Omeopatia

Il pathos trasformativo dell’omeopatia


CATEGORIE: Omeopatia

Uno studio di Giovanni De Giorgio, medico calabrese, componente del Forum per le Medicine non convenzionali presso l’Ordine dei Medici di Roma

L’omeopatia è una metodologia clinica fondata, circa due secoli fa, dal medico sassone Samuel Hahnemann, il quale fu ispirato dalla “legge della similitudine”, una legge che era anticamente conosciuta in diverse culture e veniva applicata comunemente dagli ippocratici e dai pitagorici. Gli ippocratici e i pitagorici, senza faziosità, a seconda dei casi, applicavano la cura più idonea per il malato, rifacendosi sia al principio terapeutico da cui si sviluppò l’omeopatia (“similia similibus curantur”) sia al principio terapeutico da cui si sviluppò l’allopatia (“contraria contrariis curantur”): “La terapia sarebbe così fatta per contrari; sarebbe una allopatia, curare un eccesso col suo opposto, concezione che si contenderà il campo col suo opposto, la omeopatia, di cui anche nel secolo passato abbiamo avuto una clamorosa rinascita colla dottrina di Samuel Hahnemann, che tuttora ha tanti proseliti.
I pitagorici e gli ippocratici in questa faccenda erano un po’ eclettici, non ammettevano un metodo a tutto detrimento dell’altro, ma ora l’uno ora l’altro secondo le circostanze” (1). Questa informazione di Capparelli ci consente di capire il senso dell’eclettismo terapeutico degli ippocratici e dei pitagorici, inoltre, ci induce a riflettere su diverse questioni di tipo scientifico, ma anche di tipo filosofico e sociologico, giacché dobbiamo ammettere che la dialettica medico-scientifica si sviluppa diversamente a seconda del contesto socioculturale: tale contesto può rivelarsi più o meno favorevole all’accoglimento del dialogo aperto, stimolante, socratico e privo di dogmatismo scientifico. Pertanto, a causa delle diverse condizioni socioculturali sfavorevoli, il dialogo tra omeopatia e allopatia è stato storicamente difficile ed intriso di accesi contrasti intellettuali che, oggigiorno, a mio avviso, si rivelano anacronistici e culturalmente disapprovabili. Il motivo di tali contrasti è dovuto essenzialmente al fatto che l’omeopatia utilizza terapeuticamente delle dosi ultradiluite e “infinitesimali” consistenti, spesso, in soluzioni totalmente prive di sostanze chimiche farmacologicamente attive.
Cosicché, a seguito di progressive diluizioni, ogni sostanza di partenza, come lo zolfo o l’arsenico, subisce una progressiva deconcentrazione tanto da non essere più rintracciabile nella soluzione finale che, a detta d’alcuni, sarebbe soltanto costituita da “acqua fresca”, un’acqua che funzionerebbe terapeuticamente soltanto per effetto placebo e suggestione.
Questa è la critica principale rivolta all’omeopatia. L’acqua omeopatica, comunque, pare che non sia un’acqua qualsiasi, tant’è vero che alcuni autorevoli studiosi hanno già fornito da parecchio tempo delle interessanti opinioni che dovrebbero essere tenute in seria considerazione nell’ambito di un dialogo coscienzioso, sereno, culturalmente approvabile e lontano da qualsiasi tipo di dogmatismo scientifico.
L’affermazione del fisico Pannaria, ad esempio, mi sembra molto interessante: “Nelle diluizioni omeopatiche, private anche dell’ultima molecola, resterebbe la stampa, l’impronta della molecola, cioè l’antimolecola, o antiparticella” (2). Un’altra affermazione molto interessante, che cito con grande piacere, è quella di Luigi Fantappiè, che fu professore dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica nell’Università di Roma: “L’obiezione che, non potendo esistere una molecola di sostanza nelle fortissime diluizioni usate dalla medicina omeopatica, non possa per questo aversi alcun effetto, non è ragionare: è sragionare; e indica nella medicina (e pure nella biologia) una tendenza a materializzare un po’ tutto, col risultato che ciò che non è materiale, pesabile, si ritiene inesistente” (3). Queste limpide ed autorevoli citazioni, senza alcun dubbio, contribuiscono ad alimentare il dialogo e a perfezionare la riflessione sulle potenzialità terapeutiche della medicina omeopatica, la cui efficacia, peraltro, viene oggigiorno sostenuta da importanti ricerche che non possiamo certamente considerare conclusive, ma altrettanto certamente dobbiamo tenere in seria considerazione. Senza voler citare le diverse ricerche scientifiche sull’omeopatia, ritengo opportuno riferire uno studio che, a mio avviso, è significativo per ovvi motivi, essendo stato realizzato non sugli uomini, ma sui ratti. La ricerca in questione è stata realizzata da Jean Claude Cazin, dell’Università di Lille, il quale ha affrontato un interessante studio sull’arsenico omeopatico (Arsenicum 7CH), evidenziando qualcosa di molto importante: dei 60 ratti, a cui era stato somministrato l’arsenico, i 30 ratti a cui era stato somministrato anche l’Arsenicum album 7CH (medicinale omeopatico) hanno eliminato il 40% di arsenico in più, in otto ore, rispetto agli altri 30 ratti che costituivano il gruppo di controllo (4).
Questo studio, qui citato unicamente come esempio di rigorosa ricerca scientifica sull’omeopatia, spero contribuisca a far comprendere che la medicina omeopatica, nonostante abbia bisogno ancora di ulteriori approfondimenti, non è carente di lavori scientifici accreditati. In base a questi lavori scientifici, l’omeopatia non agirebbe terapeuticamente per effetto placebo o suggestione ed i medicinali omeopatici non sarebbero costituiti semplicemente da “acqua fresca”. Bisogna precisare, però, che i medicinali omeopatici agiscono efficacemente quando vengono prescritti in accordo ai principi dell’omeopatia. Il nome, omeopatia, “esprime infatti il concetto che la varie forme morbose vanno curate con quei farmaci che, somministrati a persone normali, inducono una sintomatologia analoga a quella considerata” (5). Simile col simile. Il veleno si cura col veleno. Logicamente, il “veleno” viene opportunamente diluito, trasformandosi, infine, in un “controveleno” benefico e risanatore con potenzialità terapeutiche reali e non suggestive. L’esperimento sui ratti, sopra citato, credo che smentisca chiaramente l’ipotesi secondo cui i medicinali omeopatici agirebbero per effetto suggestivo o per effetto placebo. L’omeopatia, dunque, cura il pathos-naturale con un pathos-simile (omeo-patia: simile-sofferenza), somministrando ai malati quei medicinali che provocherebbero sperimentalmente, nelle persone sane, sintomi simili a quelli che s’intendono curare. Il pathos, peraltro, viene diagnosticato e curato globalmente, nella mente e nel corpo, ed i sintomi mentali rappresentano una sorta di “cassa di risonanza” dei sintomi corporali, consentendo al medico di cogliere il significato unitario della sofferenza. Lo stesso Hahnemann, molto chiaramente, precisa l’importanza dei sintomi mentali: "In ogni stato di malattia lo stato dell’animo del paziente costituisce uno dei sintomi più importanti, che va sempre rilevato per poter fare il quadro fedele del male e conseguentemente poterlo guarire con la cura omeopatica” (6). Dal precedente passo risulta evidente che il medicinale omeopatico attiverebbe un pathos trasformativo, evolvente verso la guarigione, e paragonabile ad una sorta di vaccinazione psico-somatica. In tal senso, la guarigione avverrebbe non tanto per una soppressione dei sintomi, ma per una “centrifugazione” dei sintomi, in accordo alla legge di Hering secondo cui i sintomi si spostano dall’interno verso l’esterno, dall’alto verso il basso e scompaiono nell’ordine inverso a quello in cui essi si sono manifestati. Ecco perché il pathos dell’individuo deve essere diagnosticato globalmente, tenendo conto che il termine individuo deriva dal latino e significa “indivisibile”, tenendo conto che bisogna evitare di sezionare il paziente in organi e tessuti, tenendo conto che i sintomi mentali rappresentano non soltanto una “cassa di risonanza” dei sintomi corporali, ma rappresentano un elemento diagnostico utile per comprendere appieno l’essere umano sofferente simultaneamente nella mente e nel corpo.
Per quanto s’è detto, dobbiamo ammettere che l’omeopatia riconosce il valore del pathos trasformativo, vale a dire, del pathos capace di innescare un’efficace trasformazione verso la guarigione, verso il meglio, verso la propria natura costituzionale e temperamentale, verso ciò che si è.
Pertanto, il dolore psicofisico non viene omeopaticamente soppresso. Esso, invece, viene utilizzato terapeuticamente ai fini di una benefica trasformazione individuale capace di innalzare il livello delle difese immunitarie, costituzionali e pure della coscienza giacché, proprio la coscienza, talvolta deve difendersi dai contagi “miasmatici” di psora, sicosi e lue, che sono le tre “contaminazioni” fondamentali descritte da Hahnemann. Dunque, il dolore fisico e morale provocato da psora, sicosi e lue, questo, proprio questo rappresenta il pathos trasformativo su cui fare leva, operando giudiziosamente come facevano gli ippocratici e i pitagorici, senza barriere culturali, meditando, riflettendo su quei ratti che hanno eliminato più velocemente l’arsenico, riflettendo sulle parole di Pannaria e di Fantappiè, riflettendo sul significato profondo della sofferenza, senza masochismo, ma con quel necessario sacrificio alchemico che ci consente di innalzarci al di sopra del dolore partendo dal dolore.
Così come vuole l’omeopatia.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
1. Capparelli V., La sapienza di Pitagora, La tradizione pitagorica, Edizioni Mediterranee, Roma, 1988, vol. 2, p. 807.
2. Cit. in: Beucci B. Trattato di terapia omeopatica, Edizioni scientifiche Siderea, Roma, 1989, p. 21.
3. Cit. in: Zammarano. F., Medicina omeopatica dalle origini ad oggi, Edizioni Cappelli, Bologna, 1951, p. 212.
4. Cazin J.C., Cazin M., Gaborit J.L., Chaoui A., Boiron J., Belon. P., Cherruault Y., Papapanayotou C.,A Study of the effect of decimal and centesimal dilutions of Arsenic on the retention and mobilization of arsenic in the rat, Human Toxicology, 1987;
6: 315-320.
5. Lessico Universale Italiano, di Lingua, Lettere,Arti, Scienza e Tecnica, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma, 1975, vol. XV, p. 314.
6. C.F.S. Hahnemann, sesta edizione dell’Organon dell'arte del guarire, traduzione di Giuseppe Riccamboni, Edizioni red./studio redazionale, Como, 1985, paragrafo 210, p.123.



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