Omeopatia

La Psicologia in Omeopatia


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La Psicologia in Omeopatia
La psicologia del malato incide fortemente sul suo stato di salute e il medico omeopata ne deve necessariamente tenere conto

Inserire la psicologia alla clinica medica è assolutamente indispensabile. La realtà clinica esige in modo perentorio che la medicina si collochi in una prospettiva dinamica attraverso la quale, abbracciando tutta la biografi a dell'anamnesi del malato, possa comprendere la genesi morbosa della malattia attuale che spinge l'ammalato alla visita.

 

Non si può più eludere la conoscenza psicologica, emozionale e morale di ogni malattia. Anche se si tratta dell'aspetto chirurgico o di una lesione anatomica irreversibile, la soggettività del malato, i suoi sentimenti, le sue emozioni e i suoi conflitti rappresentano i valori essenziali per identificarlo come tale. Ciò che sarebbe assurdo è curare le malattie senza guarire prima ogni malato in particolare, dal momento che ogni caso di malattia costituisce un problema clinico completamente nuovo e personale.

Più che fisiologo e psicologo, il medico deve essere per suprema eccellenza, un antropologo capace di comprendere i fattori essenziali del "pathos", umano.

 

Gli stadi evolutivi dell'essere: sensuale, etico, religioso. Questa comprensione totale, biografica e dinamica dell'ammalato, quale espressione di un processo vitale avente un passato, un presente e un futuro e di conseguenza un senso metafisico, non si potrà mai ottenere se lo si considera solo sul piano scientifico della sua natura materiale. La sua capacità di ideazione e di sviluppo della sua coscienza morale, che gli permettono di porsi in un piano di libertà assoluta, fanno di lui un essere totalmente particolare, dotato di un bene specifico, lo spirito, diverso da quello della intelligenza tecnica che ha in comune con gli animali.

La patologia dell'organismo sulla base di un meccanismo di siopatologico, deve essere definitivamente superato. Essa va compresa nella sua essenza, attraverso la patologia della persona umana, tramite la comprensione delle vicissitudini dell'anima e dello spirito, attraverso una visione sintetica che raggiunge il centro vitale della sua economia, della sua volontà irrazionale, là dove il malato, nell'oscura coscienza della sua ultima responsabilità, soffre la lontananza dal suo mondo trascendentale, senza conoscere il motivo della sua sofferenza.

 

Ogni malato sostiene un conflitto morale che sottende la sua patologia, a prescindere dal suo livello morale ed intellettuale. Un conflitto che è ridotto in termini di istinto versus coscienza morale, e condizionato dai tre stadi evolutivi dell'essere umano: il sensuale, regolato dalla legge del piacere; l'etico che sviluppa la carità e l'amore per il prossimo e il religioso che si realizza ontologicamente essendo collegato con l'io trascendentale.

Si è detto che l'uomo, in quanto essere vitale è "senza alcun dubbio un vicolo cieco della natura", ma per la sua potenziale spiritualità ne rappresenta l'esito luminoso e sorprendente. L'uomo nasce con un istinto di conservazione che lo spinge ad assorbire il mondo percorrendo la parabola di un processo di "personificazione" che lo adatti alla realtà in cui egli è, ed è proprio, nel momento in cui incontra se stesso.

 

Il sentimento oceanico

Dunque è assolutamente necessario che la medicina consideri l'essere umano come un essere spirituale, libero e responsabile. Ogni medico accorto sa che l'uomo non è ammalato perché ha la malattia, ma che ha una malattia perché è ammalato al punto che manifesta, al di là della sua patologia, prima e durante la sua malattia attuale una particolare angoscia nei rapporti con gli altri, con se stesso, e con il suo animo. È la coscienza morale del malato a soffrire il grave conflitto con i suoi istinti e i suoi impulsi e questo rappresenta un momento costitutivo dell'essere umano e non il risultato di meccanismi di repressione o di sublimazione. Esso esiste congenitamente nel bambino, non solo come l'introiezione di modelli elementari del comportamento educativo, e come espressione di un essere spirituale che ha preso coscienza della sua esistenza nel mondo e negli anni raggiunti così come dimostrava Romeni Roland, il "sentimento oceanico" l'equivalente della conoscenza di Dio), ma anche come la reminiscenza arcaica di una forza di partecipazione primordiale, elementare, semplice e non meno profonda, che lo mette in relazione con il tutto. Tutto questo è evidente nei suoi primi sensi di colpa, rimorsi, amori, paure, fobie, depressioni, lamenti, rimproveri, giochi, canti e parole e più tardi, nelle sue ribellioni, nei conflitti adolescenziali, nei sogni che parlano di un arcaico senso di valori radicati nella sua biologia, nelle tremende lotte con se stesso, sotto la costrizione di una coscienza morale in erba, per trasformare la sua infanzia e il suo rapporto istintivo con gli altri in un rapporto umano.

 

È in questa prospettiva ontologica, cioè nel suo rapporto profondo con l'essenza di ogni cosa che il malato deve essere considerato. Lo studio antropologico, in quanto scienza che si rapporta all'uomo considerato fisicamente e moralmente, deve integrarsi con lui in rapporto al grado di sviluppo che il malato ha della sua coscienza morale, della sua maturità psichica, della presa di coscienza ontologica, consentendogli di "sentire" il suo legame con l'essere, con Dio, con il mondo trascendentale e di conseguenza, realizzare i suoi sentimenti di comunanza, il proprio travaglio di umanizzazione, e di trovarsi in equilibrio, essere cioè definitivamente "padrone" dei suoi impulsi e dei suoi istinti.

 

La malattia cronica non è che un processo di adattamento a questa realtà completamente umana, un modo di procedere al recupero completo del significato, un meccanismo in cui il senso metafisico dell'esistenza può essere rimosso in ognuno sempre che il medico comprenda il malato quale protagonista di una errata proposta esistenziale, come qualcosa che, sebbene manifestata sotto forma di un cambiamento fisico-chimico della cellula o come lesione tessutale, oggetto dell'osservazione scientifica, consiste in una profonda alterazione dinamica dell'energia vitale prima di tutto, dovuta alla trasgressione inconsciamente volontaria delle leggi essenziali che governano l'armonia cosmica.

 

La missione del medico

La missione del medico consiste precisamente nell'accedere a questo nucleo centrale della predisposizione del malato, alla sua anomala affettività con il mondo, ai suoi desideri e avversioni, agli amori e agli odi, per conoscere ciò che in lui bisogna guarire. Ciò che Hahnemann postula nel III paragrafo dell'Organon.

Il primo errore è di trasgredire la legge di Dio e di pretendere di vivere governato dalle leggi del proprio egoismo, pretesa di sopravvivenza statica che auto distrugge, poiché le cose non possono esistere in quanto realtà autonome, ma in quanto strutture dinamiche cicliche esposte dalla relatività del tempo e dello spazio, a un continuo gioco di modificazione e trasformazione.

 

L'idea che la psora sia una malattia che si manifesta solo nell'uomo è nata dal pensiero hahnemanniano. Sulla base di questa primaria disarmonia, la guarigione non si avrà fino a che il malato non sarà aperto alla vita spirituale, all'amore per il suo prossimo come per se stesso, all'integrazione nel gruppo sociale, alla creazione di una relazione oggettiva con il mondo per superare il suo autismo infantile o la relazione narcisista con se stesso che lo porta all'auto distruzione.

 

Jung afferma che durante la sua pratica medica nessun malato è guarito senza prima riacquistare i suoi sentimenti religiosi. Il desiderio di salute nell'uomo non può consistere nella liberazione dalla sua malattia considerata come un incubo di natura microbica o degenerativa, a carico di un organo, ma nell'instaurarsi nel più profondo del suo essere dell'equilibrio omeostatico, della sua economia, della pace interiore, dell'atarassia e dell'equanimità. Questo è ottenibile solo quando le pulsioni biologiche primarie cioè la libido e l'aggressività raggiungono un perfetto equilibrio con il mondo personale che lo circonda in una sorta di tacita convenzione, di adattamento o in accordo con l'ambiente cosmobiosociale che l'integra: e ciò presuppone una presa di coscienza della responsabilità dei suoi malanni, delle sue sofferenze e dei suoi conflitti.

 

Il concetto radicale che il medico deve assimilare è che la vita consiste in una relazione essenziale con le cose e gli esseri del mondo.

 

Il Simillimum

Il simillimum omeopatico non fa che stimolare la vis medicatrix naturae, per mancanza di una via originaria, facendo modifi care il senso vitale, indirizzato ad una perfetta atarassia o adattamento emozionale con il mondo, la storia biopatografi ca fatta dal medico omeopatico è la storia dinamica di un processo vitale e non la pura e semplice trascrizione di sintomi patologici, effetti della diffusione vitale. Essa deve permettere di comprendere il genere di vita del malato, il significato del suo comportamento e della sua patologia.

Le due eventualità sono discernibili per identificare la disposizione costituzionale che ha reso possibile questo comportamento e questa patologia. Non ci si ammala perché non lo si vuole, ma perché non si è predisposti e questo "poter fare" è determinato attraverso tendenze caratteriali radicate a una disposizione del terreno costituzionale.

 

Le patogenesi medicamentose mettono in risalto questa disposizione costituzionale sotto forma di sintomi psicofisici che configurano un comportamento particolare nel processo di adattamento del malato, è sufficiente studiare attentamente certi medicamenti quali Arsenicum Album, Lycopodium, Sulphur, Calcarea e tanti altri che hanno colpito il nucleo vitale dei soggetti sperimentatori per rendersi conto fino a che punto la sperimentazione umana sulla quale è basata l'Omeopatia ha potuto formare dei veri bioarchetipi di personalità morbose. L'individuo intero come un'unità biologica è compreso in questo processo vitale la cui essenza o il cui senso deve essere captato dal medico attraverso l'anamnesi.

 

Le lesioni anatomopatologiche, così come le alterazioni psichiche e chimiche dei tessuti sono la conseguenza e non la causa di una disritmia vitale, identificando il malato stesso come protagonista assoluto della sua malattia.

 

La separazione dell'aspetto psichico dal fisico e dell'anima dal corpo è derivato dal concetto di dicotomia cartesiana nell'ottica scientifica secondo la patologia cellulare di Virchow e la medicina sperimentale di Claude Bernard. Sia la strutturazione del meccanismo fisiopatologico che quella del meccanismo psicologico, brillanti ed esaurienti che siano, non possono da se stessi dare l'immagine caratteristica del malato come tale nella sua singolarità umana, se non attraverso l'Omeopatia. Il corpo e l'anima sono due entità inseparabili, tutte e due costituiscono una sola realtà umana. In piena cognizione di causa l'Omeopatia può affermare che tutto ciò che è biologico è mentale e ciò che è mentale è biologico. Essa non sottopone la diagnosi del simillimum alle leggi meccaniche della fisiologia né ai cambiamenti chimici della cellula, ma alla particolare cenestesia o energia sensoriale del malato, rilevabile attraverso i sintomi del comportamento generale o il modo d'essere dell'organismo.

 

Il laboratorio, il microscopio o l'esame fisico, sono solo elementi sussidiari della diagnostica fisiopatologica, ma mai quelli dell'individualizzazione.

 

XIV paragrafo dell'Organon

Nel XIV paragrafo dell'Organon, Hahnemann dice: "Non ci sono né malattie inguaribili né alterazioni morbose all'interno dell'organismo che il medico coscienzioso e metodico non possa riconoscere attraverso sintomi oggettivi e soggettivi".

Questo ha voluto la bontà infinitamente sapiente del sovrano conservatore della vita degli uomini.

 

XV paragrafo dell'Organon

Al XV paragrafo aggiunge: "Lo scompiglio morboso del dinamismo (forza vitale) che anima il nostro corpo nel suo interno invisibile, e l'insieme dei sintomi percepibili dai nostri sensi, (determinati da questa ‘dinamis' così alterata, che rappresenta la malattia in atto) costituiscono un tutto unico; sono cioè la sola e la stessa cosa. Certamente l'organismo è lo strumento materiale della vita, ma non lo si può concepire privato dell'energia vitale che l'anima con la sua sensibilità e la sua volontà completamente istintiva; così come non si può concepire questa energia vitale senza l'organismo. Ne consegue che i due costituiscono un'unità sebbene si tenda a separare quest'unità in due concetti differenti per rendere più facile la sua comprensione".

 

È con questo criterio, che anima un'ottica clinica globale e profonda, che l'Omeopatia considera il trattamento di ciò che ha compreso di dover guarire nel malato. Egli sa che fino a quando non modificherà il nucleo vitale della disposizione affettiva del malato e di conseguenza il rapporto armonico con se stesso e con gli altri, che fino a che questi non si assumerà la responsabilità delle sue somatizzazioni e accetterà la necessità del suo sforzo per sviluppare, un'attitudine dativa adulta, il malato sarà sempre malato e disadattato sebbene migliorate le sue sofferenze o le sue malattie organiche.

La terapia impiegata dal medico che non possiede questo concetto profondo di malattia, farà scomparire i sintomi corporali, ma non guarirà il nucleo animico del malato.

 

La disposizione compulsiva di trasgredire le leggi dell'igiene e della morale, la disposizione affettiva che lo mette in rapporto infantile, anomalo e distruttivo con la sua famiglia e con il mondo, la disposizione di risentimento e di odio che trasgredisce il suo desiderio di libertà, resteranno indenni come le latenti forze morbose che finiranno per distruggerlo e gli impediranno di realizzarsi come persona completa.

Il genio hahnemanniano ha ben compreso che queste forze nascoste, corruttrici della volontà biologica dell'uomo sono la causa originaria della malattia cronica. La tendenza all'egoismo nella psora, il desiderio di potere nella sicosi con una ipertrofia anarchica dell'io e della cellula, la disposizione alla distruzione della sifilis, con crollo suicida e la disgregazione tubercolare dei tessuti, sono sempre un'alterazione dinamica capace di dissociare l'energia vitale o la disposizione alla vita.

 

Il rapporto aneddotico che il malato fa di tutta la sua vita, le sue emozioni, le sue vicissitudini, le sue afflizioni, la sua esperienza infantile, tutte le frustrazioni, le privazioni e le umiliazioni subite, il vincolo con i suoi genitori e con i fratelli, la scelta della sua carriera e quella affettiva della coppia, così come il suo attuale interesse emotivo rispetto al lavoro, la convivenza familiare, i suoi figli, ecc. oltre alle sofferenze, la malattia, i traumi (morali e fisici) che ha avuto e che continua ad avere, tutti questi aspetti costituiscono una prospettiva sufficientemente chiara affinché il medico possa dedurre qual è lo stile di vita del malato, il comportamento, l'attitudine psicobiologica, la sua condotta e di conseguenza quali siano i sintomi caratteristici mentali e generali. Questa visione sintetica faciliterà il medico nel giudizio dei valori, rispetto al grado di responsabilità e di maturità del malato, nella valutazione delle sue difficoltà e delle idee fisse dell'infanzia che hanno reso faticoso la sua evoluzione psicologica.

 

In ultima istanza, il terapeuta identificherà la perversione dominante nella sua disposizione affettiva espressa nei suoi amori, nei suoi odi, nelle sue ansie, nelle sue paure, nelle sue fobie e nelle sue pulsioni che strutturano la sua profonda personalità ponendolo nella posizione attuale.

 

L'Atto Medico

Con una tale anamnesi biopatografica, non è difficile per l'omeopata avere una sintesi del malato e perciò sapere ciò che egli dovrà curare nel malato, diagnosticare il simillimum medicamentoso e dargli consigli su come gestire la sua vita visto che il ruolo del medico comporta innanzitutto un lavoro di rettifica e di guida.

Nell'incontro tra medico e paziente quest'ultimo è sottoposto al più difficile dei confronti: quello con se stesso un atto creativo che pone il malato di fronte alla sua capacità intuitiva di percepire l'essenza dinamica del processo morboso impegnando la propria personalità.

 

Non si potrà comprendere il fenomeno psicologico emozionale o affettivo nel suo rapporto diretto con la fisiologia organica se, in un certo modo non lo si è sperimentato in se stessi.

Il medico deve "vivere" lui stesso, potenzialmente le passioni e i sentimenti umani e custodire nella sua memoria biologica l'esperienza in germe dell'ansia, della frustrazione, dell'indignazione, del rimorso, della gelosia, della paura, ecc., per meglio conoscere l'oggettività propria del malato, ciò che sente o prova.

 

Dunque, si consiglia ai medici di leggere i grandi autori che hanno creato le loro opere identificandosi con i personaggi per descrivere le proprie passioni, quelle che hanno vissuto in relazione agli individui con cui sono venuti in rapporto nella loro vita, non in qualità di spettatori, ma come coprotagonisti. Il celebre filosofo Thomas Mann, diceva: "La verità è che ogni opera è una realizzazione frammentaria, ma completa in se stessa della nostra individualità; questa sorta di realizzazione è il solo e doloroso modo di esprimere l'esperienza personale".

 

L'empatia o proiezione sentimentale

Chiamiamo ciò empatia, endopatia, introaffezione o proiezione sentimentale cioè l'immedesimarsi nella situazione del malato, fino a vivere profondamente il suo mondo soggettivo. Questa comprensione simpatetica non è propria della riflessione, ma dell'esperienza ed è una vera coesistenza emozionale con qualcosa che il medico può fare riconoscendo la propria vita interiore a partire da una formazione responsabile che lo mette in grado di comprendere l'energia affettiva dell'altro. Il giudizio dei valori che determina la caratterizzazione e la gerarchizzazione dei sintomi dipende da questo transfert soggettivo.

 

Il medico che considera il malato solamente come un oggetto in realtà considera se stesso come un oggetto, pertanto è normale che egli abbia separato l'anima dal corpo, l'aspetto psicologico da quello fisiologico, la parte spirituale da ciò che è materiale, per fare dell'organismo un oggetto di studio scientifico escludendo i fattori psichici e spirituali che fanno di questo oggetto un soggetto umano. Nel momento in cui il medico avrà sviluppato la sua parte spirituale e reso cosciente in se stesso i valori reali dell'esistenza e della carità, sarà per lui più facile conoscere il malato nella sua inapprendibile e nascosta oggettività in cui risiedono i fattori essenziali del "pathos" umano.

 

Il fatto d'includere la psicologia nella medicina vuole significare un inizio di riconoscimento della questione antropologica nell'esaminare il problema clinico.

Tuttavia essa, lungi dal considerarla una disciplina in più, non sarà efficace finché lo studio analitico dei meccanismi mentali non verrà accettato come lo strumento essenziale di elaborazione sintetica permettendo di comprendere il malato in un tutto, nella radice dinamica costituzionale della sua malattia.

 

L'Omeopatia, grazie alla sperimentazione umana, offre una soluzione prognostica in questa missione, facendo sì che il medico stesso cambi nella sua attitudine clinica, divenendo soggettivamente, attraverso il suo travaglio personale, il solo strumento semiologico possibile per comprendere dall'interno del malato i sintomi caratteristici essenziali. La legge dell'Omeopatia non è applicabile alla malattia, ma al malato nella sua interezza, pertanto è inevitabile una visione approfondita di questa totalità da parte dell'omeopata.

L'uomo non è una cosa, non è un organismo, non è natura, è essenzialmente "qualcuno" o un "chi", cioè una verità vitale aperta al mondo, alla vita esteriore in rapporto di reciprocità con le cose e gli esseri del suo ambiente, qualcosa che si "fa", che ha un futuro, che deve realizzarsi come persona umana.

 

La volontà o la possibilità di scegliere e di agire è la realtà profonda del genere umano ciò che lo mette in relazione con le cose del mondo, quella che determina la sua potenzialità d'amore e odio, l'attrazione e il rifiuto, ciò che lo condiziona corporalmente e psichicamente nel suo legame affettivo con il mondo.

 

Se malgrado il trattamento attuato questa radicale anomalia nella vita di relazione del malato sussiste ancora, se le sue angosce, le sue paure, le sue fobie, i suoi risentimenti, ecc., ossia i sentimenti tutti che predispongono negativamente le sue relazioni affettive, restano inalterate, la guarigione non può ancora verificarsi. Ciò significa che la legge di guarigione o di correzione della vis medicatrix non è stata attivata dal Rimedio simillimum corrispondente e di conseguenza il malato non può realizzare l'unità del suo io, nel suo armonico rapporto con l'ambiente bio-sociale. È necessario che la medicina aggiunga alla visione clinica profonda della malattia, il concetto essenziale che, l'unità psichica interiore e di conseguenza l'omeostasi psicofisica deve essere correlata all'ambiente dove vive l'essere umano, in un dinamico rapporto di reciprocità con il mondo se il medico ha compreso che l'unità del quadro sintomatico si realizza nello psichico e null'altro al di fuori di esso, sarà in grado di comprendere i valori clinici essenziali della malattia e saprà ciò che dovrà curare in ogni malato in particolare.



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Articoli di Tomas Pablo Paschero

Il Medico Omeopatico. Una lezione alla L.U.I.M.O. 26 GIU 2009 OMEOPATIA






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