Etica
07/07/2011
Oltre il profitto. I molti modi per dare valore alla terra
Fonte: Valori (Rivista)

In mezzo al paese scorre il Naviglio Grande, che ha garantito per secoli i collegamenti con Milano. Lungo i suoi argini: Villa Birago-Clari-Monzini, Palazzo Mantegazza, l’eleganza neoclassica di Villa Trivulzio, Villa Grosso Pambieri, Villa Frotta-Eusebio con i suoi motivi floreali. Molti comuni italiani possono vantare piccole o grandi gemme. Ma quelle del borgo milanese di Cassinetta di Lugagnano sono diventate famose grazie al modo scelto dalla giunta cittadina, per tutelarle: stop al consumo di territorio, stop alle pressioni degli speculatori (molto forti in un’area fertile e, tutto sommato, incontaminata come il Parco della Valle del Ticino). «Siamo stati eletti sulla base di un programma che permette solo la riqualificazione degli edifici esistenti e delle aree industriali dismesse», racconta il sindaco, Domenico Finiguerra.
«Approvare il Piano ci ha però costretto a rinunciare ai soldi degli oneri di urbanizzazione. Abbiamo alzato un po’ le tasse e tagliato all’osso le spese comunali».
Nessuno staff per la giunta, niente ufficio stampa né auto blu (solo una vecchia Panda), emolumenti ridotti al minimo per sindaco (500 euro) e assessori (70 euro). Il Piano ha funzionato: il consumo di territorio è stato fermato. Il sindaco “visionario” e la sua giunta “rosso-verde” sono stati rieletti, in un’area in cui, alle Politiche, Lega e Pdl superano il 60%. Cassinetta è ormai un faro per gli altri Comuni che si battono contro la cementificazione selvaggia.
C’era una volta il Belpaese
L’ottimismo, si sa, a volte è questione di prospettive. Per questo abbiamo deciso di aprire il primo dossier del 2011 di Valori con una buona notizia, che porta però con sé una domanda: non è che per vincere la battaglia contro il cemento serve un modo nuovo di calcolare il valore di un territorio? «Finora – spiega Antonello Boatti, urbanista al Politecnico di Milano - il valore di un’area è stato legato al profitto che il suo proprietario può trarne. Ed è chiaro che, se quello economico è l’unico parametro, il valore di un terreno è oggi dettato dall’edilizia». Ma questo criterio ha prodotto un paradosso agghiacciante: più il Belpaese ha lasciato spazio al cemento, più i proprietari delle aree rese edificabili hanno fatto soldi a palate. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, ma pochi ne conoscono la reale entità: dal 1950 gli ettari di suolo libero sono scesi da 30 milioni a 17,8 (tanto per avere un’idea: l’Italia del Nord misura 12 milioni di ettari). Una valanga di asfalto e cemento che, con il tempo, è anche cresciuta: dal 1990 al 2005, rivela uno studio del Comitato per la Bellezza basato su dati Istat, si sono persi sotto al cemento 3,6 milioni di ettari di territorio. In pratica: Lazio, Abruzzo e Umbria messi insieme. «Con i ritmi e con i meccanismi perversi attuali, altri cinquant’anni e avremo coperto tutta l’Italia di cemento e di asfalto», denuncia Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la Bellezza.
Altri parametri oltre alla rendita
«Risolvere questo paradosso è d
’importanza cruciale per fermare lo scempio», denuncia Boatti. «Finché si continuerà a calcolare il valore del territorio in base al profitto garantito dall’edificazione, non si potrà far nulla». Gli speculatori continueranno a guadagnare e la collettività continuerà a spendere soldi per i danni che il consumo di suolo produce: danni ambientali (ecosistemi danneggiati, calamità naturali, inquinamento), sociali (peggioramento dei livelli di vivibilità di città e paesi) e, ovviamente, sanitari.
Da qui, l’esigenza di individuare altri parametri di calcolo. Gli economisti ecologici lo dicono da tempo: «È ora di fare un discorso analogo a quanto si fece a suo tempo criticando il Pil», commenta Andrea Masullo, docente di Sostenibilità all’università di Camerino. «Quell’indicatore calcola la ricchezza senza considerare molti fattori cruciali per la vita umana. Il valore del territorio basato solo sul profitto non considera i gravi danni provocati alla collettività, che si vede privata dei prodotti non monetizzabili garantiti dalla Terra. Non si rispetta la peculiarità che ogni terreno possiede e si apre la strada a disastri naturali piccoli e grandi. Perché si finisce per costruire sui crinali dei vulcani, sulla aree di esondazione di un fiume, al posto di un bosco che preserva una paese da una valanga».
La parola d’ordine quindi è: studiare ogni territorio. «Dobbiamo domandarci: come si è formato? Quali servizi ecosistemici assolve?» spiega Masullo. «Solo così possiamo internalizzare i costi naturali e umani di un progetto, partendo dal calcolo del danno potenziale a cui ci si espone sfruttando un’area. Diffondiamo questo principio, facciamo pagare i costi agli ideatori del progetto e vedremo che nella maggior parte dei terreni non è conveniente costruire. Automaticamente ci si orienterebbe verso le aree meno problematiche e verso metodi di sfruttamento più sostenibili».
Strumenti poco noti
L’idea di internalizzare i costi trova consensi anche tra gli urbanisti, che però rimangono scettici sulla reale applicabilità dei nuovi metodi di valutazione: «In teoria, il principio è giusto, ma, nella pratica, stabilire l’impatto ecologico di un’opera è molto complicato», commenta Boatti.
«I costi ecologici e umani non sono internalizzabili - aggiunge l’urbanista Edoardo Salzano, ideatore del sito Eddyburg.it - perché non sono legati a una singola opera, ma all’insieme delle scelte fatte su un territorio. E poi non c’è terreno che non offra un servizio. L’unica via di salvaguardia è un’attenta pianificazione, oggi ostacolata dalla spinta all’appropriazione della rendita urbana. Una spinta che può essere fermata solo riconoscendo che il valore di un territorio non appartiene al privato che ne detiene la proprietà, ma alla collettività che, nel tempo, lo ha reso economicamente appetibile».
Ma lo scetticismo degli urbanisti è respinto dagli esperti di calcolo dei servizi ecosistemici: «Ormai - spiega Masullo - conosciamo tutti i parametri per conteggiare i danni derivanti dalla perdita di un servizio offerto dall’ambiente. È di questo che si occupa l’economia ecologica».
Semmai il problema può essere un altro: l’aumento impetuoso della popolazione mondiale, che rischia di rendere sempre più complicato preservare i territori dallo sfruttamento. Ma qui si aprirebbe il tema, spinosissimo, della questione demografica. Ed è tutta un’altra storia. Tutto un altro dossier.
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