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Problema tasse

Fonte: Il Timone


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Perché aumentano solo le tasse? Perché non diminuire la spesa dello Stato?

Una realistica analisi che tenta di rispondere alla domanda che tutti i cittadini di buon senso si fanno: perché aumentano solo le tasse? Perché non diminuire la spesa dello Stato?

Negli anni fra il 1975 e il 1980, la pressione fiscale nel nostro P aese era circa il 25% del prodotto interno lordo (PIL), mentre oggi è circa il 50% del PIL. Il doppio. Peraltro qualcuno pensa sia una stima sottovalutata perché non tiene conto di tutte le imposizioni dirette, indirette, sovrapposte, ecc. Perché questo è avvenuto e quali conseguenze ha provocato? 

L’invecchiamento della popolazione e il raddoppio del carico fiscale 
Innanzitutto bisogna precisare che ciò è avvenuto perché, appunto negli ultimi 30-35anni, interrompendosi la naturale crescita economica in seguito al crollo dell’incremento della popolazione, abbiamo sperato in una (talvolta inventata) crescita tecnicamente insostenibile.

Se la popolazione, in un periodo come quello evidenziato, non cresce, per inventarsi la crescita del PIL ci si può fondare sostanzialmente soltanto su una crescita di tipo consumistico. Questa crescita consumistica fa sacrificare al consumo individuale altri valori morali, ma anche valori economici, quali il risparmio, per esempio. Quest’ultimo, infatti, nello stesso periodo crolla da un 27% (sul reddito prodotto) a meno del 5% attuale. Ma la mancata crescita della popolazione provoca il cosiddetto invecchiamento della popolazione stessa. In pratica, l’invecchiamento, dal punto di vista economico, significa crescita dei costi fissi, cioè delle pensioni e della sanità. Per assorbirli si devono aumentare le tasse. Ecco spiegato il raddoppio del peso fiscale nei 30- 35 anni analizzati. Ed ecco spiegato anche perché è stato, di fatto, impossibile ridurre le tasse. Infatti, non era possibile farlo senza fare i conti con i costi di una popolazione che non cresceva e invecchiava. 


Vediamo ora quali effetti ha provocato questo raddoppio. Anzitutto ha reso più difficile, progressivamente, sposarsi e creare famiglie. Una causa ha creato un effetto che è la causa stessa (non far figli ha reso più difficile fare figli). Oggi una coppia di condizioni professionali equivalenti a 30-35anni fa guadagna come un singolo membro della coppia, il capofamiglia, guadagnava 30-35anni fa. È evidente come oggi il potere di acquisto sia dimezzato. Di conseguenza, ci si lamenta di non riuscire a formare una famiglia, oppure la si crea avanti nell’età, non si fanno figli per anni e, se si fanno, se ne fa uno. La famiglia costa e per tenerla in piedi si deve lavorare in due. Il risultato di non aver fatto figli per 30-35anni è che le tasse per sostenere una popolazione sempre più vecchia e costosa (e votante) sono raddoppiate. La duplicazione delle tasse ha provocato anche due effetti, sui consumi e sugli investimenti. Il potere di acquisto è dimezzato e gli investimenti anche.

Ciò ha avuto un forte impatto sui consumi e naturalmente sulla creazione di posti di lavoro. 
Il crollo del risparmio intanto ha creato meno base monetaria per il sistema bancario, che si è trovato ad avere meno attività da intermediare, inventandosi così i prodotti derivati. Per spingere poi la crescita sempre più fondata sui consumi, necessaria per cercare di mantenere i costi fissi in crescita, si è “suggerito” e stimolato il consumo a debito delle famiglie, gli investimenti a debito crescente delle imprese, il debito delle istituzioni finanziarie e degli Stati stessi. Negli ultimi 15 anni, il debito totale dei sistemi economici dei Paesi occidentali è cresciuto più o meno del 100%.

E una parte consistente di questo debito non è mai stata pagata. Questo spiega il crollo economico finanziario e la situazione di crisi di oggi. 

Perché aumentano le tasse e non diminuiscono le spese statali? 
Perché aumentano le tasse e non registriamo alcune riduzione dei costi dello Stato? Perché è più facile, soprattutto in una visione a breve termine. Perché è praticamente molto difficile ridurre i costi dello Stato e rinunciare a importanti centri di potere. Sulla seconda giustificazione non credo siano necessarie riflessioni. Sulla prima si deve pensare che ogni costo da ridurre riguarda, in ultima analisi, una persona, e cioè un posto di lavoro: è il tema dell’occupazione. Ridurre i costi, anche di inefficienza, in un momento di crisi, significherebbe aumentare la crisi, perche si accrescerebbe la disoccupazione.

Giusta o ingiusta, non è rilevante, ciò che conta è che un momento di crisi è il peggior momento per generare efficienza (da parte dello Stato naturalmente), perché quest’ultimo per risanarsi crea crisi altrove. Ecco la soluzione delle riforme, fatte però da un governo non eletto, che non deve rispondere agli elettori e farsi rieleggere. Ma anche qui, le “tasse di sopravvivenza” risultano promosse da un governo che non deve cercare e trovare il consenso dei voti; in più, esse sono realizzate in uno stato di emergenza allo scopo di produrre soluzioni di crescita e facendo le riforme che servono a ridare competitività al Paese. 

Si può uscire dalla crisi? 
Ma realisticamente, si può pensare di avere meno Stato, meno tasse, più sussidiarietà ecc?

Si può pensare, certamente, ma deve essere un pensiero coerente con una certa concezione dell’uomo. Se l’uomo è soltanto un animale intelligente da soddisfare solo materialmente, se non ha anima e bisogni spirituali ecc., perché preoccuparsi della persona e della sussidiarietà? 
Se vogliamo rimodellare il governo del mondo, ormai globale e con un potenziale nuovo ordine economico, non bisogna cambiare gli strumenti ma l’uomo stesso. Lo scrive Benedetto XVI nella Caritas in Veritate.

In questa enciclica, un autentico manuale di sopravvivenza e di saggezza nel mondo globale, c’è scritto tutto. Tutto quello che è successo e che potrà accadere. 





Per saperne di più…

Fermare il declino dell’Occidente, intervista di Riccardo Cascioli a E. Gotti Tedeschi, in www.labussolaquotidiana.it , 21 gennaio 2012. 
E. Gotti Tedeschi, Stati Uniti ed Europa insieme per vincere la crisi. Solidarietà tra Nazioni, in L’Osservatore Romano, 20 gennaio 2012.



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