Medicina preventiva

La prevenzione di base del tumore al seno



tumore seno simbolo
Ancora oggi in Italia 41mila donne all'anno si ammalano di tumore al seno

Pensare che i tumori e in particolare il tumore del seno non siano prevenibili è un grosso errore. Altrettanto grosso è però l’errore di pensare che il tumore al seno possa essere prevenuto con la mammografia, un esame che viene troppo spesso erroneamente spacciato come preventivo. Occorre fare molta attenzione a non confondore diagnosi precoce e prevenzione: con il primo termine si descrivono interventi mirati a diagnosticare il prima possibile una malattia in atto. Tra i sistemi di diagnosi precoce ricordiamo appunto la mammografia, il PAP test e la densitometria ossea. Con prevenzione invece si intende una procedura medica o di stile di vita atta a ridurre l’incidenza di una determinata malattia. Nel settore della prevenzione la diagnostica per immagini è spesso insufficiente perchè in grado di vedere solamente danni d’organo e non squilibri biochimici e molecolari. In patologie come quelle tumorali per esempio possono passare anche 30 anni dalle prime alterazioni molecolari ad un danno d’organo visibile con indagini radiologiche.

Esiste molta confusione sul significato dei termini diagnosi precoce e prevenzione, confusione che spinge in particolare le donne a sottoporsi ad un numero eccessivo di esami radiologici nell’illusione di prevenire lo sviluppo di tumore. Pensiamo per esempio all’uso della mammografia:

-    La mammografia riduce l’incidenza di tumore al seno? No. La mammografia è un indagine che può aiutare nella diagnosi precoce ma non nella prevenzione. In termini numerici di riduzione del rischio assoluto se 1.000 donne partecipano ad uno screening mammografico per 10 anni, 1 morte per tumore al seno verrà evitata. In termini di persone che devono essere trattate per salvare 1 vita queste sono 1000 per 10 anni.

-    Una diagnosi precoce significa una riduzione della mortalità? Non in tutti i tumori. Una diagnosi precoce può ridurre la mortalità ma non è automatico che lo faccia. Per esempio nel caso di un tumore senza cura, una diagnosi precoce comporta solo un tempo maggiore in cui il paziente deve vivere sapendo di avere un tumore.

-    Una mammografia positiva significa avere un tumore? No. Nel caso di una prima mammografia 1 caso su 10 risultati positivi ha effettivamente un tumore. Nel caso di mammografia ripetute annualmente o ogni 2 anni per 10 volte, 1 donna su 2 può aspettarsi di risultare positiva ad un esame pur non avendo il tumore.

-    La mammografia è utile a ridurre la mortalità? Sembra esserlo nelle donne sopra i 50 anni ma non lo è in quelle sotto i 50. Anche nelle donne sopra i 50 anni i benefici sono modesti. In termini di riduzione del rischio assoluto considerando una popolazione di donne che dai 50 anni si sottopone a mammografia ogni 2 anni per i successivi 20 anni, vengono salvate 4 vite ogni 1000 di queste donne.

Inoltre va tenuto presente che esiste un rischio di indurre un tumore al seno a causa delle radiazioni emesse dal mammografo. Questo rischio aumenta in modo linerare con la quantità di radiazioni a cui la persona è stata esposta. Quindi tanto prima una donna inizia a fare regolarmente mammografie tanto più alto sarà il rischio che raggiunge un picco 15-20 anni dopo l’esposizione. Secondo le stime più recenti, su 10.000 donne che si sottopongono a programmi di mammografia a partire dai 40 anni, da 2 a 4 svilupperà un tumore da radiazioni e 1 perderà la vita per questo. Infine la mammografia, soprattutto nelle donne più giovani, diagnostica molti carcinomi duttali in situ che in oltre la metà dei casi non evolvono in un tumore invasivo e quindi pericoloso. La diagnosi quindi comporta successive procedure invasive spesso inutili.

Cosa vuol dire tutto questo? Le donne devono forse rassegnarsi a non poter fare nulla per prevenire il tumore della mammella? No, ma è necessario passare da una semplice diagnosi precoce poco efficace, molto costosa e con una certa dose di rischio ad un vero programma di prevenzione.

Fattori di rischio

I fattori di rischio più noti per il tumore al seno sono:

-    Predisposizione genetica
-    Menarca precoce
-    Menopausa tardiva
-    Dieta ricca di grassi

Tuttavia questi fattori di rischio sono presenti solo nel 30% delle donne. Per esempio la presenza di geni ad alto rischio (BRCA1 e BRCA2) probabilmente incide solo per il 4% di tutti i casi di tumore al seno. Evidentemente quindi sono altri i meccanismo patologici alla base di questo tumore, meccanismi che non vengono presi in considerazione ne dai programmi di screening ne dalle comuni analisi dei fattori di rischio. Inoltre se è vero che il 70% dei tumori al seno avviene proprio in quelle donne che non presentano i classici fattori di rischio, è altrettanto vero che a rischio sono quindi probabilmente tutte le donne.

Come si sviluppa il tumore del seno

Come negli altri tumori, anche in quello del seno la malattia inizia quando una cellula (che normalmente non si divide), perde proprietà di auto-regolazione, si traforma ed inizia a dividersi all’infinito. Negli stadi più avanzati alcune cellule possono staccarsi, infiltrare i vasi ed attecchire in tessuti distanti dando luogo a metastasi. Questa trasformazione è indotta da tossine ambientali ed alimentari, scarsa funzione immunitaria, virus, stress, squilibri ormonali e nutrizionali ed elevato stress ossidativo. In generale possiamo dividere le sostanze in grado di stimolare la trasformazione delle cellule mammarie in 2 classi:

-    Estrogeni, sostanze estrogeno-simili e xenoestrogeni: gli estrogeni sono fattori di crescita per le cellule mammarie. Sebbene essi non siano responsabili del danno genetico che innesca un tumore, possono favorirne la proliferazione. Vista la ricchezza di recettori per gli estrogeni nelle cellule mammarie e la presenza massiccia di xeno-estrogeni è alta la possibilità di stimolazione delle cellule del seno.

-    Agenti cancerogeni: sono agenti in grado di indurre un danno genetico che trasforma una cellula normale in una cellula cancerogena.


Le donne portatrici di mutazioni a carico dei geni BRCA1 e BRCA2 hanno un rischio 4 volte più alto di sviluppare un tumore al seno.

Mettere in pratica un programma di prevenzione per il tumore al seno

Come per altri tumori, anche per il tumore del seno è possibile attuare un programma di prevenzione mirata composto da vari elementi:

1.    Favorire un corretto metabolismo degli estrogeni: con estrogeni ci riferisce in realtà a 3 composti: estrone, estradiolo ed estriolo con effetti diversi di stimolazione sul tessutto mammario. L’estrone in particolare, l’ormone maggiore dopo la menopausa, ha un’azione di gran lunga più potente dell’estradiolo e dell’estriolo rispettivamente l’ormone più presente prima della menopausa e l’estrogeno della gravidanza. Inoltre gli estrogeni possono venire metabolizzati in modo diverso dando vita a metaboliti tossici e cancerogeni come il 4-OH estrone e il 16-OH estrone e metaboliti invece protettivi come il 2-OH estrone, sostanzialmente privi di attività estrogenica. Questo diverso risultato metabolico dipende da un delicato equilibrio enzimatico individuale ma può essere modificato da interventi semplici come quelli alimentari. Le verdure crucifere infatti come cavoli, cavoletti e broccoli contengono alte concentrazioni di Indole-3-Carbinolo (I3C) e Diindolilmetano (DIM) sostanze capaci di modificare l’attività di specifici citocromi (enzimi del fegato preposti a metabolizzare tossine, farmaci e sostanze endogene) e di favorire la formazione di composti protettivi come il 2-OH estrone. Per esempio la valutazione del rapporto 2/16 OH estrone con semplice esame delle urine è un indice molto utile in un programma di prevenzione per il tumore al seno. Le donne con un rapporto basso (e quindi con elevate concentrazioni di 16-OH estrone) hanno un rischio del 30% maggior di sviluppare un tumore al seno. É evidente che gli aspetti che riguardano il metabolismo degli estrogeni sono più importante della presenza degli estrogeni in quanto tali. Infatti la maggior parte dei tumori del seno si sviluppano dopo la menopausa quando i livelli complessivi di estrogeni diminuiscono ma l’equilibrio ormonale complessivo varia così come il metabolismo degli ormoni stessi. E’ importante quindi assumere tutti i giorni verdure crucifere possibilmente 2 volte al giorno.

2.    Evitare la carenza di progesterone: in molte donne già subito dopo i 30 anni la produzione di progesterone cala considerevolmente. Una delle funzioni del progesterone è quella di proteggere le cellule mammarie dalla stimolazione estrogenica proteggendole quindi dal rischio tumorale. Valutare eventuali carenze di progesterone e integrarle con progesterone bioidentico (non progestinici sintetici ma progesterone con formula analoga a quella del progesterone endogeno) è importante per garantire una corretta omeostasi del tessuto mammario.

3.    Determinare le predisposizioni genetiche: anche se le conoscenze genetiche attuali nel campo del tumore al seno permettono di utilizzare con certezza solo mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 che sono fattori di rischio solo nel 4% dei tumori al seno, in casi di predisposizione familiare appare sensato conoscere la presenza o meno di tali mutazioni. Questo oggi si fa con semplici esami del sangue o con un prelievo indolore di cellule della mucosa orale.

4.    Fare esercizio fisico regolarmente: esercizio fisico regolare ad intensità corretta è stato messo in relazione ad una riduzione del rischio relative di tumore al seno del 30% e ad un’aumentata sopravvivenza. Inoltre l’esercizio fisico aiuta a ridurre il grasso corporeo. E’ stato visto che un eccesso di peso anche di solo 5 chili dall’età di 30 anni in poi aumenta il rischio di tumore del 25%. Il grasso, ricco dell’enzima aromatasi, contribuisce alla produzione di estrogeni.


5.    Ridurre e selezionare i grassi: gli acidi grassi omega 3 contenuti in noci, pesce, semi di lino sono anti-infiammatori e anti-tumorali. Gli acidi grassi omega 6 invece contenuti in alcuni oli vegetali e in grassi animali sono pro-infiammatori e potenzialmente cancerogeni. Un’alimentazione protettiva dovrebbe dunque limitare i grassi saturi animali, le carni rosse, latte e latticini, prodotti confezionati contenenti grassi idrogenati e favorire invece il pesce, le verdure, le noci e i semi naturali.

6.    Arricchire l’alimentazione con anti-ossidanti e fibra: l’eccessiva produzione di radicali liberi è una fonte di danno al DNA. Una dieta ricca di anti-ossidanti aiuta a ridurre l’impatto di queste sostanze nocive. Verdure e frutta sono ricche di fitonutrienti che assieme a vitamine come la vitamina A, E e C sono efficaci nel ridurre lo stress ossidativo. Molto utile è anche il té verde ricco di sostanze come l’Epigallocatechina 3 gallate dall’alto potere anti-ossidante. La fibra riduce l’assorbimento di sostanze tossiche e di zuccheri che stimolano la secrezione di insulina e IGF-1 e agiscono come fattori di crescita sulle cellule.

7.    Evitare alcol, tabacco, pesticidi, tossine e stress: ogni fattore che ha il potenziale di danneggiare la cellula e indurre una sua proliferazione va evitato in qualsiasi programma di prevenzione tumorale.


Conclusioni
Se con le procedure di diagnosi precoce ci si illude di fare prevenzione e ci si affida in toto ad una tecnologia attribuendole capacità che essa non ha, nella prevenzione si parte sempre dallo stile di vita e da elementi basilari come la nutrizione. Esistono anche inteventi più complessi di chemio-prevenzione che possono essere indicati in casi particolari ma la prevenzione di base dovrebbe essere applicata a tutte le donne indipendentemente dalla presenza o meno di fattori di rischio.



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