Omeopatia

Rajan Sankaran: Il punto di vista di un sociologo


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Il contributo più significativo di Sankaran all’omeopatia sembra essere il concetto e uso dei sette livelli dell’esperienza, cioè nome, fatto, sentimento/emozione, delusione, sensazione vitale, energia e niente, il quale capaciterebbe le ultime generazioni di omeopati a riconoscere, in ogni momento, da dove cominciare e verso dove dirigersi nella pratica clinica. Lavorando con i sette livelli dell’esperienza, in accordo ai sostenitori europei di Sankaran, si fa uso di un tracciato per la presa del caso clinico, tracciato che va dal disturbo principale attraverso i diversi livelli fino al rimedio. Questo percorso costituisce anche un mezzo per osservare e utilizzare i modelli di energie attive nel paziente, quali gestualità del corpo e delle mani, insieme ad un modo di accordare il livello di energia del paziente alla potenza richiesta.


Adetto dei sostenitori del filosofo omeopata della nuova era, Sankaran si muove con senso di insieme nella formulazione di un sistema di presa del caso clinico in omeopatia, che comprende analisi, prescrizione, gestione del caso e conoscenza dei rimedi. Ugualmente mostra un senso di totalità nella sua comprensione di come il “sistema omeopatia” sia connesso ai principi manifesti in natura. Col suo senso di totalità, Sankaran offrirebbe una più profonda comprensione in relazione agli elementi del sistema sopraelencati, in un modo nuovo, che rappresenterebbe un passo in avanti nell’omeopatia.


Un altro elemento costituente questo sistema sarebbe un’energia non specificamente umana, chiamata sensazione vitale. Secondo Sankaran, vi è una certa energia in precise sensazioni che hanno a che vedere sia con il disturbo principale che con lo stato di salute generale del paziente. Queste sensazioni vitali non sarebbero meramente sintomi fisici o emozioni ma piuttosto le sensazioni comuni che congiungono mente e corpo. Queste non costituirebbero un fenomeno specificamente umano, cioè non sarebbero di dominio esclusivamente dell’uomo.


Sussistendo il livello delle sensazioni vitali ad un strato più profondo della mente e del corpo, esso si ritroverebbe al punto centrale dello stato di malattia e, in questo modo, porterebbe l’omeopata direttamente alla fonte stessa del rimedio. A questo livello vi è un’energia che corrisponde a qualcosa di non umano, qualcosa come una pianta, un minerale o un animale. Ciò sembrerebbe una sorta di non-senso, come se vi fossero due parti nella stessa persona, la parte umana e quella non-umana – probabilmente una maniera più universale di pensiero scientifico dell’omeopata nietzschiano? In questo pensiero fenomenologico, la sostanza del rimedio si esprimerebbe essa stessa con il linguaggio del suo regno: la pianta con sensibilità, il minerale con strutture e l’animale con la sopravivenza.


Il sistema di Sankaran amalgamerebbe la classificazione dei regni (piante, animali, minerali e nosodi), i miasmi, più lo “schema dei livelli” in una semplice e comprensiva modalità di percepire il paziente. Utilizzare la componente chiave delle sensazioni vitali del sistema di Sankaran, significherebbe entrare in sintonia con le sensazioni del paziente. L’idea fondamentale insita in questo approccio consisterebbe nel fatto che un rimedio è curativo quando esso è somministrato sulla base del più profondo livello di esperienza del paziente, cioè la sua sensazione vitale.


Nel metodo della presa del caso di Sankaran sembra vi sia qualcosa di speciale: trovare la parte non umana, andare oltre la storia narrata razionalmente, arrivare alle emozioni, le situazioni e discernere circa l’essenza di qualcosa che usualmente è nascosta, oscurata dall’espressione umana. Questa sembrerebbe una maniera fenomenologica di comprendere il caso clinico piuttosto che una via classica di ermeneutica per identificare il regno, e all’interno di esso la famiglia, per trovare il rimedio. Sembra si tratti, infatti, di una caccia al disturbo principale, poiché, secondo Sankaran, l’espressione fisica della malattia è la cristallizzazione stessa dello squilibrio dell’energia vitale.


Muovendosi dalla sensazione locale del disturbo verso il livello della corrispondente sensazione vitale, le parole sorgenti, le parole del paziente, si spostano verso un livello che sembra strano e irrazionale e il paziente potrebbe trattare di ritornare ad un livello di discorso più famigliare, umano, razionale. Questo è, tuttavia, precisamente il punto nella presa del caso clinico: riassicurare il paziente di continuare a parlare in questo modo, perché questo non-senso porterebbe l’omeopata alla fonte del rimedio. Infatti, nel metodo di Sankaran, ciò che sembra non-senso corrisponde a qualcosa di caratteristico, di peculiare. Mettendo attenzione a espressioni fenomeniche, come la gestualità delle mani e corporea, l’omeopata potrebbe percepire molto di più in relazione all’energia che si innalza dal niente verso la sensazione vitale fino che il rimedio si svela da sé. Alcuni sostenitori e detrattori considerano questo dia una base “spirituale” alle tecniche di Sankaran. Da un punto di vista più sociologico e post-moderno, questa referenza al “nulla” sembra piuttosto una interessante allusione all’esistenzialismo.


Mentre i detrattori di Sankaran criticano il suo metodo e le sue idee per mancanza di rigore, gli entusiasti discepoli europei dei suoi insegnamenti considerano che giungere alla sensazione vitale nella presa del caso clinico significhi un salto nella comprensione della malattia e che ciò abbia condotto ad un aumento dell’attendibilità dell’omeopatia e all’utilizzo di numerosi rimedi, includendo alcuni non bene sperimentati o pure nemmeno conosciuti. In altri casi i suoi insegnamenti avrebbero condotto ad un uso di vecchi rimedi sotto una luce completamente nuova, con maggiore comprensione del caso clinico.


L’incontro di Caserta sembra essere allora un’occasione per un dialogo tra l’omeopatia classica europea e italiana e l’emergente filosofo dell’omeopatia dalla nascente potenza mondiale l’India. Se la scienza, come dice Husserl, è un’ideazione che l’umanità ha prodotto durante il corso della sua storia, sarebbe assurdo giudicare gli uomini, la loro salute e anche le loro malattie, dal punto di vista di sola una delle ideazioni dell’umanità.


Se questo è un ragionamento esatto, le probabili divergenze tra i sostenitori e i detrattori di Sankaran non sono una questione di evidenze né di scienza, ma una questione di modelli, di paradigmi e di risorse euristiche, sarebbero divergenze relative alle “ideologie” (Weltanschauungen), relative ai modi in cui le diverse comunità socio culturale ed economiche concepiscono il reale, sarebbero piuttosto una querela tra valori assiologici concernenti l’uomo, la salute e la malattia.


L’omeopatia è un linguaggio. Prima e al di là delle esatte proposizioni ottenute dalle premesse anticipanti, la scienza stessa è un linguaggio. I linguaggi nascondono modalità di pensare e ciò significa allora che scienza e evidenza sono modelli di concepire la realtà. È questo l’umile richiamo che da un punto di vista sociologico voglio farvi in occasione del Seminario di Sankaran a Caserta.



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