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Privatizzare non ci salverà dalla crisi

Fonte: Valori (Rivista)


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Crisi

Se avessimo conservato in un ipotetico conto corrente i proventi di tutte le privatizzazioni effettuate a livello globale negli ultimi trent’anni (dal 1981) e avessimo attinto agli stessi fondi per reperire i capitali necessari per salvare le banche nell’ultima crisi, oggi il nostro saldo sarebbe prossimo allo zero. In soli quattro anni, infatti, i governi di tutto il mondo hanno speso qualcosa come 1.700 miliardi di dollari – a vario titolo – per sostenere gli istituti di credito ed evitare il tracollo dell’intera finanza planetaria. Una cifra di poco inferiore alla “raccolta” totale di denaro che era stata garantita dalla vendita in tutto il mondo di asset pubblici: dagli aeroporti alle telecomunicazioni, dalle reti idriche ai colossi dell’energia.

In soli quattro anni è stato bruciato quanto raccolto dalla vendita in tutto il mondo di asset pubblici. Meglio allora riprogettare il sistema produttivo e combattere l’evasione fiscale.

L’impietosa analisi, contenuta in un rapporto pubblicato ad agosto, è firmata dai ricercatori del centro Privatization Barometer. Una sola crisi ha dunque bruciato il “lavoro” di trent’anni. La domanda “il gioco è valso la candela?” è perciò d’obbligo, e investe in modo profondo il pensiero (pressoché unico) dei consessi dei policymakers globali negli ultimi decenni.

A giudicare dai dati sembra proprio che la scelta di cedere una parte non indifferente del patrimonio collettivo abbia costituito solo un palliativo. Eppure le privatizzazioni restano tra i principali ingredienti delle ricette a base di rigore.

In tutto il mondo si vende, spesso per fare cassa e ottenere così un risultato nell’immediato. A ottobre scorso in Russia è stata ceduta una quota pari al 75% di Freight One, una controllata dalle Ferrovie Russe, per 4,2 miliardi di dollari. In Nuova Zelanda un paio di mesi fa il governo ha privatizzato tre reti elettriche, una compagnia carbonifera e la Air New Zealand. In Portogallo il 21% di Energias de Portugal è passato alla cinese Three Gorges Corporation, per 3,52 miliardi di dollari.

Gli Stati, dunque, scelgono di rinunciare a parte dei loro beni. Ma tali operazioni vengono concluse con sempre maggiori difficoltà: le cessioni degli ultimi decenni hanno visto come protagonista il settore finanziario nella veste di compratore. Segmento che oggi si ritrova scampato per un soffio al crollo, dunque spesso incapace di giocare lo stesso ruolo (vista la storia recente, probabilmente è un bene).

Gli investitori non abbondano
Non stupisce che lo stesso Privatization Barometer sottolinei come, solamente lo scorso anno, siano state posticipate o cancellate vendite di beni pubblici per oltre 34,6 miliardi di dollari. E dove le cessioni sono state effettuate, i ricavi sono stati nettamente inferiori all’ipotesi di partenza. Emblematico il caso della martoriata Grecia: costretta a privarsi di numerosi asset dalla troika Bce-Commissione europea-Fmi, ha tagliato le stime circa i relativi proventi per i prossimi tre anni da 50 a 19 miliardi di euro.

Nonostante ciò, l’Italia sembra decisa a intraprendere imponenti vendite: dai beni immobiliari e demaniali alle aziende. La tabella di marcia indicata dal ministro dell’Economia Grilli, ribadita all’ultimo workshop di Cernobbio, parla di introiti per oltre 20 miliardi all’anno (più dell’1% del Pil). Obiettivo difficile. Ma ammettendo anche che il governo riesca nel suo intento: siamo sicuri che gli ex beni pubblici, una volta in mani private, sarebbero valorizzati? Secondo David Hall, professore alla Business School dell’Università di Greenwich, questo non è certo: «Le privatizzazioni vengono decise per ragioni fiscali o ideologiche. Non esistono prove che dimostrino che il coinvolgimento dei privati apporti maggiore produttività, efficienza o maggiori ritorni economici».

Ma c’è di più: il Sole 24Ore ha spiegato di recente che le dieci manovre varate in Italia da inizio legislatura per frenare il debito pubblico hanno già fruttato alle casse dello Stato 330 miliardi. Di austerity, insomma, ne abbiamo già introdotta parecchia. I risultati? Lo spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi resta sempre, in media, sui 400 punti base; abbiamo emesso debito a oltre il 7% nei mesi passati (le conseguenze le pagheremo alla scadenza dei titoli), ma il debito pubblico è sempre alle stelle. E, nel frattempo, in mancanza di spinte anticicliche, il settore industriale, tra giugno del 2011 e lo stesso mese del 2012, si è contratto del 2,1% nell’Eurozona e in Italia dell’8,2%.
Servirebbero piuttosto grandi piani di ristrutturazione e di rilancio del tessuto produttivo e profondi cambiamenti nelle politiche energetiche, finanziarie e di consumo. Già solo una seria lotta all’evasione fiscale, insieme ad esempio all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, potrebbe fruttare un gettito ampiamente superiore rispetto a quello che arriverebbe dalla vendita del patrimonio collettivo.

DIETRO IL PRIVATIZATION BAROMETER

Primo portale internet dedicato ai processi di privatizzazione e alla loro evoluzione in Europa, il Privatization Barometer è fornitore ufficiale di dati per Ocse e Banca mondiale. Nato nel 2003 dalla Fondazione Eni dedicata a Enrico Mattei. Alla guida del suo direttivo c’è Paolo Scaroni (Ad e direttore generale di Eni). Dal 2010 Kpmg Advisory SpA è partner unico di Privatization Barometer, cui fornisce dati, capacità di ricerca e risorse finanziarie.



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