarebbe clinicamente efficace ed a sostegno delle loro affermazioni citano un lavoro recentemente pubblicato dalla rivista Lancet. I lettori dovrebbero sapere che quest'ultimo lavoro è stato molto criticato dalla comunità scientifica degli esperti della materia perché è gravato da grossolani errori metodologici tra cui l'avere arbitrariamente selezionato 8 pubblicazioni con risultati negativi, da una messe di 110 lavori omeopatici con risultati prevalentemente positivi, e basato su queste soltanto le conclusioni.
Le 8 pubblicazioni sono state scelte tra quelle con numero maggiore di casi studiati, quindi secondo gli autori sarebbero più attendibili, ma si dimentica di dire che questo fatto (cioè che gli studi con maggior numerosità sono quelli con minori risultati discriminanti tra medicinale e placebo) è del tutto ovvio: infatti prima di fare uno studio si valuta il numero di casi da reclutare sulla base del risultato atteso. Se il risultato atteso è piccolo, sono necessari molti casi, se il risultato è grande, bastano pochi casi per avere una prova di efficacia. Pertanto, è del tutto scorretto scartare dall'analisi gli studi con pochi casi (che sono quelli che danno risultati più eclatanti). Inoltre, per un giudizio qualitativo dal Lancet sono stati usati esclusivamente criteri sviluppati per i farmaci allopatici, senza tener conto delle specificità della cura omeopatica, del gradimento, degli effetti avversi e dei costi. Infine, si è confuso il problema della efficacia clinica con quello dell'effetto "placebo": il lavoro di Lancet, ammettendo che fosse valido, dimostrerebbe che l'efficacia dell'omeopatia è equivalente a quella di un placebo; ma non dimostra che l'omeopatia è inefficace tout-court. Se anche l'omeopatia fosse (cosa che secondo la maggior parte delle rassegne in letteratura non è) solo un buon placebo, sarebbe ugualmente da considerare una valida opzione terapeutica in molti casi.
La seconda tesi degli illustri professori è quella tradizionale, ripetuta fino alla noia dai detrattori, secondo la quale l'omeopatia non può funzionare perché i medicinali omeopatici non contengono molecole. Bene, a parte il fatto che questa obiezione è grossolanamente imprecisa (la maggior parte dei medicinali omeopatici contengono dosi, anche se piccole, di molecole), anche considerando solo quei medicinali che sono così diluiti da non contenere più molecole vi sono moltissime prove che essi hanno un'azione biologica mediante meccanismi di tipo biofisico, che qui per ovvie ragioni di spazio non è possibile nemmeno riassumere. Recentemente ho curato la edizione italiana di un libro del prof. Sukul, intitolato "Farmacologia delle alte diluizioni" (Edizioni Salus Infirmorum, Padova) nel quale sono riportate decine di lavori pubblicati su riviste internazionali accreditate, che lo dimostrano.
Inviterei i Colleghi farmacologi a leggere questi lavori prima di ripetere tesi ormai superate dalla letteratura e che tendono a screditare una terapia che, anche se non si può certamente dire sia priva di problematiche critiche, andrebbe molto rivalutata e indagata, soprattutto perché si applica non come alternativa ma come complemento delle cure farmacologiche ufficiali, le quali come sappiamo tutti non sono sempre efficaci né innocue.
Paolo Bellavite
Professore di Patologia Generale Università di Verona Presidente ADIMO
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